Voto: 6/10 Titolo originale: Scarpetta , uscita: 11-03-2026. Stagioni: 1.
Scarpetta recensione Stagione 1: Nicole Kidman nel thriller crime più oscuro e inquieto di Prime Video
07/05/2026 recensione serie tv Scarpetta di Gioia Majuna
Tra omicidi irrisolti, traumi familiari e ossessioni forensi, la serie sorprende per atmosfera e stranezza

Ci sono crime drama che finiscono nel rumore di fondo dello streaming dopo una settimana. Poi ci sono serie come Scarpetta, che magari non centrano tutto, inciampano spesso nei propri eccessi, ma lasciano addosso una sensazione difficile da scrollarsi via. Non perché siano perfette. Anzi. Perché hanno il coraggio di essere irregolari, persino sbagliate, pur di non diventare anonime.
La nuova serie Prime Video con Nicole Kidman, adattata dai romanzi di Patricia Cornwell, parte come un classico thriller investigativo: una donna trovata morta, un possibile serial killer, un caso del passato che ritorna. Sembra territorio già battuto mille volte. E invece, lentamente, Scarpetta devia. Diventa più cupa, più intima, più bizzarra. A tratti quasi febbrile.
Nicole Kidman interpreta Kay Scarpetta come una donna che non vive davvero nel presente. Ogni stanza in cui entra sembra contenerne un’altra, più vecchia, più dolorosa. Non è la detective brillante e teatrale che spesso il genere televisivo costruisce per piacere subito al pubblico. Kay è trattenuta, ossessiva, emotivamente anestetizzata. Guarda i cadaveri meglio dei vivi. E la Kidman usa proprio quella sua naturale distanza glaciale – spesso criticata nei ruoli televisivi – per trasformarla in un vantaggio.
Qui, per la prima volta dopo anni di miniserie “prestige”, sembra finalmente nel posto giusto.
La struttura a doppia timeline è la vera colonna portante della serie. Nel 1998, una giovane Kay Scarpetta – interpretata magnificamente da Rosy McEwen – affronta il caso che definirà tutta la sua carriera. Nel presente, quello stesso caso torna a galla e minaccia di distruggere tutto ciò che lei ha costruito. La serie gioca continuamente sul contrasto tra chi eravamo e chi siamo diventati dopo aver visto troppo.
Ed è qui che Scarpetta trova la sua identità migliore: non nel mistero, ma nelle cicatrici.
Rosy McEwen è impressionante. Non imita la Kidman, non la copia superficialmente: ne cattura il peso interiore. Ogni esitazione, ogni silenzio, ogni modo di trattenere rabbia e paura sembra costruire la versione futura del personaggio. Senza quel casting, probabilmente la serie perderebbe metà della propria credibilità emotiva.
Intorno a Kay si muove una famiglia tossica nel senso più autentico del termine: persone che si amano abbastanza da non riuscire mai a lasciarsi andare davvero. Jamie Lee Curtis trasforma Dorothy in un uragano ingestibile di alcool, sarcasmo e bisogno disperato di attenzione. Bobby Cannavale porta un’umanità ruvida e imperfetta a Pete Marino, mentre Ariana DeBose regge una delle sottotrame più strane dell’intera stagione.
E sì, bisogna parlarne: l’AI della moglie morta.
Sulla carta sembra una pessima idea. Nel contesto della serie, invece, diventa il simbolo perfetto dell’universo di Scarpetta: un mondo incapace di accettare la morte, ossessionato dal tentativo di trattenere ciò che dovrebbe sparire. Alcune scene sfiorano il ridicolo, altre sono sorprendentemente malinconiche. Ma almeno sono vive. E oggi, nel mare di thriller costruiti con lo stampino, non è poco.
Il problema è che Scarpetta spesso esagera. Vuole essere thriller psicologico, procedurale forense, dramma familiare, riflessione sul trauma, critica sociale, racconto techno-paranoico. Non sempre riesce a tenere insieme tutto. Alcuni episodi sembrano densissimi, altri si perdono in dialoghi troppo urlati o in deviazioni narrative che promettono follia e poi tornano improvvisamente conservative.
Anche il trattamento della violenza femminile lascia più di un dubbio. La serie vuole denunciare l’orrore, ma a volte rischia di indulgere nella sua estetica. I corpi martoriati diventano presenza costante, quasi decorativa, e non tutte le scene sembrano avere il
peso drammatico che credono di avere.
Eppure continua a funzionare.
Funziona perché Scarpetta non dà mai l’impressione di essere stata progettata da un algoritmo per accompagnare la cena degli spettatori. Ha momenti sgraziati, tonalità instabili, scelte narrative assurde. Ma proprio quelle imperfezioni le impediscono di diventare uno dei tanti thriller dimenticabili da homepage streaming.
Ci sono scene che restano impresse più del mistero stesso: una conversazione davanti a uno schermo che non dovrebbe parlare, una sorella che trasforma ogni stanza in un campo di battaglia emotivo, la Kidman che osserva un cadavere come se stesse guardando sé stessa.
Il caso da risolvere conta. Ma fino a un certo punto.
Perché Scarpetta, sotto tutta la sua anatomia forense, è soprattutto una serie sul deterioramento umano. Su cosa succede quando il dolore diventa identità. Quando il lavoro diventa rifugio. Quando i morti iniziano a occupare più spazio dei vivi. Non è il miglior crime drama degli ultimi anni. Non è neppure il miglior adattamento possibile dei romanzi di Patricia Cornwell. Però ha qualcosa che moltissime serie contemporanee hanno perso: personalità.
Ed è abbastanza per voler tornare dentro quel buio.
Di seguito trovate il trailer italiano di Scarpetta:
© Riproduzione riservata




