Titolo originale: The Da Vinci Code , uscita: 17-05-2006. Budget: $125,000,000. Regista: Ron Howard.
Il Codice Da Vinci compie 20 anni: lo scandalo mondiale che travolse il film e che molti hanno dimenticato
24/08/2026 news di Stella Delmattino
A vent’anni dall’uscita, riscopriamo proteste, censure e divieti che accompagnarono il successo mondiale del film di Ron Howard con Tom Hanks

Nel 2006 Il Codice Da Vinci fu contemporaneamente uno dei maggiori successi cinematografici dell’anno e uno dei film più contestati al mondo. L’adattamento del bestseller di Dan Brown diretto da Ron Howard, con Tom Hanks nei panni di Robert Langdon, arrivò a incassare circa 760 milioni di dollari nel mondo a fronte di un budget di circa 125 milioni. Ma mentre milioni di spettatori affollavano le sale, in diversi Paesi il film veniva censurato o addirittura vietato.
Perché Il Codice Da Vinci provocò proteste in tutto il mondo
La storia parte dall’omicidio di Jacques Saunière al Louvre e conduce Robert Langdon e la crittologa Sophie Neveu attraverso una successione di codici, simboli e società segrete. Quella che inizialmente sembra una ricerca del Santo Graal porta però alla rivelazione centrale: il Graal sarebbe in realtà Maria Maddalena, mentre la Chiesa avrebbe contribuito a occultare per secoli la verità sulla sua relazione con Cristo.
È importante ricordare che si tratta della costruzione narrativa di un romanzo e non di una ricostruzione storica accettata dagli studiosi. Ma proprio la commistione tra personaggi reali, storia del cristianesimo, opere d’arte e invenzione contribuì enormemente al fenomeno editoriale e cinematografico.
Le reazioni furono immediate. Esponenti cattolici contestarono le tesi del film, mentre Opus Dei, rappresentata nella storia attraverso una cospirazione che comprende anche atti di violenza, chiese a Sony di inserire un disclaimer che chiarisse esplicitamente la natura fittizia dell’opera.
Dal Pakistan al Medio Oriente: quando il film venne vietato
In alcuni territori le proteste non rimasero semplicemente tali. Il Pakistan vietò la distribuzione del film dopo le richieste provenienti dalla comunità cristiana locale. La decisione fu giustificata dalle autorità sostenendo che il contenuto fosse offensivo nei confronti della figura di Gesù e delle convinzioni religiose dei cristiani.
Anche in diversi Paesi del Medio Oriente Il Codice Da Vinci incontrò pesanti restrizioni. Libano, Siria e Giordania furono tra i territori nei quali il film non ottenne una normale distribuzione cinematografica. In Giordania le autorità motivarono la decisione sottolineando il contrasto tra le tesi dell’opera e gli insegnamenti religiosi relativi a Gesù.
La questione, infatti, non riguardava esclusivamente il cattolicesimo. Gesù è una figura centrale anche nell’Islam e alcune delle idee utilizzate dalla storia di Brown entrarono quindi in conflitto anche con la tradizione islamica.
In India la storia fu più complicata di un semplice divieto
Uno dei casi più interessanti fu quello dell’India. Contrariamente a quanto spesso viene sintetizzato parlando delle controversie del film, Il Codice Da Vinci non venne vietato a livello nazionale. Dopo una proiezione speciale, il governo centrale autorizzò l’uscita introducendo un disclaimer che chiariva agli spettatori la natura fittizia della storia.
La decisione non impedì però a singoli Stati di intervenire autonomamente. Il Punjab impose un divieto temendo tensioni religiose e provvedimenti analoghi furono adottati anche altrove. La controversia arrivò fino alla Corte Suprema indiana, che respinse le richieste di bloccare il film in tutto il Paese.
Ancora più singolare fu ciò che accadde in Thailandia. Le autorità di censura stabilirono inizialmente che circa dieci minuti dovessero essere eliminati dalla parte conclusiva. Sony contestò la decisione e minacciò di non distribuire il film; dopo una nuova valutazione, il comitato autorizzò infine la versione integrale accompagnata da un’avvertenza sulla natura fittizia della storia.
Tom Hanks non capiva tutto quello scandalo
La reazione di Tom Hanks alla controversia fu decisamente meno drammatica. L’attore sembrava considerare sproporzionata la quantità di indignazione provocata da quello che, ai suoi occhi, rimaneva essenzialmente un thriller d’avventura costruito attorno a enigmi e cospirazioni.
Parlando del materiale narrativo, Hanks lo descrisse come “loaded with all sorts of hooey”, cioè pieno di assurdità, spiegando sostanzialmente di considerare Il Codice Da Vinci un divertente gioco cinematografico basato su una sorta di caccia al tesoro, piuttosto che qualcosa da interpretare come una dichiarazione storica o teologica.
Una posizione particolarmente significativa considerando la portata assunta dalla polemica. Un thriller che il suo protagonista considerava deliberatamente fantasioso era diventato un caso religioso e politico internazionale.
Le polemiche non fermarono Il Codice Da Vinci
Commercialmente, infatti, la controversia non danneggiò il film. Accadde praticamente il contrario. Con circa 760 milioni di dollari incassati nel mondo, Il Codice Da Vinci divenne uno dei maggiori successi del 2006 nonostante un’accoglienza critica tutt’altro che entusiastica.
Il risultato trasformò Robert Langdon in un franchise cinematografico. Ron Howard e Tom Hanks tornarono nel 2009 con Angeli e Demoni, che raccolse oltre 485 milioni di dollari nel mondo, e ancora nel 2016 con Inferno, arrivato a circa 220 milioni.
Ma nessuno dei due sequel riuscì a ricreare completamente il fenomeno culturale del primo film. Il Codice Da Vinci arrivò nelle sale nel momento esatto in cui il confine tra bestseller, provocazione religiosa e curiosità popolare era diventato parte integrante dell’evento.
Ed è questo il paradosso che rende ancora interessante la sua storia vent’anni dopo: mentre in alcune parti del mondo le autorità cercavano di impedire al pubblico di vederlo, altrove milioni di persone compravano un biglietto proprio per scoprire che cosa avesse provocato tanto scandalo.
© Riproduzione riservata




