9 novembre 2016

[recensione] Genius di Michael Grandage

Il regista adatta per il grande schermo il romanzo di Scott Berg che racconta il rapporto tra lo scrittore Thomas Wolfe e il suo editor Maxwell Perkins, interpretati dalla coppia di star formata da Jude Law e Colin Firth

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9 novembre 2016
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Che cos’è il genio? “Fantasia, intuizione, decisione e velocità di esecuzione”, rispondevano gli “zingari” di Amici Miei. La formula viene corretta con l’aggiunta di “tormento e follia” in Genius, prima opera cinematografica del regista teatrale Michael Grandage, che racconta sul grande schermo il rapporto tra lo scrittore americano Thomas Wolfe (Jude Law) e il suo editor Maxwell Perkins (Colin Firth), già scopritore di Ernest Hemingway e Francis Scott Fitzgerald. E’ la vecchia storia degli opposti che si attraggono: uno è scrittore dal talento cristallino e dal carattere sovraeccitato, non viene compreso dagli editori che rifiutano il suo libro, vive con una donna sposata soggetta a crisi di nervi; l’altro è buon padre di famiglia, di poche parole, con un’occupazione sicura e ben remunerata. Nulla in comune a parte la smania per il lavoro sulle pagine, che Tom scrive e Max legge e corregge: è questo il punto d’incontro tra due anime così diverse e si realizza quando all’editor viene recapitato il romanzo di Wolfe. All’inizio promette svogliatamente di dargli un’occhiata veloce, ma poi arriva a barricarsi nello sgabuzzino di casa pur di leggerlo con attenzione e scoprire così di aver a che fare con un genio. Il diamante ha però bisogno di essere ripulito dal carbone e Perkins è costretto agli straordinari per asciugare il linguaggio e tagliare interi paragrafi delle prime stesure di Wolfe, che della sintesi è acerrimo nemico. I due iniziano così a lavorare di giorno e di notte, trascurando ogni altro impegno per il disappunto dei rispettivi cari, in particolare della compagna di Tom, Aline Bernstein (Nicole Kidman), finché non arriva il preventivato successo. Altro giro e altro regalo, finché tra i due qualcosa si rompe. La malattia dello scrittore non concederà il tempo per riaggiustarlo.

locandina-genius-michael-grandageIl film è basato sulla biografia Max Perkins – L’editor dei geni realizzata da Andrew Scott Berg, uno dei più stimati autori in questo genere, che è solito impiegare dai sette ai dieci anni nelle ricerche relative al personaggio prima di raccontarne la vita. C’è da chiedersi come possa un biografo tanto scrupoloso aver avallato la scelta di Nicole Kidman per la parte di Aline Bernstein: non che non sia brava, anzi. Ma la Bernstein era vent’anni più vecchia di Wolfe (mentre la Kidman ha appena cinque anni più di Jude Law) e la sua adorazione per lui, come confessa apertamente in una scena del film, derivava proprio dal fatto di aver trovato un uomo che la facesse sentire desiderata quando non credeva più di esserlo. Mettere questa battuta in bocca alla Kidman, oltretutto nemmeno invecchiata dal trucco, è a dir poco inopportuno e denota una certa superficialità nella ricostruzione storica, che invece è ben riuscita per quanto riguarda scenografie e costumi. A voler essere pignoli si potrebbe muovere un’altra critica sul fatto che due figure come Hemingway e Fitzgerald vengano inserite a far da tappezzeria, perché due soggetti di tal calibro non possono recitare la parte dei comprimari in un film che racconta proprio quel contesto e quell’epoca di cui furono protagonisti incontrastati. Non è paragonabile il ricorso che fece a loro due (e a tanti altri) Woody Allen in Midnight in Paris: là si intendeva smitizzare con leggerezza il culto del passato ed era funzionale allo scopo renderli quasi due macchiette; qui invece appare come una scorciatoia, per concedere al pubblico – che per lo più non conosce Thomas Wolfe – due nomi noti. Meglio sarebbe stato non inserirli nella sceneggiatura. All’infuori di queste pignolerie da addetti ai lavori, il film è apprezzabile per la ricostruzione della New York anni Venti-Trenta, con le sue tipiche case, il porto, i jazz club dell’epoca. Proprio all’interno di uno di questi locali si svolge la scena più significativa del film, con i due protagonisti che mettono a confronto le rispettive concezioni dell’arte e della vita. I duetti tra Wolfe e Perkins sono il punto forte del lavoro di Grandage, che sembra quasi voler lasciare allo spettatore il dubbio su quale dei due personaggi sia il vero destinatario dell’appellativo di “genio”: l’uomo di successo che non sbaglia un colpo o il talento disordinato? A farci sorgere questo dubbio contribuisce di certo lo straordinario lavoro di Colin Firth nella parte dell’uomo che sta dietro le quinte un po’ per mestiere e un po’ per carattere. Firth appartiene alla schiatta dei Gabin, dei Lino Ventura, di certi attori inglesi provenienti dal teatro: di quegli interpreti, cioè, che riescono a rendere alla perfezione un personaggio con la sola mimica, senza tanti gesti inutili. In questo è aiutato dal dover interpretare un uomo la cui sola bizzarria è quella di non togliersi il cappello nemmeno a tavola (chissà perché?). Discorso opposto per Jude Law, che offre una prova in certi momenti troppo carica, ma gli va riconosciuto che a lui è toccata la parte più sopra le righe tra le due, dunque la più difficile. Decretiamo dunque Firth vincitore ai punti, e non per K.O., di questa gara tra divi.

Di seguito il trailer ufficiale italiano di Genius, nei cinema dal 9 novembre:

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[recensione] Genius di Michael Grandage
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Il regista adatta per il grande schermo il romanzo di Scott Berg che racconta il rapporto tra lo scrittore Thomas Wolfe e il suo editor Maxwell Perkins, interpretati dalla coppia di star formata da Jude Law e Colin Firth
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Il Cineocchio
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