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The Handmaid’s Tale, perché (ri)vederla: la distopia che continua a parlare del presente

07/05/2026 recensione film di Gioia Majuna

Un viaggio dentro Gilead tra potere, controllo e resistenza: come la serie trasforma la distopia in uno specchio inquietante della realtà contemporanea

The Handmaid's Tale finale serie moss

Ci sono serie che si guardano per la trama, altre per i personaggi, altre ancora perché riescono a diventare un punto di riferimento culturale. The Handmaid’s Tale appartiene a quest’ultima categoria. Non è una visione comoda, né una serie da consigliare con leggerezza: è cupa, durissima, a tratti respingente. Ma proprio per questo resta una delle opere televisive più importanti degli ultimi anni, capace di lasciare un segno anche quando mette a disagio.

Il motivo principale è semplice: Gilead non è un futuro impossibile, ma un incubo costruito con materiali già esistiti. Margaret Atwood ha sempre insistito su questo punto: nel creare The Handmaid’s Tale non ha inserito nulla che non avesse un precedente storico o un equivalente moderno. Il romanzo nasce quindi non come fantascienza pura, ma come “speculative fiction”, una distopia che non inventa il male: lo ricompone e lo rende riconoscibile.

La serie Hulu, poi, ha avuto la forza di trasformare quell’impianto letterario in un’immagine politica immediata. Quando arrivò nel 2017, molti critici notarono la sua inquietante tempestività: una storia in cui un governo usa la paura, reprime il dissenso e cancella i diritti riproduttivi delle donne sembrava parlare direttamente al presente. Gilead è stata definita come un “fascismo biblico”: non solo dittatura, ma dittatura travestita da ordine morale, dove il controllo passa attraverso la religione e la manipolazione del linguaggio.

Il punto, però, è che The Handmaid’s Tale non funziona solo perché “è attuale”. Funziona perché racconta la politica attraverso il corpo. La privazione della libertà non è astratta: passa dai vestiti, dagli sguardi abbassati, dalle stanze chiuse, dai rituali imposti, dal linguaggio che cambia significato. La serie immerge lo spettatore in una oppressione quotidiana e normalizzata, rendendola ancora più inquietante proprio perché ordinata e silenziosa, mai spettacolarizzata nel modo più facile.

handmaid's tale 2È qui che l’adattamento televisivo trova la sua forza visiva. La claustrofobia di June non viene solo raccontata, ma costruita in immagini: colori rigidissimi, spazi simmetrici, corpi trasformati in simboli. La bellezza formale non addolcisce la violenza, la rende più disturbante. È un mondo in cui tutto è controllo, anche ciò che sembra neutro o estetico.

La grande differenza rispetto al romanzo è che la serie trasforma una narrazione interiore in un racconto più attivo e seriale. Questo ha dato nuova energia, ma ha anche aperto una questione: fino a che punto una distopia femminista può mostrare brutalità senza trasformarla in spettacolo? È un equilibrio delicato, che la serie a volte gestisce con precisione e altre volte mette in crisi.

È una domanda centrale, perché The Handmaid’s Tale è più efficace quando non si limita a scioccare. Le scene più forti sono quelle in cui mostra quanto facilmente una società possa abituarsi all’orrore. L’idea dell’“anormale reso normale” è il vero cuore della serie: non racconta solo la caduta di una democrazia, ma il modo in cui le persone imparano a viverci dentro, accettando compromessi sempre più profondi.

Questo spiega anche perché sia diventata un simbolo femminista globale. Non perché offra risposte semplici, ma perché mette al centro il controllo sistematico del corpo femminile. La distopia qui non è evasione: è denuncia, rappresentazione, memoria, e proprio per questo resta scomoda.

Ed è proprio questa tensione a rendere The Handmaid’s Tale interessante anche quando divide. È una serie necessaria perché costringe a guardare il rapporto tra potere, religione e patriarcato, ma può diventare estenuante perché costruita su una sofferenza reiterata che non sempre evolve.

Ridurla a una serie “sulla sofferenza delle donne” sarebbe però limitante. The Handmaid’s Tale parla anche di complicità, sopravvivenza, memoria e compromesso. Racconta chi opprime, chi obbedisce, chi si adatta e chi resiste, senza costruire un mondo diviso tra buoni e cattivi.

La sua forza sta nel non rendere tutti innocenti. Gilead non è popolata solo da mostri, ma da persone che hanno accettato un sistema mostruoso perché offriva sicurezza, status o protezione. È questa ambiguità a renderla credibile e inquietante.

Per questo vale ancora la pena vederla. Non perché sia perfetta, ma perché poche serie hanno trasformato una distopia in qualcosa di così riconoscibile, politico e disturbante. The Handmaid’s Tale non è intrattenimento: è uno specchio del presente, capace di mettere in discussione chi guarda.

La sua domanda più inquietante non è “potrebbe succedere?”. È: quanto di questo esiste già? E quando una serie riesce ancora a farti porre questa domanda, significa che il suo valore non si è esaurito.

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