10 gennaio 2017

[recensione] Split di M. Night Shyamalan

La prestazione di James McAvoy salva un film che gioca come da tradizione la carta del consueto twist finale inaspettato per emozionare lo spettatore e fargli dimenticare quanto visto prima

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10 gennaio 2017
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La reputazione di M. Night Shyamalan per i colpi di scena inaspettati potrebbe vacillare dopo Split, sua seconda collaborazione con la Blumhouse Productions. Il film è infatti gravato da una storia che viaggia su binari debolmente familiari. Il thriller, che vede delle ragazze rapite in pericolo, cerca un po’ di originalità affidandosi al disturbo dissociativo dell’identità (DID), finendo però per suonare una stantia e poco divertente ricostruzione di United States of Tara. Solo la performance multi-sfaccettata di James McAvoy (da vedere rigorosamente in lingua originale) salva la pellicola dalla mediocrità.

locandina-splitDopo una normalissima festa di compleanno, tre ragazze, le amiche Claire (Haley Lu Richardson), Marcia (Jessica Sula) e la strana e solitaria Casey (Anya Taylor-Joy), vengono rapite in pieno giorno. Il loro rapitore (McAvoy) le rinchiude in una stanza senza finestre, quindi procede a spaventarle e confonderle. Un minuto prima si presenta occhialuto e ossessionato dalla pulizia, un attimo dopo in abiti femminili, l’altro dopo ancora si comporta come un bambino di nove anni.

Gli incontri del sequestratore con il suo psichiatra, la Dott.ssa Fletcher (Betty Buckley), rivelano presto che soffre di un disturbo dissociativo dell’identità – quello comunemente chiamato disturbo di personalità multipla – e ospita ben 23 personaggi diversi dentro di sé, noti come ‘alter’. Il suo vero nome è Kevin, anche se si reca dalla dottoressa come Barry, ma potrebbe in realtà essere pure Dennis sotto mentite spoglie …

L’identità dominante di Kevin, Barry, è stata surclassata da alter sgraditi e precedentemente soppressi: Dennis e Miss Patricia sono responsabili per il rapimento delle ragazze e intendono consegnarle a una misteriosa entità conosciuta come The Beast/La Bestia. Mentre la Dott.ssa Fletcher cerca di capire esattamente quello che è successo a Kevin e come possa aiutarlo, i flashback dell’infanzia di Casey mostrano che lei non è poi così incontaminata e ingenua come il suo rapitore ritiene che sia.

La storia si basa essenzialmente sulla convinzione della Fletcher che in alcuni pazienti con DID esistano differenze fisiche tra le varie identità – per esempio, una donna cieca potrebbe avere un’identità che può vedere, oppure la forza di piegare delle sbarre d’acciaio ecc. Split dipinge la malattia mentale e gli abusi sui bambini come una potenziale fonte di potere, forse addirittura di poteri soprannaturali. E non è difficile capire dove questo potrebbe portare, in particolare in un film di Shyamalan (occhio alla locandina).

SPLIT 3La suspense dovrebbe guidare quindi l’azione, con le tre giovani prigioniere che tramano per fuggire in qualche modo dal curioso carcere dove sono segregate. Ma una certa dose di prevedibilità e le solite ‘coincidenze’ diluiscono le emozioni (e allungano il film). Inoltre, il ritmo rallenta a passo d’uomo nelle sequenze in cui la psichiatra viene relegata a un ruolo esplicativo, recitando grandi blocchi di teorie DID agli spettatori poco preparati, proprio come succedeva nelle lezioni di Morgan Freeman in Lucy.

Come si diceva in apertura, Split evita di essere del tutto vacuo grazie alla performance da applausi di McAvoy (affiancato a pieno titolo dalla Taylor-Joy, che dimostra di essere attrice drammatica di spessore) mentre scivola attraverso quelle personalità, a volte da una battuta all’altra. Le sue trasformazioni sono così estreme e credibili che sembra quasi che le ossa del suo viso si stiano spostando per accogliere ogni identità emergente. Allo stesso tempo tuttavia, molti dei personaggi sono troppo simili tra loro per generare un particolare interesse da soli.

Purtroppo, gli altri protagonisti sono meno approfonditi rispetto agli alter. Split si basa troppo pesantemente sui primi piani del volto della magnetica Casey per sopperire alla mancanza di forza della sceneggiatura. Le altre due ragazze hanno delle backstories appena abbozzate, la Buckley regala una deliziosa battuta su Hooters, ma altrimenti è relegata a chiacchiere standard da psichiatra.

split-shyamalan-mcavoyLa dodicesima fatica del regista nato in India (che si regala un cameo anche qui) ha comunque un certo appeal visivo. E se le riprese della sontuosa scalinata nello studio della dottoressa Fletcher sembrano un po’ troppo compiaciute, è vero che ogni minimo dettaglio nella tana senza finestre del rapitore è studiato e non ci sono due stanze che si assomiglino.

Naturalmente, Shyamalan non può resistere al marchio di fabbrica della svolta finale a sorpresa, che non è certo qualcosa che lo spettatore meno attento si potrebbe aspettare o qualcosa di assimilabile alle opere precedenti, ma che raggiunge in ogni caso l’obiettivo di distrarre da una risoluzione della vicenda altrimenti vaga e poco interessante e di far dimenticare quanto accaduto nelle due ore che l’hanno preceduto. Split avrebbe potuto essere un thriller sui rapimenti, un dramma psicologico oppure un film d’azione contorto. Invece, il suo tentativo di combinare tutti questi elementi porta a una conclusione meno soddisfacente della comparsa di un’ulteriore dozzina di personalità di McAvoy.

Di seguito il trailer ufficiale italiano di Split, nei cinema dal 26 gennaio:

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[recensione] Split di M. Night Shyamalan
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La prestazione di James McAvoy salva un film che gioca come da tradizione la carta del consueto twist finale inaspettato per emozionare lo spettatore e fargli dimenticare quanto visto prima
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