Voto: 6/10 Titolo originale: Mercury Rising , uscita: 03-04-1998. Budget: $60,000,000. Regista: Harold Becker.
Codice Mercury, un thriller vecchia scuola che funziona meglio della sua assurda premessa
10/09/2026 recensione film Codice Mercury di William Maga
Harold Becker costruisce un solido thriller di cospirazione attorno a Bruce Willis e Miko Hughes, ma una premessa improbabile e una rappresentazione dell’autismo molto datata ne limitano ancora oggi l’efficacia

C’è qualcosa di profondamente anni Novanta in Codice Mercury: un agente federale tormentato, un complotto che arriva ai vertici dei servizi segreti, un bambino da proteggere e Bruce Willis chiamato ancora una volta a salvare la situazione praticamente da solo. Uscito nel 1998 e diretto da Harold Becker, il film appartiene a quella generazione di thriller hollywoodiani costruiti con professionalità, star riconoscibili e meccanismi narrativi talmente familiari da risultare quasi rassicuranti. Il problema è che, a distanza di quasi trent’anni, proprio quei meccanismi mostrano tutti i loro limiti.
Willis interpreta Art Jeffries, agente dell’FBI segnato dal fallimento di una missione sotto copertura. Quando viene coinvolto nel caso di Simon Lynch, un bambino autistico di nove anni rimasto improvvisamente solo, scopre che dietro la tragedia si nasconde qualcosa di molto più grande. Simon è infatti riuscito a decifrare un sofisticatissimo codice della NSA semplicemente risolvendo un rompicapo pubblicato su una rivista. Per chi ha creato quel sistema, la sua stessa esistenza diventa quindi una minaccia.
È una premessa perfetta per un thriller, almeno finché non ci si ferma a pensarci. L’idea che un codice utilizzato per operazioni di sicurezza nazionale venga deliberatamente inserito in una rivista di enigmistica per verificarne l’inviolabilità richiede infatti una sospensione dell’incredulità considerevole. Codice Mercury non cerca neppure davvero di nasconderlo: prende il suo MacGuffin e corre.
E quando corre, il film sa ancora intrattenere. Becker dirige con quella chiarezza tipica del cinema d’azione di fine anni Novanta, alternando inseguimenti, sparatorie e momenti più intimi senza trasformare tutto in uno spettacolo ipercinetico. La struttura è prevedibile – eroe caduto in disgrazia, bambino innocente, apparato governativo corrotto, cattivo convinto di agire per il bene superiore – ma possiede una solidità artigianale che oggi ha quasi un fascino rétro.
Anche Bruce Willis si muove in un territorio che conosce alla perfezione. Art è una variazione più vulnerabile dei suoi consueti uomini d’azione: trasandato, arrabbiato, emotivamente ferito e in cerca di un’occasione per riscattarsi. Non è uno dei personaggi più memorabili della sua carriera, ma Willis riesce a rendere credibile soprattutto il progressivo rapporto paterno con Simon.
Ed è proprio qui che Codice Mercury mostra maggiormente la propria età. Miko Hughes affronta un ruolo difficile con notevole disciplina, ma Simon è scritto quasi interamente attraverso una concezione dell’autismo oggi riconoscibile come estremamente stereotipata: poco verbale, incapace di stabilire facilmente un contatto visivo o fisico, ma contemporaneamente dotato di capacità matematiche quasi sovrumane.
Il problema non è semplicemente l’inaccuratezza. È soprattutto la funzione narrativa assegnata al bambino. Simon raramente esiste come individuo autonomo: è il genio che mette in moto il complotto, la vittima che deve essere salvata e soprattutto lo strumento attraverso cui Art può ritrovare la propria umanità. Il film gli concede caratteristiche, comportamenti e fragilità, ma quasi mai un vero punto di vista.
Persino il percorso emotivo finisce quindi per appartenere più all’adulto che al bambino. Art non salva soltanto Simon: attraverso Simon salva se stesso, compensando simbolicamente ciò che non era riuscito a fare durante la tragica operazione iniziale. È una costruzione drammaturgica chiarissima, forse persino troppo, perché il film tende continuamente a sottolineare ciò che lo spettatore ha già compreso.
Dall’altra parte c’è Alec Baldwin nei panni di Nicholas Kudrow, dirigente della NSA disposto a eliminare un bambino pur di proteggere Mercury. È un antagonista volutamente glaciale e monolitico, ma Baldwin sfrutta bene la propria eleganza minacciosa e sembra divertirsi ogni volta che può trasformare una conversazione apparentemente civile in una minaccia.
Kim Dickens porta invece naturalezza a un personaggio femminile sacrificato dalla sceneggiatura, mentre il breve contributo di John Carroll Lynch riesce a dare alla famiglia di Simon una dimensione emotiva che il film utilizza poi in maniera piuttosto manipolatoria. Anche la musica di John Barry contribuisce a conferire al racconto una gravità che la sceneggiatura, da sola, non sempre riesce a sostenere.
Codice Mercury rimane così un discreto prodotto medio della Hollywood anni Novanta: assurdo nella premessa, telefonato nello sviluppo, ma abbastanza professionale da continuare a funzionare come intrattenimento. La parte action regge, Willis possiede ancora il carisma necessario e il rapporto con Miko Hughes fornisce al film un centro emotivo autentico. È quando pretende di trasformare quel rapporto in qualcosa di più profondo che emergono i problemi.
Rivederlo oggi significa quindi incontrare contemporaneamente due film: un thriller vecchio stile ancora piacevolmente efficiente e il documento di un modo molto datato con cui Hollywood raccontava l’autismo. Il primo è invecchiato meglio del secondo.
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