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Voto: 6/10 Titolo originale: Mutiny , uscita: 19-08-2026. Budget: $40,000,000. Regista: Jean-François Richet.

Mutiny, recensione: Jason Statham trasforma una nave cargo nel suo nuovo campo di battaglia

09/09/2026 recensione film di Marco Tedesco

Jean-François Richet costruisce un action marittimo semplice, brutale e senza fronzoli. La formula è già vista, ma Statham continua a renderla sorprendentemente efficace

Jason Statham in Mutiny (2026) film

Esiste ormai un genere cinematografico che non ha bisogno di definizioni particolarmente elaborate: il film di Jason Statham. Cambiano il lavoro, il luogo, i cattivi e il pretesto narrativo, ma il principio resta sostanzialmente lo stesso. Qualcuno commette un errore gravissimo, Statham entra in scena e da quel momento il problema viene risolto soprattutto attraverso pugni, coltelli e una concezione molto personale della giustizia.

Mutiny non cerca minimamente di sottrarsi a questa formula. Diretto da Jean-François Richet, già dietro Blood Father e Plane, mette il suo protagonista su una gigantesca nave cargo e gli costruisce intorno una variante marittima del vecchio modello “Die Hard in un certo posto”. È derivativo, prevedibile e narrativamente elementare. Ma per lunghi tratti funziona proprio perché non pretende di essere altro.

Statham interpreta Cole Reed, ex poliziotto e veterano diventato guardia del corpo di un ricco magnate del trasporto marittimo a Bangkok. Quando il suo datore di lavoro viene assassinato e lui viene incastrato per il delitto, Cole si imbarca clandestinamente su una nave della compagnia per trovare i responsabili. A bordo scopre però qualcosa di ancora peggiore: un traffico di esseri umani gestito dal capitano e da un equipaggio di mercenari.

Da quel momento Mutiny smette quasi completamente di fingere di essere un thriller investigativo e diventa ciò che il pubblico probabilmente si aspettava fin dall’inizio: Statham contro una nave piena di uomini armati.

È una scelta sensata. La parte iniziale, con complotti societari, tradimenti e qualche accenno al passato di Cole, è funzionale ma poco memorabile. Richet trova invece il film quando chiude il protagonista dentro corridoi metallici, condotti, passerelle e container. La Artemis diventa una specie di labirinto industriale nel quale ogni elemento può trasformarsi in rifugio, ostacolo o arma.

Il punto forte è soprattutto il modo in cui viene messa in scena l’azione. Richet non punta sulla coreografia elegante alla John Wick, ma su combattimenti brevi, ruvidi e deliberatamente dolorosi. Cole non danza intorno agli avversari: li elimina nel modo più rapido disponibile.

Una serratura, un coltello, un tubo o qualsiasi oggetto presente sulla nave può diventare immediatamente uno strumento offensivo. La violenza è esplicita e spesso improvvisa, e proprio questa rapidità le conferisce una certa efficacia comica. Non perché il film cerchi continuamente la battuta – anzi, Mutiny mantiene un tono insolitamente serio – ma perché Statham affronta situazioni sempre più assurde con la stessa impassibilità con cui potrebbe ordinare un caffè.

È anche qui che emerge ciò che ancora distingue l’attore da molti protagonisti dell’action contemporaneo. A 59 anni, Statham continua a essere fisicamente credibile. Non deve convincerci che Cole Reed sia vulnerabile o psicologicamente complesso; gli basta convincerci che possa entrare in una stanza con quattro uomini armati e uscirne da solo.

Il limite è esattamente l’altra faccia di questa sicurezza. Mutiny non devia quasi mai dalla rotta prevista. Gli antagonisti sono poco più che bersagli, il passato di Cole viene tratteggiato rapidamente e persino la cospirazione centrale riserva poche sorprese.

Annabelle Wallis, nei panni dell’ufficiale Angie, porta un minimo di variazione alla dinamica, ma il personaggio oscilla tra alleata capace e figura da proteggere senza trovare uno spazio davvero autonomo. Anche il capitano interpretato da Roland Møller possiede la presenza fisica necessaria per lo scontro, ma non abbastanza caratterizzazione da diventare un antagonista memorabile.

È difficile accusare Mutiny di non mantenere le promesse. La questione è piuttosto quanto valore si attribuisca ancora a quelle promesse. Il film appartiene a una categoria di action sempre più rara nelle sale: 90 minuti circa, una star riconoscibile, una location chiusa, cattivi facilmente identificabili e pochissimo interesse per universi condivisi o mitologie da espandere.

Mutiny resta quindi cinema d’azione di mestiere: solido quando colpisce, molto meno interessante quando prova a raccontare qualcosa tra un colpo e l’altro. Ma se il motivo per cui si compra il biglietto è vedere Jason Statham attraversare una nave cargo eliminando metodicamente chiunque gli si pari davanti, difficilmente si potrà sostenere di essere stati ingannati.

Al cinema dal 10 settembre.

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