28 ottobre 2016

[recensione] Under The Shadow di Babak Anvari

Il demoniaco prende la forma di un Jinn durante i bombardamenti di Teheran in un’originale lettura del genere delle case stregate

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28 ottobre 2016
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Inedito approccio al format della casa stregata – e ancora inedito in Italia -, Under the Shadow di Babak Anvari rielabora l’idea della presenza demoniaca declinandola secondo la cultura iraniana e collocandola nel terribile periodo degli attacchi a Teheran durante la Guerra del Golfo.

under-the-shadow1980, Shideh (Narges Rashidi), dopo aver preso parte alle manifestazioni studentesche nel periodo di influenza sovietica del suo paese, non può più tornare a studiare medicina, non le è più permesso perché ai tempi fu schedata. Si apre così il film, con una madre frustrata, in un periodo di cambiamento per il proprio paese, la donna sfoga il suo scontento sulla figlia Dorsa (Avin Manshadi) e sul marito, Iraj (Bobby Naderi), che invece ha potuto laurearsi e ora pratica la professione che lei ha sempre sognato di svolgere. Anzitutto il clima è teso per qualcosa di molto più quotidiano, comune, screzi familiari normali, ma è il contesto di fondo a non essere ordinario. Si tratta di un momento terribile per Teheran, il vicino Iraq attacca l’Iran e la città è bombardata, ai confini e per il paese gli scontri si fanno più cruenti ogni giorno di più e, come dottore, Iraj è chiamato al fronte, a dare il suo contributo. Si susseguono il suono sinistro delle sirene e le scosse causate dalle bombe, che piovono sull’abitato. Shideh rimasta da sola a casa con la bambina, si rifiuta testardamente di andare dalla suocera, ma la situazione di giorno in giorno diviene sempre più invivibile. L’atmosfera è tesa, la paura pervade le vite degli abitanti del palazzo, reso più sinistro ogni ora dalle crepe sui muri provocate dalle scosse e dall’abbandonano uno dopo l’altro dei suoi inquilini, che sfuggono alla guerra e si trasferiscono in zone più sicure.

Under the Shadow è capace di costruire un’atmosfera sinistra, agghiacciante, con pochi e studiati mezzi espressivi, non necessita di grandi effetti speciali, la parte orrorifica è radicata in primis in fatti reali, storici, e accresciuta dalla recitazione dei personaggi o da semplici particolare, declinando il consueto, il conosciuto e il domestico in incubo. Anzitutto c’è il conflitto bellico, la paura reale, a cui si somma una situazione sempre più asfissiante per la protagonista. E’ indifesa, sola con la figlia, mentre il mondo intorno cade a pezzi, i demoni sembrano frutto della sua mente e di quella della bambina per buona parte dello svolgimento e qui sta la maestria di Anvari. La presenza maligna sembra frutto della fantasia infantile, sconvolta per gli eventi, Dorsa afferma che nel loro palazzo ci sia un Jinn, un Genio, entità demonica propria della tradizione islamica (menzionata più volte nelle celebri Mille e una Notte e con accezione spesso decisamente più negativa di quella da noi attribuitagli). Un bambino, il nipote di una vicina, orfano e muto per uno shock subito, le ha detto che lo aveva seguito e ora abita lì (solo lei ne sente la voce). Viene da credere che tale entità maligna sia in realtà l’incarnazione della guerra stessa, che miete vittime e riempie gli animi di tenebra, ma non è così.

under-the-shadowSono alcuni dettagli, prima secondari, poi sempre più consistenti a persuaderci che il Jinn è reale, non solo allegorico, e come un demone si nutre delle anime a cui si lega e viaggia con i venti. In un’escalation, prima un vicino muore d’infarto, sembra la causa sia un missile che ha squarciato il soffitto, ma la figlia è persuasa che stesse fissando qualcos’altro, terrorizzato, al momento della sua tragica dipartita. Poco dopo scompare Kimia, la bambola della piccola, evento banale eppure inquietante: per possederti l’anima il genio ti ruba un oggetto a cui sei affezionata. Poi tutto degenera, a Dorsa viene una febbre altissima e psicosomatica, poi inizia a comportarsi in modo assurdo, parla con una vecchia signora misteriosa e diviene catatonica. La madre prima crede si tratti di stress post-traumatico, ma anche lei inizia a soffrire di allucinazioni, una psicosi o sono veramente entità sovrannaturali?

Profondamente dissimile dalle saghe americane alla L’Evocazione – The Conjuring di James Wan, che basano la costruzione di un senso di terrore sull’alternanza di effetti speciali e escamotage per spaventare lo spettatore, il più delle volte piuttosto standardizzati, in Under the Shadow l’inquietudine, di ansia è edificata più lentamente, è psicologica, vissuta attraverso le percezioni spesso distorte delle protagoniste stesse, infine è complessa, raggruppa in sé un’ampia gamma di sensazioni che alla pura paura unisce la disperazione, l’amarezza, l’insofferenza, la solitudine.

Con uno sguardo diverso, dove l’umano e il sovraumano sono altrettanto malvagi, terrificanti, Anvari ci dona un dramma antropologico che va ben oltre la semplice pellicola del terrore.

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[recensione] Under The Shadow di Babak Anvari
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Il demoniaco prende la forma di un Jinn durante i bombardamenti di Teheran in un'originale lettura del genere delle case stregate
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Il Cineocchio
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