28 aprile 2017

[recensione BIFFF 35] The White King di Alex Helfrecht e Jörg Tittel

Una distopia lacrimevole che assembla suggestioni varie senza riuscire a portare a degno compimento le molteplici suggestioni solo abbozzate

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28 aprile 2017
The White King 2

Dominato da un’atmosfera latamente fantascientifica, The White King di Alex Helfrecht e Jörg Tittel spreca i presupposti più che intriganti in una narrazione confusa e priva di alcuna efficacia. 

The White King posterTratto dall’omonimo libro di Gyorgy Dragoman, ispirato alla dittatura in un paese ex-sovietico, l’apertura del film, un breve inserto animato che ci introduce a una dittatura agricola, che vuole abbandonare la tecnilogia per tornare alla semplicità e salubrità della vita nei campi, è certo riuscito, la sua parte migliore. Purtroppo però il tono paradossale e l’idea alla base rimangono solo collaterale e appena abbozzate, per lasciare spazio a un drammone lacrimevole su un bambino problematico, il cui padre è stato arrestato da una non definita polizia di stato. Infatti, Bildungsroman dai toni oltremodo patetici, la pellicola che di fantapolitico ha poco e mal assemblato, vede il piccolo Djata (Lorenzo Allchurch) e la madre (Agyness Deyn) a doversi scontrare con la dura realtà di essere imparentati a un traditore, Peter Fitz (Ross Partridge) e perciò non desiderati. L’uomo viene infatti prelevato di ritorno a casa da una gita da due misteriosi individui, ma non viene assolutamente spiegato il crimine di cui viene accusato. La narrazione poi prosegue con lo sconnesso susseguirsi di frammenti di avventure giovanili alla Stand by Me – Ricordo di un’estate e momenti tragici, a delineare la durezza del regime, che vengono combinati tra loro in maniera piuttosto casuale e inorganica. Così da una parte assistiamo ai traumi infantili, quando il ragazzino ruba la bandiera invece di crearla per una celebrezione di regime e di risposta il maestro gli tira un pugno nella pancia e lo costringe a cantare con un cartello con scritto ladro, oppure lo seguiamo nella sua lotta contro un gruppo di bulli, che gli rubano il pallone e la vicenda si conclude con l’accoltellamento di uno di loro ad opera di Djata. Se i singoli episodi avrebbero potuto essere dotati del giusto grado di paradossalità, nella descrizione del protagonista come dei fatti, tutto è invece abbozzato, senza avere l’anima giustamente nera che ci si aspetterebbe. The White King cerca difatti di delineare, operazione assai complessa, un racconto di formazione radicato in totalitarismo repressivo, ma sospeso tra l’approccio paradossale all’infanzia al centro del paradossale e inquietante, nonchè molto più riuscito Infanzia di un leader (The Childhood of a Leader) di Brady Corbet e il lirismo commovente e fantastico di Il labirinto del Fauno (El laberinto del fauno) di Guillermo del Toro, la pellicola Helfrecht e Tittel non riesce ad ottenere così nessuno dei due effetti, e crea solo un ritratto psicologicamente piuttosto confuso.

The White King 1Ancor peggio è la rappresentazione del regime e delle componenti più marcatamete fantascientifiche. Le premesse, ovvero la società antitecnologica che abbandona ogni progresso per tornare alla vita nei campi, sono concretizzate solo in un’inspiegabile tomba dei computer e dei loro utilizzatori a cui guardiano c’è uno strambo individuo, affastellati e serbati lì secondo un’inspiegabile ratio; la loro scoperta peraltro non avrà conseguenza alcuna, sembra più uno spunto per poter attaccare l’etichetta di sci-fi a quel che altrimenti sarebbe stato un dramma su un regime non ben caratterizzato. D’altra parte anche l’incarcerazione nonchè la nota più eminentemente politica lasciano a desiderare e i rappresentanti della repressione sono poco credibili quanto balzani: gli agenti che prelevano il padre, prima mantengo un segreto da polizia politica stalinista, poi d’improvviso si palesano nella casa di moglie e figlio del prigioniero spaccando tazze, urlando a gran voce della reclusione e prospettando anche ai consanguinei del dissidente un simile destino. Infine, sembrerebbe, impongono ai negizianti di zona di non vendere beni di prima necessità ai due sfortunati, quale colpa abbia determinato un simile cambio di rotta non è del tutto chiara (parrebbe il sapracitato furto della bandiera o la mera parentela che scatta a scoppio ritardato…); il lasso temporale è oscuro almeno quanto le cause stesse della nefasta degenerazione della situazione. Infine, sempre in questo incoerente procedere, compare il nonno il Colonel Fitz (Jonathan Pryce), gerarca che prima induce il nipote a uccidere i gatti e poi repentinamente approda ad un edificante ravvedimento, ugualmente opportuno nel timing e poco spiegato nel suo maturarsi a livello di evoluzione psicologica. A ciò si aggiunge in ultimo che un eroismo concettoso del piccolo e della genitrice, da cui nascono un paio di scene a dir poco grottesche; esempio principe è quella in cui l’adoloscente insegue di corsa la macchina che porta via il padre, un po’ come il robotico T‑X nell’epocale corsa in Terminator 3 – Le macchine ribelli (Terminator 3: Rise of the Machines) di Jonathan Mostow, e in cui non solo non è seminato dal mezzo, ma distanzia pure la madre in bicicletta di almento 10 metri, cosicché dall’epico si passi immediatamente al farsesco.

Somma di sottotrame tutte accatastate una sull’altra e nessuna portata a degno compimento, approfondita come avrebbe meritato, The White King si avvale allora di un immaginario già visto, e meglio realizzato in adattamenti quale il meraviglioso Fahrenheit 451 di François Truffaut, ma si scorda di rendere la minaccia del totalitarismo davvero tangibile, davvero disturbante. Si limita invece a combinare le vicissitudini di un ragazzino travagliato a qualche elemento ritrito e ad un panorama squallido e campestre – anch’esso solo accennato sbrigativamente -, credendo che ciò possa bastare per rendere a una distopia credibile e toccante, ma non è in grado di materializzare i suoi tiranni, né la minaccia vagheggiata.

Di seguito il trailer originale:

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Titolo
[recensione BIFFF 35] The White King di Alex Helfrecht e Jörg Tittel
Descrizione
Una distopia lacrimevole che assembla suggestioni varie senza riuscire a portare a degno compimento le molteplici suggestioni solo abbozzate
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Il Cineocchio
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