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Voto: 5/10 Titolo originale: Il cartaio , uscita: 02-01-2004. Budget: $2,600,000. Regista: Dario Argento.

Recensione story: Il Cartaio di Dario Argento (2004)

20/06/2026 recensione film di Marco Tedesco

Una buona idea sprecata da una sceneggiatura fragile e da un thriller sorprendentemente anonimo per gli standard del regista romano

Silvio Muccino e Stefania Rocca in Il cartaio (2003)

Quando uscì nelle sale nel 2004, Il cartaio venne presentato come il tentativo di Dario Argento di portare il proprio cinema nell’era di internet. Webcam, videopoker, collegamenti in diretta e un serial killer che trasforma la morte in uno spettacolo online sembravano gli ingredienti ideali per aggiornare il giallo italiano al nuovo millennio. A distanza di anni, però, il film resta soprattutto come uno dei capitoli più controversi e deludenti della filmografia del regista romano.

Il paradosso è che tutto nasce da un’idea tutt’altro che sbagliata.

Un assassino rapisce giovani donne e sfida la polizia a videopoker. Se gli investigatori perdono, la vittima viene uccisa in diretta. È un soggetto che contiene già una riflessione sul rapporto tra tecnologia, voyeurismo e spettacolarizzazione della violenza. In teoria, materiale perfetto per un autore che ha sempre saputo trasformare l’omicidio in un rituale visivo disturbante.

Il problema è che il film sembra innamorarsi della propria intuizione iniziale senza mai svilupparla davvero.

La prima sfida con il killer incuriosisce. La seconda mantiene un minimo di tensione. Dalla terza in poi il meccanismo mostra tutti i suoi limiti. Le partite diventano ripetitive, l’indagine fatica a trovare nuove direzioni e la storia continua a girare attorno allo stesso concetto senza riuscire ad ampliarlo. Quella che avrebbe dovuto essere una trovata narrativa diventa progressivamente una gabbia.

La debolezza principale resta la sceneggiatura.

L’indagine procede attraverso intuizioni poco convincenti, coincidenze fortunate e passaggi che sembrano scritti più per collegare una scena all’altra che per costruire un vero percorso investigativo. Anche il personaggio del campione di videopoker interpretato da Silvio Muccino rappresenta uno dei punti più fragili dell’intero impianto. Il film prova a trasformarlo in una sorta di prodigio capace di leggere il gioco come fosse una disciplina esoterica, ma il risultato sfiora spesso l’involontariamente comico.

Più che la trama, però, colpisce l’assenza di atmosfera.

Nei migliori film di Dario Argento il mistero non nasceva soltanto dalla storia, ma dagli spazi, dai colori, dalle luci e dai movimenti di macchina. Anche le sceneggiature più fragili trovavano forza in una regia capace di creare immagini memorabili. Il cartaio, invece, appare sorprendentemente anonimo. Roma non diventa mai un luogo inquietante. Gli ambienti sembrano spesso quelli di una fiction poliziesca televisiva. La fotografia rinuncia quasi completamente a qualsiasi ambizione visionaria e gli omicidi raramente lasciano il segno.

È probabilmente questo l’aspetto più difficile da accettare per chi conosce il cinema di Argento.

Non tanto la presenza di dialoghi deboli o di passaggi poco credibili, elementi che non sono mai stati completamente assenti nella sua filmografia, quanto la sensazione che manchi uno sguardo. In molti momenti il film potrebbe essere stato diretto da qualsiasi regista televisivo dell’epoca senza che il risultato cambiasse in modo significativo. Per un autore che ha costruito la propria carriera su un’identità visiva immediatamente riconoscibile, è una rinuncia pesante.

Nemmeno il cast riesce a colmare queste lacune.

Stefania Rocca prova a dare credibilità al ruolo della protagonista, ma viene spesso ostacolata da dialoghi poco naturali e da un personaggio scritto in modo superficiale. Silvio Muccino, chiamato a incarnare una figura decisiva per la storia, non trova mai il tono giusto e finisce involontariamente per accentuare gli aspetti più fragili della sceneggiatura. Più in generale, quasi nessun interprete sembra davvero a proprio agio all’interno del film.

Le musiche di Claudio Simonetti svolgono il loro compito con professionalità, ma non possiedono quella forza evocativa che in passato contribuiva a trasformare i thriller argentiani in esperienze sensoriali. Accompagnano le immagini senza arricchirle, confermando una sensazione di normalità che attraversa l’intera opera.

Eppure qualche traccia del vecchio Argento continua ad affiorare.

Un’inquadratura più ispirata, una sequenza d’inseguimento costruita con maggiore energia, qualche intuizione visiva che ricorda il talento del regista. Sono momenti isolati, ma sufficienti a ricordare quale autore si nasconda dietro un film così problematico. Proprio per questo rendono il risultato finale ancora più frustrante.

Il tentativo di modernizzare il thriller attraverso internet e le nuove tecnologie avrebbe potuto rappresentare una svolta interessante. Invece Il cartaio dimostra che la contemporaneità non si ottiene inserendo computer e webcam nella storia. Serve una visione capace di trasformare questi strumenti in linguaggio cinematografico. Qui restano semplici oggetti di scena.

Alla fine, il film lascia soprattutto una sensazione di smarrimento. Non perché sia il peggior lavoro mai realizzato da Dario Argento, ma perché appare distante da tutto ciò che aveva reso unico il suo cinema. Dove un tempo c’erano tensione, stile e ossessione visiva, qui rimangono una buona idea iniziale e molte occasioni mancate.

Il problema de Il cartaio non è essere un brutto Argento. Il problema è che, per lunghi tratti, non sembra nemmeno un film di Argento.

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