Una maledizione, un’avventura nella giungla e un Dwayne Johnson a cui è impossibile resistere
24/07/2026 news di Andrea Palazzolo
Scopri come Disney ha trasformato una sua attrazione in un film con Dwayne Johnson ed Emily Blunt. Dietro le quinte di una mega produzione.

Quando Disneyland aprì i battenti nel 1955, tra le prime attrazioni a far sognare i visitatori c’era Jungle Cruise, un’avventura su barche attraverso fiumi esotici popolati da animali meccanici e pericoli di cartapesta. Difficile immaginare, guardando quelle imbarcazioni che scivolano placide nell’acqua di Anaheim, che sessant’anni dopo quella stessa esperienza si sarebbe trasformata in una mega produzione hollywoodiana con Dwayne Johnson ed Emily Blunt, capace di mescolare avventura, effetti speciali e quel particolare mix di ironia e spettacolo che solo la Casa di Topolino sa confezionare.
Jungle Cruise, il film diretto da Jaume Collet-Serra e uscito nel 2021, è molto più di un semplice adattamento cinematografico di un’attrazione. È un’operazione di archeologia pop che recupera lo spirito dei grandi film d’avventura dei primi del Novecento, quelli in cui esploratori coraggiosi si addentravano in terre inesplorate alla ricerca di tesori perduti. Nel 1916, la botanica inglese Lily Houghton parte da Londra verso la foresta amazzonica con una missione precisa: trovare un albero leggendario dalle straordinarie capacità curative, in grado di rivoluzionare la medicina moderna. Per navigare il fiume, ingaggia Frank Wolff, capitano cinico e chiacchierone della Quila, una barca malandata che sembra reggersi in piedi per miracolo.
The Rock non si è limitato a interpretare il personaggio, ma ha anche prodotto il film, portando quella miscela di carisma muscolare e autoironia che lo ha reso una delle star più bankable di Hollywood. Al suo fianco, Emily Blunt costruisce una Lily Houghton che rifiuta i cliché della damigella in pericolo: determinata, intelligente, anticonformista per l’epoca in cui è ambientata. Il fratello McGregor, interpretato da Jack Whitehall, completa il trio protagonista aggiungendo note di commedia britannica a un’avventura che deve molto ai classici come La mummia e, inevitabilmente, Indiana Jones.
L’ambientazione amazzonica ha richiesto un lavoro mastodontico. Sull’isola hawaiana di Kauai, un team di oltre cento persone tra costruttori, pittori, scultori, paesaggisti e responsabili della sicurezza ha creato Porto Velho, una cittadina fluviale costruita intorno a un lago in cima a una collina. Un intero mondo che esisteva solo nella fantasia degli sceneggiatori ha preso forma fisica, tangibile, navigabile. Questo approccio al cinema, che privilegia scenografie reali rispetto al green screen quando possibile, regala al film una texture visiva più ricca, anche quando la computer grafica entra prepotentemente in scena.
Anche la fotografia ha beneficiato di innovazioni tecniche. Panavision ha creato obiettivi speciali appositamente per questo progetto, i primi nel loro genere utilizzati in un film. Questi obiettivi regalano alle immagini una tonalità giallastra e seppiata che evoca l’atmosfera intensa e soleggiata dell’Amazzonia nei primi del Novecento, come se stessimo guardando fotografie d’epoca animate.
Il risultato finale è un film che divide. C’è chi lo considera un prodotto confezionato, troppo digitale, un videogioco non interattivo che segue pedissequamente le formule del blockbuster moderno. Altri lo apprezzano come intrattenimento familiare onesto, capace di non annoiare e di offrire due ore di evasione tra umorismo, suspense e spirito d’avventura. La critica più ricorrente riguarda l’uso massiccio della CGI, che in alcuni momenti stona come “un cartone animato inserito nel film”, e una trama sviluppata in modo approssimativo, con situazioni retoriche e scontate che non conquistano mai completamente lo spettatore.
Jungle Cruise dimostra che nel cinema contemporaneo, anche quando il digitale domina, c’è ancora spazio per costruire barche vere da quindici tonnellate, per navigare laghi hawaiani trasformati in fiumi amazzonici, per scolpire armature a mano e dipingere tribù intere. È questa tensione tra artigianato e tecnologia, tra nostalgia e innovazione, a rendere il film un oggetto culturale interessante, al di là dei giudizi sulla qualità finale del prodotto.
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