Titolo originale: Ghost in the Cell , uscita: 16-04-2026. Regista: Joko Anwar.
Ghost in the Cell, recensione: Joko Anwar trasforma una prigione in un inferno splatter dove arrabbiarsi significa morire
16/10/2026 trailer news di Sabrina Crivelli
Il regista indonesiano mescola horror soprannaturale, arti marziali e commedia grottesca in una feroce satira della corruzione e delle disuguaglianze sociali. Il risultato è uno dei suoi film più imprevedibili

In un carcere dominato dalla violenza e dalla corruzione, l’unico modo per sopravvivere è mantenere la calma. Letteralmente. In Ghost in the Cell, il nuovo film di Joko Anwar, una presenza soprannaturale prende di mira chi manifesta rabbia, trasformando i corpi delle vittime in raccapriccianti composizioni di carne e sangue. La soluzione? Pregare, meditare, ballare. Qualsiasi cosa pur di non perdere il controllo.
È una premessa tanto assurda quanto efficace, che il regista di Impetigore sviluppa attraverso un’imprevedibile combinazione di horror estremo, commedia slapstick, cinema carcerario e arti marziali. Dietro l’apparente anarchia emerge però una riflessione sulla violenza come strumento di oppressione e sulla possibilità di sottrarsi ai meccanismi che la alimentano.
La vicenda prende avvio con Dimas (Endy Arfian), un giornalista accusato dell’omicidio del proprio superiore, ritrovato orrendamente mutilato. Nonostante proclami la propria innocenza, viene trasferito nel carcere di Labuhan Angsana, governato da gerarchie criminali, guardie corrotte e privilegi riservati ai detenuti più influenti.
Qui incontra Anggoro (Abimana Aryasatya), un prigioniero che cerca di scontare gli ultimi mesi di pena senza problemi, ma continua a mettersi nei guai per difendere i compagni dalle ingiustizie.
L’arrivo di Dimas coincide con una serie di morti inspiegabili. Una presenza misteriosa assume le sembianze delle proprie vittime e le massacra con una ferocia inaudita. Quando Anggoro e gli altri comprendono che l’entità sembra nutrirsi della rabbia, la prigione diventa il teatro di un paradossale esperimento di sopravvivenza: uomini abituati a reagire attraverso la violenza devono imparare a controllarsi.
La prima qualità di Ghost in the Cell è la capacità di attraversare registri apparentemente inconciliabili senza perdere la propria identità. Anwar costruisce sequenze di autentico terrore corporeo, interrompendole con situazioni comiche che non ne annullano la brutalità, ma la rendono ancora più imprevedibile.
Gli omicidi diventano tableaux macabri, nei quali viscere e arti vengono riorganizzati in composizioni grottesche. Gli effetti prostetici conferiscono ai corpi una consistenza disturbante, mentre gli interventi digitali permettono alla creatura di assumere forme impossibili.
Il riferimento a Hellraiser emerge nella trasformazione della carne in spettacolo, ma Anwar introduce la comicità all’interno dello stesso meccanismo di morte.

Una rissa può trasformarsi improvvisamente in una coreografia di danza, mentre un momento di tensione estrema viene interrotto dal tentativo disperato di ritrovare la serenità. Il comico non nasce dall’assenza di pericolo, ma dall’assurdità delle strategie necessarie per evitarlo.
Dietro la superficie splatter, Anwar sviluppa una satira sociale incisiva. Il carcere non è soltanto uno spazio chiuso nel quale intrappolare i personaggi, ma una rappresentazione delle disuguaglianze della società indonesiana.
Le guardie esercitano il proprio potere attraverso l’umiliazione, mentre i detenuti legati alle istituzioni godono di privilegi negati agli altri. La giustizia appare subordinata agli interessi di chi controlla il sistema, cancellando progressivamente la distinzione tra criminali e autorità.
In questo contesto, il fantasma assume una funzione ambigua: è una minaccia terrificante, ma anche una forza capace di sovvertire gerarchie apparentemente intoccabili.
Il legame tra rabbia e aggressioni soprannaturali acquista così un significato politico. La violenza è il linguaggio attraverso il quale il sistema carcerario perpetua il proprio dominio. Costringere i detenuti a interrompere questo meccanismo introduce una possibilità di resistenza fondata sulla solidarietà anziché sulla sopraffazione.
Il film funziona anche grazie a un gruppo di protagonisti ben differenziati. Abimana Aryasatya conferisce ad Anggoro una credibilità emotiva che impedisce al personaggio di ridursi allo stereotipo del detenuto dal cuore d’oro. Dimas rappresenta invece la vulnerabilità di chi si ritrova intrappolato in un sistema ostile, mentre gli altri prigionieri compongono una comunità di individui imperfetti, costretti a collaborare per sopravvivere.
Particolarmente efficace è Bront Palarae nei panni del crudele Jefri, incarnazione di un’autorità che sfrutta la propria posizione per esercitare violenza.
La regia valorizza l’ambientazione senza lasciarsi imprigionare dalla sua monotonia. Corridoi, celle e docce diventano spazi dinamici, attraversati da movimenti di macchina fluidi e coreografie che sfruttano creativamente gli elementi dell’ambiente. Qualche ripetizione nell’ultima parte e alcuni effetti digitali meno convincenti non compromettono l’efficacia dell’insieme.
Anwar utilizza dunque l’eccesso per costruire un discorso sorprendentemente lucido: la convivenza tra orrore e comicità diventa uno strumento per mettere in discussione le logiche della violenza.
La sua intuizione più riuscita consiste nel ribaltare le regole del cinema carcerario. Dove sopravvivere significa normalmente dimostrarsi più forti e spietati degli altri, la salvezza dipende dalla capacità di rinunciare all’aggressività.
Ghost in the Cell è così un horror sanguinoso e sfrenato, attraversato da un’insolita fiducia nella solidarietà umana. Un film nel quale il vero atto di ribellione non consiste nel combattere più ferocemente, ma nel rifiutare di diventare parte della violenza che governa il mondo.
In Italia il film è disponibile direttamente a noleggio sulle principali piattaforme digitali.
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