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Se durante una crociera, la nave venisse colpita da uno tsunami? Su Netflix trovi il terrificante film che sfida Titanic

19/06/2026 news di Andrea Palazzolo

Su Netflix si può trovare uno dei più inquietanti film catastrofici degli anni 2000, con Kurt Russell. Perché vederlo.

Titanic

La notte di Capodanno. Champagne, luci scintillanti, ottocento cabine di lusso che ospitano duemila anime inconsapevoli. Il Poseidon è uno dei transatlantici più maestosi mai costruiti, un gigante d’acciaio che solca l’oceano con l’arroganza tipica dell’ingegneria umana. Poi, all’improvviso, l’onda. Cinquanta metri di acqua che si ergono come una montagna liquida, si abbattono sulla nave e la rovesciano come un giocattolo nella vasca da bagno. In un istante, il lusso si trasforma in incubo, il soffitto diventa pavimento, e chi festeggiava si ritrova a lottare per la sopravvivenza.

Questa è la premessa di Poseidon, il film del 2006 diretto da Wolfgang Petersen maestro riconosciuto del cinema catastrofico dopo La tempesta perfetta, disponibile per la visione su Netflix. Un blockbuster che prometteva di essere l’erede naturale di Titanic, forte di un budget faraonico e di effetti speciali all’avanguardia. Eppure, qualcosa è andato storto. Nonostante i mezzi a disposizione, nonostante la tecnologia che il film del 1972 – L’avventura del Poseidon di Roland Neame – non poteva nemmeno sognare, questo remake non è riuscito a replicare né il successo commerciale del colosso di James Cameron, né il fascino intramontabile del suo predecessore.

Petersen ha dichiarato apertamente di essersi ispirato al capostipite del genere catastrofico, ma con l’intenzione di aggiornare la storia con personaggi contemporanei e una sceneggiatura nuova. Il regista tedesco, reduce dai trionfi di Das Boot e Reds – Caccia a Ottobre Rosso, conosceva bene la claustrofobia dell’acqua, la tensione degli spazi angusti, il terrore primordiale dell’annegamento. E infatti, sul piano puramente spettacolare, Poseidon funziona. La prima parte del film è un’escalation di ansia e adrenalina: il rovesciamento della nave è reso con una potenza visiva che ti schiaccia sulla poltrona, le esplosioni sono fragorose, l’acqua che invade i corridoi è filmata con realismo quasi documentaristico.

Il cast non è da meno, almeno sulla carta. Kurt Russell interpreta Robert Ramsey, un ex pompiere determinato a salvare la figlia Jennifer, interpretata da Emmy Rossum. Al suo fianco c’è Josh Lucas nei panni di Dylan Johns, il classico giocatore d’azzardo dal passato misterioso che si improvvisa leader. Richard Dreyfuss presta il volto a Richard Nelson, un uomo solitario che viaggia per ragioni che si riveleranno drammatiche. Completano il gruppo Jacinda Barrett, Mike Vogel, Mía Maestro e un giovane Jimmy Bennett. Nomi solidi, volti riconoscibili, attori capaci. Eppure, nonostante il talento a disposizione, i personaggi risultano stranamente piatti, privi di quella profondità emotiva che aveva reso indimenticabili le figure interpretate da Gene Hackman, Ernest Borgnine e Shelley Winters nel film originale.

La durata contenuta – appena 98 minuti – che qualcuno ha lodato come elemento di modernità, finisce per giocare a sfavore della narrazione. Non c’è tempo per costruire empatia, per farci affezionare a chi vedremo morire annegato pochi minuti dopo. Il film corre, scivola letteralmente via come l’acqua che invade la sala macchine, lasciando dietro di sé solo il ricordo di belle immagini generate al computer e poco altro.

Il confronto con Titanic è inevitabile, anche se forse ingiusto. Il film di Cameron aveva dalla sua una storia d’amore che faceva da collante emotivo, una ricostruzione storica meticolosa, una durata che permetteva di respirare con i personaggi. Poseidon eredita da Titanic l’ambizione spettacolare, ma non la sostanza narrativa. E il pubblico, che nel 1997 aveva pianto per Jack e Rose, nel 2006 è rimasto freddo di fronte alle vicende di Dylan e compagni.

Eppure, c’è chi ancora oggi difende Poseidon come un dignitoso esempio di intrattenimento puro, un blockbuster che mantiene le promesse basilari del genere: tensione, spettacolo, catarsi attraverso la sopravvivenza. Non è un capolavoro, certo. Ma in un’epoca in cui il cinema di genere rischia di perdersi in franchising infiniti e universi condivisi, forse c’è spazio anche per un onesto disaster movie che non pretende di essere altro da ciò che è.

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