Voto: 6/10 Titolo originale: Le Dossier Maldoror , uscita: 08-09-2024. Regista: Fabrice Du Welz.
Maldoror di Fabrice du Welz, recensione: quando la giustizia diventa un’ossessione senza via d’uscita
19/08/2026 recensione film Le Dossier Maldoror di William Maga
Il regista belga parte da uno dei casi criminali più sconvolgenti della storia recente del Belgio per costruire un poliziesco cupo e febbrile, in cui la caccia al mostro diventa progressivamente una discesa nell’ossessione

Ci sono crimini che sembrano mettere sotto accusa non soltanto chi li ha commessi, ma l’intero sistema che non è riuscito a impedirli. È da questa ferita che nasce Maldoror, film di Fabrice du Welz liberamente ispirato al caso di Marc Dutroux, responsabile negli anni Novanta del rapimento e della morte di diverse ragazze.
Il regista di Calvaire e Alleluia evita però la ricostruzione true crime tradizionale. Cambia nomi, introduce personaggi fittizi e soprattutto sposta l’attenzione su ciò che accade quando un uomo convinto di poter servire la giustizia scopre che la macchina di cui fa parte sembra incapace di esercitarla.
Nel Belgio del 1995, la scomparsa di due bambine sconvolge il Paese. Paul Chartier (Anthony Bajon) è un giovane gendarme impulsivo e insofferente alle gerarchie che viene coinvolto in Maldoror, un’operazione clandestina di sorveglianza guidata dal veterano Hinkel (Laurent Lucas). Nel mirino c’è Marcel Dedieu (Sergi López), criminale già noto alle autorità sul quale convergono sospetti sempre più inquietanti.
Paul è convinto di essere sulla strada giusta, ma intuizioni e indizi non bastano. Mentre le diverse forze dell’ordine si ostacolano tra rivalità, errori e burocrazia, la sua determinazione diventa ossessione. Nemmeno il matrimonio con Gina (Alba Gaïa Bellugi) e l’ingresso nella sua calorosa famiglia italiana riescono a sottrarlo alla spirale: trovare Dedieu smette progressivamente di essere un lavoro e diventa una necessità personale.
Il riferimento a Zodiac di David Fincher è evidente. Anche qui l’indagine non segue la rassicurante logica del poliziesco classico, nel quale ogni indizio conduce un po’ più vicino alla soluzione: più Paul sembra avvicinarsi alla verità, più questa diventa irraggiungibile.
Du Welz inserisce però quel modello nel proprio universo. La fotografia di Manu Dacosse trasforma il Belgio industriale in una terra esausta fatta di cieli plumbei, fango, edifici deteriorati e interni soffocanti. Il paesaggio diventa così la proiezione dello stato mentale del protagonista, mentre il procedural scivola gradualmente verso l’horror.
L’orrore rimane spesso fuori campo. Il regista evita di trasformare le vittime in spettacolo e lavora piuttosto sull’attesa, sui rumori e sulla possibilità che qualcosa di terribile si trovi appena oltre una porta. Una lunga perquisizione nell’abitazione del sospettato rappresenta forse il momento migliore del film: bastano uno spazio claustrofobico, un efficace sound design e la paura di essere arrivati troppo tardi perché l’indagine assuma improvvisamente i contorni di un incubo.
La parte più interessante di Maldoror non riguarda però il mostro, bensì tutto ciò che gli permette di continuare ad agire. Du Welz utilizza la frammentazione delle forze dell’ordine belghe dell’epoca come motore drammatico: informazioni che non circolano, competenze difese gelosamente, ordini che impediscono di intervenire e responsabilità continuamente spostate trasformano l’indagine in un labirinto.
Da qui nasce l’angoscia più profonda del film: il Male non è necessariamente invisibile. Può trovarsi sotto gli occhi di tutti e prosperare comunque perché nessuno riesce, o vuole, fermarlo.
Anthony Bajon sostiene gran parte di questa tensione, dando a Paul un’energia nervosa che diventa sempre più incontrollabile. Il personaggio non è costruito come l’eroe integerrimo del poliziesco: è impulsivo, oltrepassa continuamente i limiti e finisce per confondere giustizia, colpa e vendetta. La sua progressiva alienazione diventa così il vero centro del film.
È proprio nell’ambizione narrativa che emergono però i limiti di Maldoror. Nei suoi oltre 150 minuti, Du Welz vuole raccontare contemporaneamente l’indagine, il matrimonio di Paul, il suo difficile passato familiare, le rivalità interne alla polizia e una possibile rete criminale capace di raggiungere ambienti molto più influenti.
Non tutte queste diramazioni hanno lo stesso peso. Alcune sequenze familiari mostrano efficacemente ciò che Paul rischia di perdere, altre appesantiscono un racconto che avrebbe beneficiato di maggiore concentrazione. Anche la progressiva apertura verso scenari di corruzione e complotto risulta meno convincente: il senso di paranoia funziona come espressione della deriva del protagonista, molto meno quando pretende di trasformarsi in una più ampia lettura politica.
Maldoror rimane infatti più potente quando restringe il campo. Du Welz prende il true crime e lo contamina con il noir anni Settanta, il thriller investigativo e la sensibilità horror che attraversa da sempre il suo cinema, costruendo un racconto sull’ossessione generata dall’impotenza.
Più le istituzioni impediscono a Paul di agire, più l’uomo comincia a convincersi che la legge sia diventata un ostacolo alla giustizia. Ed è qui che la caccia al mostro acquista la sua dimensione più inquietante: cosa resta della giustizia quando, per ottenerla, bisogna smettere di rispettarne le regole?
Nei cinema italiani dal 20 agosto.
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