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Cineocchio Dossier – Wuxiapian: sguardo su un genere intangibile (Parte IV)

05/02/2016 news di Michele Senesi

Siamo alla fine del nostro viaggio: tra alti e bassi, negli ultimi 15 anni il genere è riuscito però ancora una volta a reinventarsi

Ritorno al presente

Inutile dire che questa fase durerà poco. Curioso notare come quella inaugurata da Tsui Hark con The Blade e proseguita tenacemente con l’ottimo Seven Swords, nonostante alcuni esemplari non avrà comunque una vita particolarmente rilevante. Il wuxiapian cinese contemporaneo si genera o comunque trova un pioniere, nel caso cinematografico del 1998, ovvero The Storm Riders di Andrew Lau.

storm riders lau poster

Un’intuizione vincente, ovvero quella di tentare di colmare di nuovo un gap tecnologico con il resto del mondo, producendo un wuxiapian ai limiti del fantasy inondandolo di tonnellate di computer grafica e di scontri in stile manga (il film è tratto da un noto fumetto locale) risolti con green screen, effetti e raggi energetici. Il film è un successo monumentale ma all’epoca genera pochi emuli a causa dei budget investiti e delle poche agenzie locali capaci di gestire un comparto tecnologico del genere. I risultati si vedranno parecchi anni dopo. Nel mentre è sempre Tsui Hark con il suo The Legend of Zu (2001), sequel del citato film del 1983, a adottare la stessa idea con risultati qualitativamente ben più riusciti segnando un record internazionale; al momento dell’uscita è il film con il maggior numero di effetti digitali della storia, più di Star Wars: Episodio I – La Minaccia Fantasma (1999). Ma è di nuovo un film troppo cervellotico e sperimentale e si rivela un flop al botteghino.

zu warriors posterHong Kong è tornata alla Cina e inizia la temuta, ma al contempo auspicata, epoca delle coproduzioni. Il cinema di Hong Kong come lo conoscevamo si estingue e muta in concept profondamente radicati nel territorio per conquistare un pubblico locale particolarmente attento. Il resto si trasforma in un qualcosa che deve palesare la prova di forza dell’industria cinese e essere competitivo con il resto del mondo in tutto, budget, costi, stipendi, effetti, sfarzo. Ne esce un cinema meno personale, meno sperimentale, meno sporco, meno coraggioso e originale che si evolve in un prodotto inoffensivo, patinato, ricchissimo, sorta di riflesso della mediocritas della Hollywood contemporanea. E’ il nuovo blockbuster cinese a cui -fortunatamente- si affianca comunque un buon cinema medio e anche d’autore che riesce a fare furore ai Festival. Nel 2004 il più rilevante sussulto del decennio; un comico, Stephen Chow, dirige Kung Fu Hustle, straordinario omaggio al kung fu movie e wuxia degli anni ’70. E’ un meritato successo epocale al botteghino; decine di maestri e vecchi attori ormai in pensione ritrovano i set dopo la loro presenza recitativa nel film e in breve vengono messi in produzione qualche manciata di plagi e progetti derivativi (la trilogia di Kung Fu Mahjong, Kung Fu Fighter e l’immancabile versione porno con Sex Kung Fu…).

E’ anche il periodo del boom del cinema d’azione thailandese e Hong Kong è quindi obbligata ad aggiornarsi per competere in efficacia. L’attore e coreografo Donnie Yen sarà la risposta più dirompente a questa domanda. Il cinema marziale diventa un enorme blob che ingloba wuxiapian, kung fu movie e fantasy senza soluzione di continuità e prosegue per due apparenti direzioni; una più realistica, sanguigna, pantagruelica ma verosimile, radicata nella storia e sussegue titoli di alterna resa qualitativa: Bodyguards and Assassins, Fearless, Rise of the Legend, Ip Man, The Grandmasters, The Warlords, Red Cliff, Wu Xia, The Lost Bladesman, 14 Blades, An Empress and the Warriors, The Guillotines.

the-sword-identity

L’altra dominata da un eccesso accecante e naif di effetti speciali digitali e più tendente al fantasy, spesso remake e reboot di successi del passato: The White Haired Witch of Lunar Kingdom, The Sorcerer and the White Snake, The Butterfly Lovers, A Chinese Fairy Tale, il dittico di Painted Skin e di Tai Chi Zero, la trilogia di The Four, Chronicles of the Ghostly Tribe, Mojin the Lost Legend, Zhong Kui: Snow Girl and The Dark Crystal. Intorno, vari casi più o meno isolati che mostrano un percorso in fieri privo di una direzione univoca come in passato. The Sword Identity di Xu Haofeng, scoperto e portato al Festival del Cinema di Venezia in periodo Muller, è un riuscito tentativo di rivitalizzare il genere con filologia e precisione narrativa, lesinando in azione ma guadagnando in verosimiglianza a tratti maniacale.

Seven-Swords

Dopo il 2010 è di nuovo il boom della saga di Viaggio in Occidente con un film di altissimo profilo realizzato da Stephen Chow (Journey to the West: Conquering the Demons), una versione ingolfata di computer grafica fuori da ogni registro (The Monkey King, di Soi Cheang) di cui è in arrivo un sequel e un film d’animazione di successo, Monkey King: Hero Is Back.

E Tsui Hark? Dopo tre film di generi diversi è tornato con una tripletta artisticamente non troppo brillante: Detective Dee e il mistero della fiamma fantasma, Young Detective Dee: Rise of the Sea Dragon e il sequel del suo film del 1992 The Flying Swords of Dragon Gate. Ma è solo ora che il regista ha trovato finalmente le risorse e il successo di pubblico che non aveva mai raggiunto nel corso della propria vita, che perde parzialmente in innovazione e sguardo personale di un proprio universo creativo, segnando però alcuni dei maggiori incassi della storia del cinema locale. Poi nel 2015 propone un’opera diversa e particolarmente riuscita, l’ennesimo campione di incassi The Taking of Tiger Mountain, film d’azione storico tratto da un evento bellico realmente avvenuto.

detective dee fantasma tsui

Attualmente è alla post produzione del sequel di Journey to the West che ha diretto sotto la produzione di Stephen Chow. La strada del genere è quindi totalmente aperta e di più difficile interpretazione rispetto al passato. Sicuro è che gli investimenti nel cinema locale e nel genere stanno diventando sempre più abbondanti, con il coinvolgimento di tecnici e spesso attori occidentali (vedi Dragon Blade con Jackie Chan, Adrien Brody e John Cusack). Gli investimenti e gli incassi ormai da anni sono in salita e siamo curiosi di osservare quanto potrà durare ancora questa parabola ascendente.

fine…

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