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La franchise fatigue esiste davvero? Il vero problema di Hollywood è un altro

03/07/2026 news di William Maga

Da Andor a Deadpool & Wolverine, passando per Barbie e The Batman: forse il pubblico non rifiuta i franchise, ma i blockbuster che sembrano tutti costruiti con la stessa formula

blockbuster flop 2026

Il pubblico non è davvero stanco dei franchise. È stanco dei film che sembrano tutti uguali. La cosiddetta “franchise fatigue” spiega solo una parte del problema: il punto non è vedere un altro capitolo di una saga famosa, ma avere la sensazione di sapere già esattamente che film sarà prima ancora di entrare in sala.

Il problema non è riconoscere un personaggio, un universo narrativo o un marchio. Il problema è riconoscere la formula. Quando ogni blockbuster ha lo stesso tono, la stessa struttura, lo stesso tipo di battuta, la stessa fotografia levigata e la stessa idea di spettacolo, il franchise smette di essere un vantaggio e diventa una gabbia.

Il pubblico non si chiede più soltanto se un film meriti il prezzo del biglietto. Si chiede se valga davvero la pena uscire di casa. E se l’esperienza sembra identica a qualcosa che può aspettare tranquillamente in streaming, la risposta diventa sempre più spesso negativa.

Non è stanchezza dei franchise, ma della prevedibilità

Negli ultimi anni molti film legati a marchi celebri hanno continuato a funzionare quando sono riusciti a offrire un’identità precisa. Dune, Top Gun: Maverick, Barbie, The Batman, Logan, Spider-Man: Across the Spider-Verse e Deadpool & Wolverine dimostrano che il pubblico non rifiuta automaticamente le proprietà intellettuali già note.

La differenza sta nella personalità. Questi titoli non sembrano semplicemente prodotti costruiti per occupare una casella nel calendario delle uscite. Hanno una voce, un tono, un’immagine riconoscibile. Anche quando appartengono a saghe enormi, danno la sensazione di essere stati pensati da qualcuno, non soltanto assemblati da un reparto marketing.

Il problema non è sapere già chi sia il protagonista. Il problema è sapere già come sarà il film.

Quando l’identità conta più del marchio

Andor è uno degli esempi più chiari. È ambientata nell’universo di Star Wars, ma non si comporta come il classico prodotto di Star Wars. Ha il passo dello spy thriller politico, un tono più adulto, una scrittura meno nostalgica e un rapporto molto diverso con la mitologia della saga.

andor serie diego luna

È proprio questa distanza dalla formula a renderla speciale. Non vive soltanto di lightsaber, camei e richiami familiari. Usa il mondo di Star Wars per raccontare potere, resistenza, paura e compromesso. In questo modo il franchise non diventa il fine, ma lo strumento.

Lo stesso vale per The Batman di Matt Reeves. Non è stato percepito come l’ennesimo riavvio di Batman perché aveva una forma precisa: noir, cupa, ossessiva, quasi investigativa. Non era soltanto “un altro film su Batman”, ma una lettura riconoscibile del personaggio.

Il dibattito si è acceso ancora di più nel 2026. Film come The Mandalorian & Grogu, Supergirl e Masters of the Universe, pur appartenendo ad alcuni dei franchise più popolari al mondo, non sono riusciti a trasformare la forza del marchio in un evento cinematografico. Le ragioni possono essere molteplici, ma tutti hanno alimentato la stessa domanda: oggi basta davvero un brand famoso per convincere il pubblico ad acquistare un biglietto?

Il rischio dell’omologazione

Per anni Hollywood ha cercato di ridurre il rischio. Film pensati per piacere a tutti, non spiazzare nessuno, mantenere un tono familiare e replicare ciò che aveva funzionato in precedenza. È una logica comprensibile sul piano industriale, ma pericolosa su quello creativo.

Quando tutto viene progettato per essere sicuro, tutto finisce per diventare intercambiabile. E ciò che è intercambiabile diventa dimenticabile.

Questa è la vera fatica che molti spettatori sembrano avvertire oggi: non la presenza dei franchise, ma la ripetizione dei loro automatismi. La battuta inserita sempre nello stesso punto. Il climax costruito sempre nello stesso modo. Il villain con motivazioni prevedibili. Il terzo atto che deve per forza trasformarsi in uno scontro digitale gigantesco.

Barbie ha funzionato perché sembrava un film, non un prodotto

Barbie è un caso fondamentale. Sulla carta era il massimo esempio di cinema basato su un marchio: un giocattolo celebre, un brand globale, un nome conosciuto ovunque. Eppure il film non è stato percepito come un semplice spot da due ore.

Il motivo è che Greta Gerwig ha trasformato il marchio in una visione. Ha preso un prodotto riconoscibile e lo ha usato per costruire una commedia pop, autocosciente, colorata, politica e malinconica. Il pubblico è andato al cinema non solo perché conosceva Barbie, ma perché quel film sembrava un evento diverso da tutto il resto.

È questa la lezione più importante: un franchise può ancora funzionare se riesce a far dimenticare, almeno per due ore, di essere prima di tutto un franchise.

Deadpool & Wolverine ha smentito la “franchise fatigue”

Anche Deadpool & Wolverine ha funzionato perché ha dato agli spettatori qualcosa di percepito come diverso all’interno del sistema Marvel. Non era un altro cinecomic levigato e controllato: era vietato ai minori, irriverente, meta, più sporco e più libero rispetto alla formula abituale del MCU.

Il film ha sfruttato la nostalgia, certo, ma lo ha fatto con un’identità molto precisa. Ha trasformato l’eredità Fox, il ritorno di Hugh Jackman e il caos multiversale in un evento riconoscibile, non in un episodio qualsiasi di una catena infinita.

Il successo al botteghino dimostra che il pubblico non ha smesso di voler vedere personaggi noti. Ha smesso di volerli vedere intrappolati in prodotti senza rischio.

Chiwetel Ejiofor e Renate Reinsve in Backrooms (2026)

Un discorso simile può essere fatto anche per i recenti Obsession e Backrooms. Pur partendo da un immaginario nato sul web, i due film sono stati percepiti come qualcosa di diverso rispetto ai blockbuster tradizionali. Non tanto perché fossero perfetti, ma perché proponevano un linguaggio visivo e narrativo insolito, dimostrando che il pubblico continua a premiare opere capaci di uscire dalle formule più consolidate.

La sala deve offrire qualcosa che lo streaming non può dare

Oggi un film non compete soltanto con altri film. Compete con Netflix, TikTok, YouTube, videogiochi, serie TV e con l’abitudine sempre più forte di aspettare l’uscita domestica.

Per questo la domanda centrale è cambiata. Non è più solo: “Questo film mi interessa?”. È: “Questo film merita di essere visto subito, in sala, con altre persone?”.

Quando un’opera sembra visivamente e narrativamente uguale a tante altre, la sala perde forza. Quando invece promette un’esperienza non replicabile altrove, il cinema torna a essere necessario.

È anche per questo che oggi il semplice spettacolo non basta più. Gli effetti visivi sono diventati la normalità e il pubblico li dà quasi per scontati. A fare la differenza è la sensazione di assistere a qualcosa che abbia una personalità precisa, un’estetica riconoscibile o un’idea narrativa capace di distinguersi dal resto dell’offerta.

Il pubblico cerca imprevedibilità

Hollywood ha investito per anni sulla riconoscibilità. Personaggi riconoscibili, loghi riconoscibili, universi riconoscibili, formule riconoscibili. Ma forse oggi una parte sempre più grande del pubblico cerca l’opposto: imprevedibilità.

Non significa rifiutare i grandi marchi. Significa volerli vedere trasformati. Un nuovo Star Wars può ancora interessare, ma deve avere una ragione per esistere oltre la nostalgia. Un nuovo film Marvel può ancora attirare pubblico, ma deve sembrare qualcosa di più di una tessera obbligatoria dentro una macchina più grande.

Il marchio può portare lo spettatore fino alla porta del cinema. Ma è la personalità del film a convincerlo a entrare.

La vera lezione per Hollywood

Il 2026 potrebbe rappresentare un punto di svolta per l’industria. Da una parte diversi blockbuster costruiti su marchi storici, come The Mandalorian & Grogu, Supergirl e Masters of the Universe, hanno faticato a conquistare il botteghino. Dall’altra, produzioni percepite come più autoriali o con una forte identità hanno continuato a distinguersi. Non dimostra che la cosiddetta “franchise fatigue” non esista, ma suggerisce che il problema potrebbe essere molto più complesso di una semplice stanchezza verso sequel e reboot.

La crisi di molti blockbuster non dipende soltanto dal fatto che siano sequel, reboot o spin-off. Dipende anche dal fatto che spesso sembrano costruiti per non sorprendere nessuno.

emily blunt film Disclosure Day 2026

Vale anche il contrario. Nemmeno un film originale è automaticamente destinato al successo se trasmette la sensazione di riproporre idee già viste. È una delle interpretazioni emerse attorno a Disclosure Day: non un film penalizzato dall’appartenenza a un franchise, ma dalla percezione di richiamare un tipo di fantascienza classica che parte del pubblico riteneva già familiare. Non è l’unica spiegazione possibile dei suoi risultati, ma rafforza l’idea che oggi l’originalità percepita conti quanto, se non più, dell’originalità assoluta.

Il pubblico può accettare un franchise, un universo condiviso o un personaggio già noto. Quello che tollera sempre meno è l’assenza di una visione. Perché quando tutto sembra uscito dallo stesso laboratorio creativo, anche il marchio più potente perde valore.

Forse il pubblico non sta chiedendo meno franchise, ma più coraggio. Non meno sequel, ma più identità. Il 2026 sembra aver dimostrato che un marchio famoso può ancora attirare attenzione, ma non basta più a garantire il successo. Le proprietà intellettuali continuano a funzionare quando un autore riesce a trasformarle in qualcosa di vivo, riconoscibile e necessario. Se Hollywood vuole davvero riportare le persone in sala, non basta offrire qualcosa di familiare: deve offrire un’esperienza che dia la sensazione di non poter essere trovata da nessun’altra parte.

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