Voto: 6.5/10 Titolo originale: Soy Frankelda , uscita: 23-10-2025. Regista: Roy Ambriz.
Io sono Frankelda, la recensione: su Netflix un magnifico incubo gotico fatto interamente a mano
05/10/2026 recensione film Io sono Frankelda di William Maga
Il primo lungometraggio messicano realizzato interamente in stop-motion costruisce un universo traboccante di mostri, musica e invenzioni visive, rischiando a volte di perdersi nella propria immaginazione

C’è qualcosa di particolarmente appropriato nel fatto che Io sono Frankelda racconti una storia sulla creazione attraverso una tecnica che rende il gesto creativo continuamente visibile. Nel film di Arturo e Roy Ambriz quasi nulla sembra semplicemente apparire sullo schermo: ogni creatura, fondale, tessuto, ragnatela e deformazione architettonica conserva l’impressione di essere stato costruito, dipinto, scolpito e infine animato a mano. La materia non viene nascosta, diventa parte del racconto.
Prequel della serie Frankelda’s Book of Spooks, il film torna nel Messico del XIX secolo per raccontare chi fosse Frankelda prima di diventare la ghostwriter che conosciamo. È ancora Francisca Imelda, aspirante scrittrice con un’immaginazione macabra che nessuno sembra disposto a prendere sul serio, tanto meno in una società nella quale pubblicare storie fantastiche non è considerato territorio per una donna.
Quello che Francisca ignora è che i suoi personaggi esistono davvero. Le sue storie hanno dato forma a Topus Terrentus, il Regno degli Spaventi, dove vive anche Herneval, principe tormentato che ha bisogno proprio della sua immaginazione per impedire che quel mondo scompaia. Quando Francisca riesce finalmente ad attraversare il confine tra le due realtà e diventa Frankelda, il rapporto tra autore e creazione smette così di essere metaforico.
È qui che Io sono Frankelda trova la sua intuizione migliore. La fantasia non è un luogo nel quale rifugiarsi dalla realtà: è qualcosa che Francisca produce e che, una volta creato, comincia a esistere indipendentemente da lei. Herneval nasce dalla sua immaginazione ma finisce per influenzarla a sua volta; i racconti generano mostri, i mostri hanno bisogno degli esseri umani e le due dimensioni finiscono per modificarsi reciprocamente.
La stop-motion rende questo scambio sorprendentemente concreto. Topus Terrentus è un accumulo quasi incontrollato di torri gotiche, scale impossibili, superfici oblique, creature aracnoidi e uccellesche, occhi, ossa, nebbie e colori saturi. Le ascendenze sono riconoscibili: Henry Selick, Tim Burton e soprattutto Guillermo del Toro, mentore dei fratelli Ambriz, ma anche le incisioni di Gustave Doré e un immaginario figurativo messicano che impedisce al film di ridursi a un semplice esercizio di gotico burtoniano.
E quando sembra di averne compreso il vocabolario, gli Ambriz cambiano materiale. Stop-motion, pittura, carta, vetro e animazione bidimensionale si contaminano continuamente. La sequenza musicale del Principe degli Spaventi porta questa libertà al massimo livello, trasformando progressivamente l’immagine fino a farla assomigliare a un dipinto in movimento.
Questa stessa generosità diventa però il principale limite del film. Gli Ambriz non sembrano voler rinunciare a nessuna delle idee elaborate per il loro universo e soprattutto nella prima parte la mitologia rischia continuamente di prendere il sopravvento sulla storia. Topus Terrentus ha dinastie, clan, conflitti politici, regole, razze, strumenti e meccanismi che devono essere spiegati; Procustes è il Nightmarer reale incaricato di produrre gli incubi degli esseri umani; la paura alimenta gli Spaventi; fantasia e realtà obbediscono a un complesso sistema di reciproca dipendenza.
Il risultato è che per lunghi tratti il film racconta il proprio mondo invece di permetterci semplicemente di abitarlo. E proprio perché ogni nuova creatura è visivamente irresistibile, l’accumulo finisce paradossalmente per attenuare la meraviglia: quando tutto è straordinario, diventa difficile stabilire cosa debba davvero catturare la nostra attenzione.
È quando Io sono Frankelda torna a Francisca ed Herneval che ritrova il proprio centro. Dietro tutta quella mitologia c’è infatti una storia molto più semplice sulla frustrazione di creare qualcosa che gli altri non comprendono, sul bisogno di essere riconosciuti e sulla possibilità che un’opera, una volta liberata nel mondo, non appartenga più completamente a chi l’ha immaginata.
Non è difficile vedere in Frankelda qualcosa degli stessi Ambriz. Cinema Fantasma nacque come piccolo studio fondato dai due fratelli e Io sono Frankelda è diventato il primo lungometraggio messicano realizzato interamente in stop-motion: un progetto sproporzionato rispetto ai mezzi con cui era partito, al punto che i registi finirono per investirvi direttamente il proprio denaro. Guillermo del Toro, loro mentore da anni, intervenne quando il film era quasi terminato, aiutandoli a rifinirne struttura e montaggio e successivamente ad arrivare alla distribuzione internazionale con Netflix.
Forse è anche per questo che il tema dell’ostinazione artistica non sembra mai applicato dall’esterno. Io sono Frankelda è esso stesso un oggetto creato con la stessa voracità con cui Frankelda inventa i propri mostri. È sovraccarico, imperfetto e talvolta estenuante proprio perché non sa quando smettere di immaginare. Ma è difficile rimproverargli troppo a lungo quell’eccesso quando quasi ogni inquadratura contiene qualcosa che non si era ancora visto.
E in un panorama dell’animazione sempre più levigato e digitalmente uniforme, la cosa più bella di questo piccolo grande incubo messicano è forse proprio questa: si vedono ancora le mani di chi l’ha costruito.
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