Voto: 4/10 Titolo originale: Insidious: Out of the Further , uscita: 19-08-2026. Regista: Jacob Chase.
Insidious: Fuori dall’Altrove, la recensione: cambiano le regole, ma la paura è sempre la stessa
19/08/2026 recensione film Insidious - Fuori dall’Altrove di William Maga
Il sesto capitolo ribalta il funzionamento dell'Altrove e guarda persino alla logica onirica di Nightmare, ma una buona intuizione non basta a nascondere una saga ormai prigioniera della propria formula

Dopo cinque film e quindici anni trascorsi a entrare nell’Altrove, Insidious prova finalmente a farne uscire qualcosa. È questa l’idea alla base di Insidious: Fuori dall’Altrove, sesto capitolo della saga e primo dopo la conclusione della storia dei Lambert in La Porta Rossa. Scritto e diretto da Jacob Chase, il film cambia famiglia, introduce una nuova protagonista e soprattutto ribalta una delle regole fondamentali del franchise. Il problema è che, dopo aver trovato un’idea potenzialmente capace di rinnovarlo, torna quasi subito a fare le stesse cose di prima.
Al centro della storia c’è Gemma (Amelia Eve), madre single che vive con la figlia Maya (Island Austin) nella casa della propria infanzia. È un luogo legato al trauma di una madre che Gemma ha sempre creduto instabile e che ora riaffiora attraverso incubi, apparizioni e presenze sempre più difficili da distinguere dalla realtà. Gemma scopre così di possedere una capacità particolare: può entrare nell’Altrove e, soprattutto, riportare con sé oggetti ed esseri nel mondo dei vivi.
È un’inversione semplice ma intelligente. Nei capitoli precedenti il pericolo consisteva nell’entrare nel regno dei morti e non riuscire più a uscirne; stavolta la minaccia è che siano i morti ad attraversare il confine. L’Altrove smette quindi di essere soltanto una dimensione da esplorare e diventa una falla attraverso la quale qualcosa può riversarsi nella nostra realtà.
Chase prova anche ad alterarne la grammatica. In alcuni momenti Fuori dall’Altrove si avvicina più alla logica onirica di Nightmare che ai precedenti Insidious: sogno e veglia si confondono e il conflitto si combatte dentro spazi mentali capaci di deformarsi intorno alla protagonista. È una direzione interessante, perché permetterebbe alla saga di liberarsi almeno in parte dalle sue stanze buie e dalle onnipresenti figure che compaiono improvvisamente alle spalle dei personaggi.
La sequenza migliore nasce proprio da questa contaminazione. Gemma entra nel fortino di cuscini della figlia e quello spazio domestico e rassicurante si trasforma progressivamente in un labirinto di stretti corridoi beige apparentemente infiniti. C’è qualcosa di Alice nel Paese delle Meraviglie, qualcosa di Nightmare e inevitabilmente qualcosa dell’estetica liminale resa popolare dai Backrooms. Per qualche minuto, Insidious sembra davvero aver trovato un nuovo posto in cui farci perdere.
Ma sono lampi. Per gran parte del film Chase ricade invece nella meccanica più usurata della serie: oscurità, apparizione, crescendo sonoro, jumpscare. Il problema non è l’utilizzo di questo espediente – James Wan aveva costruito alcuni dei momenti migliori del primo film proprio manipolando l’attesa di ciò che poteva comparire dentro un’inquadratura – quanto la sua ripetizione. Quando sappiamo continuamente che qualcosa sta per saltare fuori, smettiamo presto di temere che accada.
Alcune presenze finiscono persino per produrre un effetto involontariamente comico, mentre l’accumulo di creature nel terzo atto conferma un paradosso: più Fuori dall’Altrove aumenta il numero dei demoni, meno riesce a renderli inquietanti. La paura intima dei primi capitoli viene sostituita da uno spettacolo più affollato, ma anche più anonimo.
Funzionano meglio le idee piccole. Gemma lavora come igienista dentale e Chase sfrutta trapani, bocche, gengive e strumenti metallici per costruire un body horror elementare ma efficacissimo, forse perché intercetta un disagio molto più concreto di quello prodotto dalle elaborate regole dell’Altrove.
Anche il vero nucleo emotivo del film è molto più semplice della mitologia che lo circonda. Gemma ha passato la vita cercando di non diventare sua madre e improvvisamente vede Maya cominciare ad avere paura di lei. Il soprannaturale diventa così la manifestazione di qualcosa di più interessante: il terrore di ereditare un trauma e trasmetterlo a propria volta.
Amelia Eve riesce a dare consistenza a questo conflitto, ma la sceneggiatura raramente le concede lo spazio necessario. Gemma e Maya rimangono troppo spesso imprigionate nei ruoli della madre protettiva e della figlia in pericolo, mentre le spiegazioni sull’Altrove continuano ad accumularsi. Anche l’arrivo del nuovo antagonista Cyrus porta finalmente una direzione più precisa alla storia, ma troppo tardi per trasformarlo in una presenza davvero memorabile.
A tenere insieme vecchio e nuovo resta Elise Rainier (Lin Shaye), ormai autentico filo conduttore della saga. La sua presenza conserva quella vena leggermente eccentrica che apparteneva all’identità originaria di Insidious e che qui emerge soprattutto per contrasto con un film fin troppo serio nei confronti della propria mitologia.
Ed è forse questo il vero problema di Insidious: Fuori dall’Altrove. Il primo film aveva trasformato mezzi relativamente modesti, un’inquadratura ben costruita e un volto rosso intravisto per pochi secondi in qualcosa di memorabile. Sei capitoli dopo servono più demoni, più regole, più poteri e una minaccia più grande per ottenere molto meno.
Non mancano le idee: manca il coraggio di seguirle fino in fondo. Fuori dall’Altrove apre una porta che avrebbe potuto portare la saga da qualche parte di nuovo, ma finisce ancora una volta nella stessa stanza buia. E ormai sappiamo fin troppo bene cosa ci aspetta dietro l’angolo.
Nei cinema dal 19 agosto.
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