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Sembra un incrocio tra Tim Burton e The Dark Crystal: il film d’animazione che quasi nessuno conosce

24/08/2026 news di Andrea Palazzolo

Scopri il capolavoro dell'animazione francese del 2014. Un gioiello nascosto che sfida Disney con creatività visiva straordinaria.

Poster di Coco

Esistono film che scivolano tra le maglie del grande pubblico senza fare rumore, opere che non godono delle campagne marketing milionarie dei colossi hollywoodiani ma che custodiscono un talento puro, cristallino. Mune – Il guardiano della luna è esattamente questo tipo di meraviglia. Un film d’animazione francese del 2014, diretto dal duo Alexandre Heboyan e Benoit Philippon, che probabilmente non avete mai sentito nominare. Eppure, una volta scoperto, difficilmente lo dimenticherete.

La trama si dipana in un mondo immaginario dove un piccolo Sole e una piccola Luna furono creati dai primi Guardiani per riscaldare un pianeta abitato da creature straordinarie. Il primo Guardiano del Sole arpionò una stella per tenerla vicina al pianeta, appendendola con catene a un tempio mobile simile a un gigantesco quadrupede di roccia. Il primo Guardiano della Luna discese nel mondo dei sogni, scolpì la Luna in una cava di pietre oniriche e la scagliò nel cielo. Da allora, i Guardiani si succedono di generazione in generazione, preservando l’armonia del mondo.

Ma cosa succede quando il sistema perfetto si inceppa? Quando un piccolo fauno impacciato di nome Mune viene accidentalmente scelto come nuovo Guardiano della Luna dalla “creatura più pura” del mondo, l’equilibrio millenario vacilla. Mune, doppiato in inglese da Joshua Ballard, è tutto tranne che il candidato ideale. Piccolo, impulsivo, totalmente impreparato. Accanto a lui, il pomposo Sohone, voce di Trevor Devall, assume il ruolo di Guardiano del Sole, mentre Xolal, che si era preparato per anni a diventare Guardiano, assiste alla sua esclusione con rabbia crescente.

Il disastro non tarda ad arrivare. Mune, in un momento di distrazione, fa deragliare la Luna dalla sua orbita. Il caos cosmico che ne consegue offre al malvagio titano Necross, doppiato da Davey Grant, l’opportunità che attendeva da secoli: rubare il Sole e gettare il mondo nell’oscurità eterna. Qui entra in scena Glim, interpretata da Nicole Provost, una creatura di cera che si scioglie alla luce diretta del sole e si solidifica nell’oscurità. Dotata di una comprensione sorprendente dell’astrofisica, diventa l’alleata improbabile ma essenziale di Mune e Sohone nella loro corsa contro il tempo per riportare l’equilibrio cosmico.

Visivamente, Mune è un tripudio di meraviglie. Ogni fotogramma sembra un quadro vivente, un’opera d’arte che respira. L’animazione francese raggiunge qui vette di creatività che fanno impallidire molte produzioni mainstream. Il film fonde l’estetica dark fantasy di The Dark Crystal di Jim Henson con l’immaginario fiabesco di Arthur e i Minimei di Luc Besson, aggiungendo un tocco della stravaganza gotica di Tim Burton. Il risultato è un mondo che sembra simultaneamente alieno e familiare, inquietante e rassicurante.

L’umorismo visivo internazionale del film funziona senza bisogno di battute verbali elaborate. È un linguaggio universale fatto di espressioni facciali, movimenti fisici esagerati, situazioni assurde che strappano sorrisi spontanei. I bambini rimangono incantati, gli adulti ritrovano quel senso di meraviglia che troppo spesso seppelliamo sotto strati di cinismo.

Questo film rappresenta quella categoria di opere che ti fanno domandare come sia possibile che non abbiano ottenuto distribuzione globale capillare. La risposta, naturalmente, sta nei meccanismi dell’industria cinematografica, dove il marketing conta spesso più della qualità. Senza il peso promozionale di uno studio major come Disney e Pixar, Mune è rimasto confinato a una nicchia di appassionati e a genitori disperati che cercavano qualcosa di nuovo da far vedere ai figli.

Per chi cerca animazione che osi essere diversa, che non tema di apparire strana o troppo artistica, questo piccolo gioiello francese offre ricompense inaspettate. Funziona come porta d’ingresso a quella tradizione europea di animazione che privilegia lo stile autoriale rispetto alle formule commerciali, che vede il cinema d’animazione come forma d’arte e non solo come intrattenimento per bambini.

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