Voto: 6.5/10 Titolo originale: Due spicci , uscita: 27-05-2026. Stagioni: 1.
Due Spicci recensione: Zerocalcare racconta la fine dei Goonies e l’età adulta dei Millennial
27/05/2026 recensione serie tv Due spicci di Gioia Majuna
La nuova serie Netflix è la più amara e crepuscolare di Michele Rech: meno politica, più intima, tra debiti economici, relazioni tossiche e la scoperta che crescere significa non poter salvare tutti

Con Due Spicci, Zerocalcare torna su Netflix e firma la sua serie più adulta, malinconica e divisiva. Non perché tradisca il proprio mondo, anzi: Rebibbia, l’Armadillo, Sarah, Secco, Cinghiale, i riferimenti pop e il flusso di coscienza sono tutti al loro posto. Ma stavolta il tono è diverso. Più stanco, più lento, più doloroso.
Dopo Strappare lungo i bordi e Questo mondo non mi renderà cattivo, Michele Rech sembra chiedersi cosa resti quando la banda non basta più, quando l’amicizia non risolve tutto e quando l’età adulta smette di essere una cosa rimandabile.
La trama parte da un piccolo locale di quartiere che Zero decide di finanziare insieme a Cinghiale. Quella che potrebbe sembrare una nuova impresa collettiva diventa presto un problema più grande: debiti, criminalità, minacce e una spirale di responsabilità che il protagonista non può più aggirare con una battuta o una digressione mentale.
Intorno a lui, anche gli altri stanno cambiando. Sarah è incastrata in una relazione arrivata al limite, Secco sembra sparito dal mondo dopo un misterioso evento, mentre Smeralda, una vecchia conoscenza di Zero, torna nella sua vita dopo essere uscita da una relazione tossica.
Due Spicci parla proprio di questo: dei debiti che si accumulano. Quelli economici, certo, ma soprattutto quelli emotivi. Le cose non dette, le promesse mancate, le responsabilità lasciate in sospeso, le ferite che abbiamo ignorato troppo a lungo pensando che prima o poi si sarebbero sistemate da sole.
Rispetto alle serie precedenti, qui la dimensione politica è meno frontale. Non sparisce, perché nel mondo di Zerocalcare tutto resta inevitabilmente politico: la precarietà, la periferia, le relazioni, il lavoro, i soldi, la violenza domestica, il modo in cui si prova a sopravvivere dentro un sistema che non fa sconti. Ma stavolta la serie sceglie un registro più intimo.
Il centro non è più tanto lo scontro ideologico, quanto la fatica quotidiana di diventare adulti senza sentirsi davvero pronti.
Ed è qui che Due Spicci trova la sua immagine più forte: non possiamo essere i Goonies (o Gunis …) per sempre. Per anni la risposta ai problemi sembrava stare nella banda, nell’amicizia, nel restare insieme contro tutto. Ora invece Zerocalcare mette in scena una consapevolezza molto più amara: alcune cose sono troppo grandi per essere risolte collettivamente, e a volte voler salvare tutti diventa solo un altro modo per non guardare se stessi.
La serie è forse la più crepuscolare mai realizzata da Rech. Si ride ancora molto, soprattutto grazie alle sue solite associazioni mentali, alle citazioni assurde e all’Armadillo di Valerio Mastandrea, sempre più centrale. Ma sotto ogni gag si avverte una malinconia costante, quasi un senso di resa.
È una risata che arriva sempre un secondo prima del nodo in gola.
I momenti migliori sono spesso quelli più piccoli: i dialoghi con la madre di Zero, le crepe nei rapporti di coppia, le conversazioni in cui nessuno riesce davvero a dire la cosa giusta, le scene in cui i personaggi capiscono che il passato non basta più a spiegare chi sono diventati.
Dal punto di vista visivo, Due Spicci conferma la crescita del linguaggio animato di Zerocalcare. L’animazione resta riconoscibile, sporca, immediata, ma appare più libera e ambiziosa. Le metafore visive, le citazioni a cinema, videogiochi, anime e musica pop non servono solo a strappare una risata: diventano strumenti per dare corpo ad ansia, memoria, precarietà e senso di colpa.
C’è molto più spazio per le pause, per i silenzi, per le immagini che restano addosso. E questo rende la serie più matura, ma anche meno immediata.
Perché Due Spicci non è priva di limiti. La durata più ampia degli 8 episodi permette a Zerocalcare di scavare di più, ma porta anche con sé una certa fatica. Le digressioni sono ancora parte essenziale del suo stile, però a tratti diventano insistenti. Il bisogno continuo di analizzare ogni emozione, ogni punto di vista e ogni contraddizione può dare la sensazione di una formula ormai molto riconoscibile.
Per chi segue Zerocalcare da anni anche nei fumetti, il rischio del già visto esiste. I nuclei emotivi sono quelli di sempre: senso di inadeguatezza, paura delle responsabilità, rapporti irrisolti, ansia di non essere abbastanza, difficoltà di trovare un posto nel mondo. La novità non sta tanto nei temi, quanto nel punto della vita da cui vengono osservati.
Ed è proprio questo a rendere Due Spicci interessante anche quando ripete qualcosa. Non racconta più l’adolescenza emotiva di chi non sa crescere. Racconta cosa succede quando ti accorgi che sei cresciuto comunque, anche se nessuno ti ha spiegato come si fa.
Il risultato è una serie meno esplosiva di Strappare lungo i bordi e meno politicamente compatta di Questo mondo non mi renderà cattivo, ma forse più dolorosamente sincera. Un’opera imperfetta, a volte verbosa, ma capace di intercettare con grande precisione quella zona grigia in cui molti Millennial si ritrovano oggi: troppo adulti per sentirsi ragazzi, troppo precari per sentirsi arrivati.
Alla fine, Due Spicci funziona perché Zerocalcare continua a fare quello che sa fare meglio: partire da sé per raccontare qualcosa che appartiene a molti. Non sempre con misura, non sempre con la stessa freschezza, ma con una sincerità che resta difficile da ignorare.
Non siamo più i Goonies. E forse il punto è proprio accettarlo senza smettere del tutto di volerci bene.
Dal 27 maggio su Netflix.
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