Su Netflix trovi lo Sherlock Holmes spagnolo, la miniserie che tutti stanno guardando
10/10/2026 news di Andrea Palazzolo
La miniserie spagnola su Netflix in pieno stile Sherlock Holmes. Un omicidio e un omaggio ai gialli classici.

Cosa succede quando un attore che ha passato una vita a fingere di essere il detective più famoso del mondo si trova davanti a un cadavere vero? Non è l’inizio di una barzelletta, ma la premessa di Il problema finale, miniserie spagnola che Netflix ha lanciato il 25 settembre 2026 e che sta conquistando gli appassionati di gialli classici in tutta Europa.
Quattro episodi da cinquanta minuti ciascuno, diretti da Félix Viscarret e tratti dall’omonimo romanzo di Arturo Pérez-Reverte pubblicato nel 2023. Una storia che recupera la struttura più pura del mystery a enigma, quella tradizione narrativa in cui un gruppo ristretto di persone si ritrova isolato, un delitto viene commesso e l’assassino deve per forza trovarsi tra i presenti. Nessuna fuga possibile, nessun colpevole esterno. Solo logica, deduzione e la capacità di leggere i dettagli che gli altri ignorano.
Siamo nella primavera del 1959, su una piccola isola nei pressi di Maiorca. Una violenta tempesta isola tredici persone in un albergo. Non possono andarsene e nessuno può raggiungerle finché il maltempo non si placa. In questo scenario da cartolina mediterranea, ma improvvisamente ostile, viene trovata morta Elisa Mander, turista inglese riservata e apparentemente senza nemici. Le autorità pensano subito al suicidio. Troppo semplice.
Tra gli ospiti bloccati dall’uragano c’è Basil, interpretato da José Coronado, volto iconico del cinema e della televisione spagnola. Basil è un attore in declino, la cui carriera ha conosciuto tempi migliori quando impersonava Sherlock Holmes sul grande schermo. Ora è in pensione, o quasi. Non è un poliziotto, non ha mai frequentato un’accademia investigativa, non possiede alcun titolo ufficiale. Ma per anni ha studiato i metodi di Holmes, ha imparato a ragionare come lui, a osservare quello che sfugge agli altri, a costruire catene deduttive partendo da un dettaglio apparentemente insignificante. Ha recitato quella parte così a lungo che i meccanismi mentali del detective sono diventati, in qualche modo, anche i suoi.
Quando emergono particolari che non tornano nella morte di Elisa, quando il suicidio inizia a sembrare una facciata troppo comoda, Basil viene quasi naturalmente spinto a occuparsi del caso. Non per senso del dovere o per ambizione, ma perché quella situazione assomiglia troppo alle sceneggiature che ha interpretato per non provare a mettersi in gioco. Il problema è evidente e angosciante: se nessuno ha potuto lasciare l’isola e nessuno è arrivato dall’esterno, l’assassino è uno dei tredici. Uno di loro ha ucciso. E tutti diventano sospettati.
Basil non affronta l’indagine da solo. Al suo fianco c’è Foxá, interpretato da Martiño Rivas, conosciuto dal pubblico internazionale per il suo ruolo ne Le ragazze del centralino. Foxá è un aspirante scrittore di thriller, affascinato dai meccanismi del mistero quanto Basil lo è da quelli della recitazione. Insieme formano una coppia che richiama apertamente Holmes e Watson, con una differenza sostanziale: nessuno dei due è davvero quello che finge di essere. Basil non è un detective, Foxá non è ancora uno scrittore. Eppure entrambi conoscono perfettamente le regole del gioco del giallo perché le hanno studiate, vissute, respirate in forma di finzione. E ora devono verificare se quelle regole funzionano anche quando le vittime sono reali e il pericolo concreto.
In un panorama televisivo spesso dominato da narrazioni frammentate e colpi di scena continue, questa serie spagnola sceglie la strada della costruzione paziente, del rispetto per l’intelligenza del pubblico, della fiducia nei meccanismi narrativi consolidati. E funziona proprio perché non cerca di reinventare la ruota, ma di farla girare nel modo migliore possibile.
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