31 marzo 2017

[recensione] L’altro volto della speranza di Aki Kaurismäki

Il maestro finlandese racconta, con la poesia che gli è propria, una storia di solidarietà e accoglienza nella sua Helsinki

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31 marzo 2017
l'altro volto della speranza

Se qualcuno gl’indicasse la Luna, Aki Kaurismaki guarderebbe il dito. Un detto usato solitamente con accezione negativa passa a indicare il migliore dei pregi quando il destinatario è un narratore e regista. Per lui non è infatti sinonimo di distrazione o incapacità di cogliere le cose importanti, ma viceversa di sensibilità e intelligenza nel trovare importanza nelle piccole cose e nelle storie degli ultimi, posando gli occhi su ciò che non attira l’attenzione delle folle. In tal modo riesce a fornire, prima a sè stesso e poi al pubblico, un quadro azzeccato e mai banale sui temi di attualità, uscendo dai racconti convenzionali che si vedono sul grande schermo. Come Emir Kusturica è il cantore dell’Europa dell’est, Kaurismaki lo è di quella del nord; ma partendo dall’ambiente che meglio conoscono, entrambi finiscono per trovare quell’uomo che Diogene “il Cane” andava cercando con una lanterna.

locandina L'altro volto della speranzaVedendo L’altro volto della speranza ci si accorge di quanto possa essere sottile il filo che collega l’antica Grecia alla moderna Finlandia. Come suo costume, all’infuori di due sconfinamenti in Francia, il regista sceglie infatti di ambientare la storia nella sua terra, a Helsinki, dove si incontrano due vite molto diverse: quella dell’insoddisfatto commesso viaggiatore Wilkstrom (Sakari Kuosmanen) e quella del siriano Khaled (Sherwan Haji) in fuga dalla guerra di Aleppo. Il primo, stufo di vendere camicie, lascia il lavoro e la moglie (scena esilarante nella sua essenzialità) e vince a un tavolo da poker la somma necessaria a rilevare una bettola con tre bislacchi dipendenti. Il secondo, arrivato da clandestino e preoccupato per la sorella ancora sotto le bombe, non ottiene lo status di rifugiato ma riesce ad eludere l’obbligo di rimpatrio finendo col farsi assumere come cuoco del locale. Due storie di riscatto che si fondono in una sola e soprattutto nella Storia, sviluppando il tema dell’immigrazione e dell’accoglienza nel solco che il regista ha cominciato a tracciare con Miracolo a Le Havre. Nella sua affermazione che questo costituisca il secondo capitolo di una trilogia di ambientazione portuale e che il suo lavoro proceda in tal modo solo allo scopo di vincere una pigrizia che altrimenti lo porterebbe all’inattività vi è tutto lo spirito del maestro, che si ritrova anche nei suoi film. A una narrazione in cui l’umorismo prevale sull’indignazione e la sensibilità sulla retorica corrispondono accorgimenti tecnici sulla stessa lunghezza d’onda, come la scelta di utilizzare le ormai rarissime pellicole 35mm o la predilezione per le camere fisse.

Kaurismaki non ha bisogno di far beccheggiare l’obiettivo per scavare nell’anima dei suoi personaggi e non vuole che gl’interpreti eccedano nella loro coloritura, che deve emergere in modo naturale (“Dico agli attori di non muoversi troppo e di non scuotere le mani come pale dei mulini a vento”). Non ha bisogno di dare troppe indicazioni perché la combriccola di attori di cui si avvale è sempre la stessa: Kuosmanen torna a lavorare con Kaurismaki dopo L’omo senza passato, così come avevano già girato con lui i caratteristi Ilkka Koivula e Janne Hyytiainen, per non parlare della veterana Kati Outinen, che da Nuvole in Viaggio del 1996 è stata presente in ogni suo film. La loro conoscenza col maestro crea un tale affiatamento sul set da renderli tutti impeccabili – sia i due protagonisti sia gli splendidi caratteristi – nell’assecondarne le indicazioni, misurando gesti ed espressioni in modo che nelle loro interpretazioni non vi sia nulla di troppo ma nulla di mancante. Ai loro silenzi fanno da contraltare gl’ingredienti tipici del cinema di Kaurismaki: una scoppiettante colonna sonora, una serie di immagini che paiono quadretti dipinti e un umorismo in guanti bianchi. Il risultato è un film “fatto in casa” per il quale tanto la critica quanto il pubblico – che ha avuto modo di vederlo in anteprima al Festival di Berlino – hanno mostrato grande apprezzamento; dalla Giuria è stata invece considerato meritevole solo del quarto premio in ordine d’importanza, l’Orso d’Argento alla regia. Inattesa la reazione di un artista lieve come Kaurismaki, che per la stizza si è addirittura rifiutato di salire sul palco a ritirarlo. I criteri di valutazione, comunque, diventano sempre più incomprensibili. Aveva proprio ragione Leo Longanesi quando affermava che “i premi non basta rifiutarli: bisognerebbe non meritarli”.

Di seguito il trailer italiano ufficiale di L’altro volto della speranza, nei cinema dal 6 aprile:

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[recensione] L'altro volto della speranza di Aki Kaurismäki
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Il maestro finlandese racconta, con la poesia che gli è propria, una storia di solidarietà e accoglienza nella sua Helsinki
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Il Cineocchio
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