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Darren Aronofsky: “Warner mi chiamò per Batman, poi sparirono”

27/08/2026 news di Pier Paolo Bonelli

Premiato con il Pardo d’Onore a Locarno, il regista ripercorre successi, fallimenti e film mai realizzati, da The Fountain a Il cigno nero

Darren Aronofsky locarno 2026

Quella di Darren Aronofsky è una carriera difficilmente riconducibile a una traiettoria lineare. Un esordio sorprendente, una conferma, poi il primo tonfo. Quindi la risalita, nuovi successi e altre cadute, con una costante: non realizzare praticamente mai due film uguali.

D’altra parte, si potrebbe dividere la categoria dei registi tra “minatori”, che per tutta la vita continuano a scavare dentro le stesse ossessioni, e “agricoltori”, capaci invece di lasciare a maggese il proprio cinema e reinventarsi a ogni nuovo progetto. Darren Aronofsky appartiene decisamente alla seconda categoria.

«Ogni film è un film a sé», ha spiegato il regista, premiato con il Pardo d’Onore al Locarno Film Festival. «Si cerca di trovare un linguaggio che permetta al regista di esprimersi. Ecco perché ogni mio film è diverso».

Darren Aronofsky: da Brooklyn al cinema quasi per caso

La carriera di Aronofsky comincia alla fine degli anni Ottanta e, almeno secondo il suo racconto, quasi accidentalmente.

«Vengo da Brooklyn. Sono della parte sud, quella con le spiagge di Coney Island, il primo grande Luna Park e il cliché legato agli immigrati. I miei genitori erano insegnanti, ma la passione nasce un po’ per caso. Spielberg e Lucas sono della mia generazione e quando uscirono Star Wars e Indiana Jones ero un ragazzo. Questo bastò a far nascere in me la passione».

All’università fu ancora una coincidenza a spingerlo verso il cinema.

«Ho avuto la fortuna di avere un compagno di stanza che studiava animazione e fumava erba, così, non sapendo cosa fare, l’ho preso a modello. Ho imparato a disegnare e dopo un anno volevo continuare, ma all’università c’erano corsi di scultura e di cinema con pochi posti disponibili. Non sono riuscito a entrare alla facoltà di scultura, così ho seguito il corso di cinema».

aronofsky lawrence madre setFu soprattutto il montaggio ad affascinarlo:

«Ho imparato il montaggio, quello su pellicola e nastro adesivo, che è un lavoro gratificante e che mi ha appassionato».

Alla fine Aronofsky non si laureò in arte, ma presentò comunque un film come tesi. Un insegnante gli consigliò allora di trasferirsi a Los Angeles e frequentare corsi specifici. Vi rimase per circa due anni e mezzo e lì incontrò alcune delle persone che sarebbero diventate fondamentali per i suoi primi film, tra cui il futuro produttore e il direttore della fotografia.

Pi – Il teorema del delirio: un film da 20.000 dollari girato quasi alla cieca

Il primo lungometraggio fu Pi – Il teorema del delirio, realizzato con un budget minuscolo e destinato a portarlo al Sundance Film Festival.

«Con il mio primo film, Pi – Il teorema del delirio, sono andato al Sundance. Era un film piccolo, realizzato con 20.000 dollari, che abbiamo raccolto attraverso una colletta di 100 dollari tra tutti quelli che conoscevo, raggiungendo così la cifra necessaria».

L’idea nacque da qualcosa che Aronofsky aveva letto sul New Yorker, mentre la celebre fotografia in bianco e nero del film fu, almeno inizialmente, anche una conseguenza dei limiti economici.

«Con così pochi soldi ho dovuto scegliere di girare in bianco e nero, per controllare meglio il mio stile creativo. Inoltre, ho utilizzato una pellicola speciale prodotta dalla Kodak, che veniva utilizzata prevalentemente dai dilettanti e dagli studenti. Era meno costosa, ma difficile da esporre perché spinge molto sul bianco o sul nero, definendoli tantissimo».

Una necessità produttiva finì quindi per diventare uno degli elementi estetici più riconoscibili del film.

«Il risultato mi ha fatto apparire un regista brillante», ha scherzato Aronofsky. «In realtà l’ho usata solo perché mi faceva risparmiare».

C’era però un altro problema: negli Stati Uniti esisteva una sola società, in Pennsylvania, capace di sviluppare quel particolare tipo di pellicola.

«Quando giravo la spedivo e mi ritornava dopo due settimane. Considerato che in totale ho girato per tre settimane, praticamente ho girato alla cieca. Il risultato finale era così diverso da quello che mi aspettavo che mi ha depresso».

Il pubblico, evidentemente, la pensò diversamente. Pi non diventò un enorme successo commerciale, ma ottenne abbastanza attenzione da lanciare la carriera del regista e consentirgli di affrontare il progetto successivo: Requiem for a Dream.

Requiem for a Dream e l’incontro con Hubert Selby Jr.

Alla base del secondo film c’era il romanzo di Hubert Selby Jr., scrittore che Aronofsky aveva scoperto durante gli anni universitari.

«Hubert Selby, autore del libro di Requiem for a Dream, l’avevo scoperto all’università e sono diventato suo fan. L’ho contattato e mi ha invitato a casa sua. Mi ha accolto in mutande ed era ben diverso da quello che mi immaginavo. Mai conoscere i propri miti…».

Aronofsky gli chiese quindi i diritti cinematografici del romanzo.

«Lui fu molto disponibile, anche perché era dipendente dalle droghe e aveva bisogno di soldi. Cominciai a scrivere una sceneggiatura e quando stavo per finire lui mi chiamò e disse che aveva ritrovato quella che aveva già scritto e che pensava di aver perduto. Così alla fine abbiamo fatto un mix dei due lavori. Ma praticamente non abbiamo mai lavorato a quattro mani».

requiem for a dream film 2000 jared e jenniferRequiem for a Dream ottenne un’attenzione ancora maggiore rispetto a Pi e portò Aronofsky nel radar dei grandi studios hollywoodiani. Improvvisamente il suo nome iniziò a circolare anche per blockbuster e cinecomic.

Tra questi, soprattutto, Batman.

Il Batman di Darren Aronofsky e Frank Miller che Warner Bros. non realizzò

«Non sono mai stato un patito di fumetti. Conoscevo il mondo dei fumetti underground, quello di Crumb, Manara e Moebius, ma non quello dei supereroi. Li ho cominciati a conoscere solo quando mi hanno chiamato dalla Warner per dirigere il film di Batman».

Il progetto avrebbe visto Aronofsky collaborare con Frank Miller e avrebbe proposto una versione dell’Uomo Pipistrello molto lontana da quelle viste fino a quel momento.

«Con Frank Miller abbiamo anche cominciato a scrivere qualcosa, ma era un Batman abbastanza diverso dal solito, molto più realistico. Inviammo la sceneggiatura, ma alla fine non mi hanno più richiamato…».

Il progetto non arrivò mai sul grande schermo, ma Aronofsky non sembra aver vissuto quell’occasione mancata come un punto di rottura.

«Mi ha sempre interessato realizzare grossi film, ma allora avevo ottenuto abbastanza successo per fare quello che mi interessava di più».

E quello che arrivò dopo fu uno dei progetti più ambiziosi e controversi della sua carriera.

The Fountain e l’ossessione di Aronofsky per la morte

The Fountain – L’albero della vita nacque anche dal confronto personale del regista con la mortalità.

«The Fountain è una storia d’amore spirituale. È stato un viaggio lungo. Avevo 30 anni quando finii Requiem for a Dream ed ero un po’ spaventato dalla morte. La mortalità è diventata un tema importante della mia cinematografia, quasi una poesia della morte.»

Aronofsky individua in una battuta pronunciata da Hugh Jackman il cuore di quell’ossessione:

«C’è una battuta nel film che recita Hugh Jackman e che sintetizza questo pensiero: la morte è una malattia come le altre e io la voglio curare».

Alla sua uscita, però, il film non trovò il pubblico sperato.

«Quando uscì il film fu un disastro, eppure ancora oggi la gente mi ferma per complimentarsi con me, perché ha avuto un forte impatto».

Il fallimento avrebbe potuto compromettere seriamente la sua carriera. Due anni più tardi arrivò invece il film che la rilanciò.

The Wrestler: Mickey Rourke oppure niente

«The Wrestler mi ha cambiato la carriera dopo il fallimento di The Fountain».

Aronofsky iniziò a documentarsi sul wrestling e scoprì una realtà molto diversa dall’immagine che ne aveva avuto fino a quel momento.

«Ho fatto ricerche sul wrestling e ho scoperto che non era tutto finto. C’era vero dolore.»

Per il protagonista aveva poi un nome preciso: Mickey Rourke, all’epoca lontano dal momento migliore della propria carriera.

«Per la parte principale volevo assolutamente Mickey Rourke, che era ormai in fase calante della carriera, ma con un volto del genere non poteva che essere lui il protagonista».

La scelta rese però molto più difficile finanziare il film.

Natalie Portman in Il cigno nero (2010)«La presenza di Rourke ha reso le cose più difficili, ma un finanziatore mi ha trovato i 7 milioni necessari ed è stato un gran successo. Nicolas Cage, che sarebbe stato il protagonista che gli studios avrebbero voluto, mi avrebbe reso le cose più semplici e avrebbe garantito maggiori finanziamenti. Ma a me le cose semplici non è che piacciano molto.»

Il cigno nero: “Dicevano che chi ama l’horror non ama la danza”

Il successo forse più clamoroso della carriera di Aronofsky arrivò poco dopo con Il cigno nero.

«Per realizzare questo film avevo in mente il romanzo Il sosia di Dostoevskij. Poi mi arrivò sulla scrivania la sceneggiatura di The Substitute, la storia di un attore che sostituisce un altro sul set».

Fu la storia familiare del regista a suggerirgli di trasferire quella premessa nel mondo della danza.

«Mi ha incuriosito molto e, grazie a mia sorella che aveva praticato danza per anni, ho spostato tutto su quel mondo che mi aveva sempre affascinato».

Anche in questo caso, però, trovare i finanziamenti non fu semplice.

«Ho acquistato i diritti della sceneggiatura, ma anche questo fu un film difficile da finanziare perché troppo cupo. Uno studio disse che i fan dell’horror non amano la danza classica e i danzatori non amano l’orrore.»

La risposta di Aronofsky fu piuttosto semplice:

«Gli feci notare che in Suspiria la miscela funziona… così il film si fece».

Noah, la Bibbia e il potere dei miti

Come spesso accaduto nella sua carriera, a un enorme successo seguì un progetto decisamente più divisivo: Noah, kolossal biblico che Aronofsky aveva in mente da moltissimo tempo.

«Quando ero a scuola scrissi una poesia su Noè, che per me è stato una sorta di santo patrono. Il progetto di Noah l’avevo in mente già dopo il mio primo film, ma ho dovuto attendere il successo de Il cigno nero per realizzarlo.»

Per Aronofsky, la storia di Noè offriva soprattutto l’occasione per riflettere sulla natura dell’essere umano e sul concetto di peccato originale.

«Noah contiene il concetto del peccato originale e, malgrado la specie umana non faccia nulla per salvarsi – omicidi e tradimenti sono alla base della Bibbia – il Creatore decide che vada risparmiata. Questa riflessione è alla base del film».

È proprio qui che emerge uno dei fili conduttori di una filmografia apparentemente impossibile da incasellare: la capacità dei miti di sopravvivere al proprio tempo e assumere significati nuovi quando vengono raccontati nuovamente.

«Il potere dei miti è sempre forte e possono essere ripresi e applicati alla storia contemporanea. Come ha dimostrato Nolan con Ulisse.»

Da Pi a Requiem for a Dream, dal Batman mai realizzato a The Fountain, passando per The Wrestler, Il cigno nero e Noah, la carriera di Darren Aronofsky sembra così seguire una sola regola: evitare la strada più semplice e ricominciare ogni volta quasi da zero.

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