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6/10 su 142 voti. Titolo originale: Il signor Diavolo, uscita: 22-08-2019. Regista: Pupi Avati.

Il Signor Diavolo | Recensione del film di Pupi Avati, si torna al gotico rurale

19/03/2020 recensione film di Sabrina Crivelli

A 43 anni da La Casa dalle Finestre che Ridono, il regista emiliano si affida ancora una volta a Lino Capolicchio e Gianni Cavina per un'indagine dai risvolti oscuri nella superstiziosa provincia italiana della metà del secolo scorso

Filippo Franchini e Lorenzo Salvatori in Il signor Diavolo (2019)

Una cosa è certa, l’80enne Pupi Avati (la nostra intervista esclusiva) ha una vera e propria fascinazione per i piccoli orrori di provincia. Davanti alla macchina da presa più volte ha ricostruito questi microcosmi oscuri, isolati e rimasti cristallizzati nel tempo, in cui il protagonista di turno, spesso un outsider giunto da lontano per un qualche motivo, rimane imprigionato come in una pianta carnivora dalla quale non c’è via di scampo. Sospeso tra realtà e metafisico – o meglio fantasmatico – il reale assume allora i vaghi contorni delle credenze popolari, in uno scontro tra ragione e superstizione.

il signor diavolo film poster avatiCosì era in La casa dalle finestre che ridono, cult del 1976 ambientato in un borgo sperduto del ferrarese, in cui un restauratore (Lino Capolicchio) era assoldato dal sindaco per riportare alla luce il macabro affresco della chiesetta locale di un pittore morto suicida e s’imbatteva in un fosco segreto di lunga data. Non pochi sono però anche i punti di contatto con Non si sevizia un paperino di Lucio Fulci: anche nel giallo del 1972 c’erano ragazzini morti, una donna uccisa ingiustamente dall’ignoranza perché considerata una ‘strega’, un parroco che non è quel che si pensa e persino una scandalosa scena di nudo tra una donna e un bambino.

Sospeso tra tangibile e visionario, Il Signor Diavolo conferma oggi l’amore di Pupi Avati per il ‘gotico’ e il suo approccio all’immaginario horror vernacolare intriso di italianità, sfiorato l’ultima volta nel 2007 con Il nascondiglio. Non si può tuttavia non notare come il modo con cui questa oscura storia di provincia viene raccontata risulti monco, quasi alcuni passaggi fondamentali e dettagli della trama fossero stati omessi, forse per contenere la durata complessiva (che si attesa sui 90 minuti scarsi). Una ‘incompletezza’ che si fa sentire forte qualora si paragonasse il copione (scritto da Pupi assieme a Tommaso e Antonio Avati) all’omonimo romanzo da cui il film è stato tratto (di cui è sempre autore il regista).

In Il Signor Diavolo ritroviamo anzitutto un po’ tutti gli elementi fondamentali dell’ ‘altro’ cinema avatiano (approfondite l’argomento nella nostra recensione e intervista a Luca Servini sul saggio Pupi Avati. Il Cinema dalle Finestre che Ridono). Siamo nel 1952 e c’è un paesino remoto in cui labile è il confine tra credo e credenza, in cui il Diavolo ancora è capace di emergere da un anfratto nel pavimento per entrare in sagrestia e rubare le ostie consacrate. C’è una società rurale, in cui il diverso è visto con diffidenza e prende le inquietanti sembianze di Emilio (Lorenzo Salvatori). Questi, un ragazzino con foschi trascorsi (si vocifera abbia brutalmente ucciso la sorellina ancora in fasce), deficit mentali dovuti a vicissitudini fisiche mal curate e un aspetto inquietante (in particolar modo le zanne suine che a stento tiene in bocca), è stato ucciso da un suo compagno di catechismo, il quattordicenne Carlo (Filippo Franchini). Quest’ultimo, difatti, riteneva che il coetaneo sia, a sua volta, il colpevole della scomparsa dell’amico Paolino, il quale, dopo aver calpestato per colpa di Emilio l’ostia consacrata durante la sua Prima Comunione, muore di una malattia fulminante pochi giorni dopo.

Il Signor Diavolo 2Le circostanze poco chiare in cui il crimine si è consumato e – soprattutto – il fatto che la vittima sia l’unico genito della potente Clara Vestri Musy (Chiara Caselli) – amica del parroco Lino Capolicchio (proprio il protagonista in La casa dalle finestre che ridono) e del potestà di Venezia – destano le attenzioni del Ministero centrale. Difatti, la nobildonna, prima sostenitrice indefessa della Democrazia Cristiana e della curie, ora è divenuta sua nemica accanita, poiché convinta che il giovane carnefice sia stato spinto dall’indottrinamento di una suora sua parente e dal sagrestano (l’ottimo Gianni Cavina, anch’egli attore feticcio di Pupi Avati). Viene così inviato da Roma a Venezia Furio Momenté (Gabriel Lo Giudice), emissario in incognito incaricato di fare chiarezza sugli eventi e di limitare al massimo la cattiva pubblicità che per la Chiesa e per il partito cattolico deriverebbe da uno scandalo, in particolare modo in un momento delicato come quello appena precedente alle elezioni (siamo nel 1952).

Come in L’arcano incantatore (1996), o nel già citato La casa dalle finestre che ridono, sono le atmosfere tra il fosco e l’onirico a trasmettere allo spettatore gran parte dell’orrore, della tensione. Le stanze vuote e decadenti di una villa padronale ormai fatiscente, una chiesa avvolta nella penombra, dei casali isolati nel mezzo dei campi con annessi porcili, ogni veduta, ogni edificio è ricoperto di un’incorporea, ma percepibile oscurità; si potrebbe dire tinta di una patina di luciferino. Gli spenti grigi, gli ocra e i marroni, i colori quasi sepolcrali scelti dal direttore della fotografia Cesare Bastelli (già collaboratore di Pupi Avati in L’arcano incantatore) rendono tangibile quella minaccia immateriale che aleggia sulle vite dei mortali. O meglio, quasi il diabolico si propagasse da un epicentro invisibile, la presenza del Diavolo impregna i luoghi in cui si muove. Meno si può apprezzare invece il tocco di Sergio Stivaletti, effettista caro a maestri del giallo quali Dario Argento e Lamberto Bava, il cui lavoro è qui piuttosto limitato.

Gabriel Lo Giudice in Il signor Diavolo (2019)L’Inferno incombe in Il Signor Diavolo. Quivi, il demonio assume la forma del verro, assecondando la religiosità totalizzante e ancestrale di un bestiario medioevale. La collocazione in un passato non troppo remoto, ma comunque abbastanza lontano da poter ancora costituire un degno scenario a un esoterismo di marca contadina. Quello che manca invece sono una più completa caratterizzazione dei personaggi e una più compiuta articolazione dell’imperfetto canovaccio. Più nello specifico, è il ritratto di Furio a perdere parecchia dell’originaria complessità, dell’originario smalto (nonostante la convincente interpretazione di Gabriel Lo Giudice). Nel romanzo, era un peccatore che aveva costretto la moglie a concedere il proprio corpo per ripagare i suoi debiti di gioco. Qui, è tratteggiato solamente come un funzionario mediocre alla prima indagine seria, per di più scapolo.

Alla mancanza di problematicità di uno dei personaggi fondamentali su cui l’intera trama è sostanzialmente imbastita, consegue l’assenza di coerenza degli sviluppi e soprattutto del cupo epilogo (la cui spiegazione risiede nel libro), che nel film sembra più un colpo di scena inserito per stupire e spiazzare lo spettatore che non il risultato di una concreta parabola interiore e di una narrazione sviluppate appieno. Se le atmosfere e la ricostruzione di quel periodo storico funzionano (splendidi sono gli scorci paesaggistici e gli interni delle abitazioni), è come detto la diegesi – che per buona parte del minutaggio assume la forma della digressione – a vacillare, come se fosse stata sforbiciata, e depotenziata, da tagli che ne inficiano irrimediabilmente la completezza. In ogni caso, Pupi Avati dimostra ancora una volta che questo è il cinema che più gli si confà e che anche a 80 anni compiuti riesce a gestire come nessun altro nel nostro paese. E non è poco.

Di seguito il trailer e più sotto il backstage di Il Signor Diavolo:

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