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Voto: 6/10 Titolo originale: Good Fortune , uscita: 14-10-2025. Budget: $30,000,000. Regista: Aziz Ansari.

Good Fortune, recensione: Keanu Reeves è un vero angelo custode della commedia di Aziz Ansari

23/08/2026 recensione film di William Maga

Tra scambio di vite, gig economy e satira sulle disuguaglianze, il debutto alla regia di Aziz Ansari ha buone idee e un cast fortissimo, ma inciampa quando prova a fare la morale

Keanu Reeves e Sandra Oh in Good Fortune (2025)

Il problema di Good Fortune è che il suo personaggio migliore non è quello che dovrebbe imparare la lezione, ma quello che la combina. Keanu Reeves interpreta Gabriel, un angelo custode di basso rango incaricato di impedire agli automobilisti di mandare messaggi mentre guidano. Convinto di meritare missioni più importanti, decide di intervenire nella vita di un uomo in difficoltà. Il risultato è un disastro cosmico, ma anche la cosa più divertente del debutto alla regia cinematografica di Aziz Ansari.

Ansari costruisce Good Fortune come una commedia high-concept volutamente fuori moda, mescolando La vita è meravigliosa, Una poltrona per due e le classiche storie di scambio d’identità. Solo che al posto di famiglie borghesi o finanzieri degli anni Ottanta mette al centro la precarietà contemporanea della gig economy, dove lavorare continuamente non garantisce nemmeno abbastanza denaro per avere una casa.

Arj, interpretato dallo stesso Ansari, vive praticamente nella propria automobile. Ha studiato, vorrebbe lavorare nel cinema, ma passa le giornate saltando tra lavori occasionali, consegne, commissioni via app e turni in un grande negozio di bricolage. È qui che incontra Elena (Keke Palmer), collega idealista impegnata a organizzare i lavoratori, mentre una delle sue commissioni lo porta nella villa di Jeff (Seth Rogen), venture capitalist ricchissimo per il quale problemi come affitto, sanità o prezzo del cibo appartengono quasi a un’altra specie.

Gabriel osserva Arj e pensa di aver finalmente trovato la sua grande missione.

Il piano dell’angelo è tanto ingenuo quanto perfetto per far partire il film: scambiare temporaneamente le vite di Arj e Jeff. Gabriel è convinto che, una volta provata la ricchezza, Arj capirà quanto denaro e successo siano superficiali e tornerà volentieri alla propria esistenza.

Solo che Arj scopre qualcosa di abbastanza ovvio: essere ricchi è fantastico.

La casa sulle colline di Los Angeles, la sauna privata, il buon cibo, il tempo libero e soprattutto l’assenza dell’ansia costante di non riuscire a pagare la prossima spesa non sembrano affatto vuoti o insoddisfacenti. Quando Gabriel gli propone di tornare indietro, Arj semplicemente rifiuta.

È probabilmente l’idea più intelligente del film. Ansari prende uno dei cliché più rassicuranti della commedia americana – “i soldi non comprano la felicità” – e per qualche momento lo smonta con una constatazione molto più concreta: forse non comprano la felicità, ma risolvono una quantità impressionante di problemi.

Nel frattempo Jeff viene precipitato dall’altra parte della barricata e costretto a lavorare per le stesse piattaforme che persone come lui osservano normalmente soltanto attraverso grafici e investimenti. Gabriel, colpevole di aver mandato tutto fuori controllo, perde invece le ali ed è costretto a diventare umano.

Ed è qui che Good Fortune trova il suo vero motore comico. Keanu Reeves interpreta Gabriel come un essere celestialmente incompetente: gentile, sincero, assolutamente convinto di sapere come funziona l’umanità e contemporaneamente incapace di comprenderne anche le necessità più elementari.

keanu film good fortune 2025Vederlo scoprire hamburger, sigarette, balli, tacos e lavori malpagati funziona perché Reeves non forza mai la battuta. Il suo sguardo perennemente assorto, quasi fuori fase rispetto al mondo, trasforma Gabriel in una versione paradisiaca dell’ingenuità che aveva caratterizzato alcuni dei suoi primi ruoli comici.

È anche il personaggio con l’arco più spontaneo. L’angelo vuole insegnare agli uomini qualcosa sulla vita, ma finisce per essere quello che deve imparare cosa significhi davvero viverla.

Rogen è altrettanto efficace quando il privilegio del suo Jeff viene improvvisamente sostituito dalla necessità di guadagnarsi da mangiare, mentre Palmer porta energia a un personaggio che il film utilizza purtroppo soprattutto come veicolo per il proprio discorso sociale.

È infatti proprio quando Good Fortune prova a trasformare le proprie osservazioni in messaggio che comincia a perdere leggerezza. La precarietà di Arj è già perfettamente comprensibile attraverso ciò che vediamo: dormire in macchina, correre da un lavoro all’altro, essere licenziabile in qualsiasi momento, non potersi permettere neppure il lusso di perdere tempo.

Quando il film lascia che siano queste situazioni a parlare, la satira è immediata. Quando invece i personaggi iniziano a verbalizzare esplicitamente disuguaglianze, sindacalizzazione e capitalismo, la commedia assume un tono più didascalico e meno naturale.

Il problema emerge soprattutto nell’ultima parte. Ansari vuole contemporaneamente raccontare una favola morale, una commedia romantica, una critica alla gig economy e una storia sull’empatia tra classi sociali. Sono troppe cose per 98 minuti, e alcune conclusioni finiscono inevitabilmente per sembrare più semplici dei problemi che il film ha sollevato.

Anche le regole dello scambio cambiano secondo le necessità della sceneggiatura e il finale arriva con una rapidità che non permette a tutte le trasformazioni dei personaggi di avere lo stesso peso.

Eppure Good Fortune rimane difficile da respingere completamente. C’è una sincerità evidente nel tentativo di Ansari di recuperare la grande commedia americana capace di utilizzare una premessa assurda per parlare del presente. Non possiede la precisione dei modelli a cui guarda, ma ha abbastanza battute riuscite, empatia e chimica tra gli interpreti da mantenersi piacevole.

Il paradosso è che il film vorrebbe dimostrare come mettersi nei panni degli altri possa cambiare il nostro modo di vedere il mondo. Ma alla fine è soprattutto Gabriel, l’angelo che credeva di avere già tutte le risposte, a rendere quell’idea credibile.

Ansari firma quindi un debutto irregolare ma interessante, mentre Keanu Reeves fa qualcosa di molto più semplice: entra in scena con due ali troppo piccole, sbaglia praticamente tutto e finisce per salvare il film che avrebbe dovuto salvare Arj.

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