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Cinecomic, avventure e uno sguardo che non si dimentica: auguri a Margot Robbie, ecco 5 film per i suoi 36 anni

02/07/2026 news di Andrea Palazzolo

Una delle attrici più amate della sua generazione, Margot Robbie oggi 2 Luglio 2026 spegne anche lei le sue candeline. Ecco alcuni film da recuperare.

Margot Robbie in Dreamland

Trentasei anni e una carriera che molte attrici sognerebbero anche dopo decenni di professione. Margot Robbie è oggi una delle potenze inarrestabili di Hollywood, capace di passare con disinvoltura dal blockbuster da un miliardo di dollari al dramma indipendente, dalla commedia nera al biopic impegnato. La sua ascesa non è stata un colpo di fortuna, ma il risultato di scelte intelligenti, talento cristallino e una determinazione che ricorda proprio alcuni dei personaggi che ha interpretato.

Margot Robbie non sceglie mai la strada più comoda. Potrebbe facilmente accontentarsi di ruoli glamour o di personaggi scritti per piacere al pubblico. Invece cerca la complessità, l’ambiguità, la sfida. E quando il ruolo non offre dialoghi, trova altri modi per esistere sullo schermo. Questa è la differenza tra un’attrice che funziona e un’attrice che resta. Di seguito, quindi, i nostri consigli su una carriera all’insegna del cinema di genere.

The Legend of Tarzan (2016)


Il re della giungla indossa giacca e cravatta nella Londra vittoriana. Sembra impossibile, eppure The Legend of Tarzan del 2016 parte proprio da qui: dal momento in cui l’uomo scimmia ha abbandonato le liane per abbracciare l’identità che gli spettava per nascita. Alexander Skarsgård veste i panni di John Clayton III, Conte di Greystoke, che ha scambiato la foresta congolese con i salotti dell’alta società britannica. Al suo fianco, Margot Robbie interpreta Jane Porter, ora sua moglie, in una versione del mito che ribalta completamente la narrazione classica.

Qui la storia inizia quando Tarzan ha già conquistato la civiltà, quando ha già scelto di essere John Clayton. Ma il passato, si sa, non si cancella facilmente. Siamo nel 1889 e il Parlamento inglese chiede a John Clayton di tornare in Congo come emissario commerciale. L’ex signore della giungla è riluttante, ha costruito una nuova esistenza borghese e benestante accanto a Jane. Il richiamo della foresta non lo tenta più, o almeno così crede. Alla fine accetta, senza immaginare che quella missione diplomatica nasconde in realtà una trappola orchestrata dal crudele capitano Leon Rom, interpretato da un inquietante Christoph Waltz. Rom ha bisogno di Tarzan per i suoi loschi traffici nella regione, e non si fermerà davanti a nulla pur di ottenerlo.

Amsterdam (2022)


Ci sono film che nascondono sotto la superficie di una storia avvincente un pezzo di storia americana troppo spesso dimenticato. Amsterdam è uno di questi, un thriller dai contorni noir ambientato negli anni ’30, diretto da David O. Russell e interpretato da un cast che farebbe impallidire qualsiasi red carpet hollywoodiano. Christian Bale, Margot Robbie, John David Washington, Robert De Niro, Anya Taylor-Joy, Rami Malek: un parterre di stelle che da solo basterebbe a giustificare la visione. Ma è la trama, intricata e sorprendente, a trasformare questo film in qualcosa di più di un semplice esercizio di stile.

La storia prende le mosse nel 1933, nella New York della Grande Depressione. Il dottor Burt Berendsen e l’avvocato Harold Woodsman sono due veterani della Prima guerra mondiale che si ritrovano incastrati per un omicidio che non hanno commesso. Si ritrovano in mezzo a un enigma più grande, un puzzle che si allarga pagina dopo pagina, coinvolgendo Valerie Voze, un’affascinante donna che i due hanno conosciuto in passato e che diventerà la chiave per dipanare una matassa molto più intricata di quanto sembri.

I tre protagonisti non sono semplici personaggi da thriller. Sono veterani segnati dalla guerra, individui che hanno visto gli orrori del fronte e che portano addosso cicatrici visibili e invisibili. Burt è un medico con metodi poco ortodossi, Harold un avvocato afroamericano che deve navigare le acque torbide del razzismo istituzionale, Valerie, interpretata da Margot Robbie, una donna libera e indipendente in un’epoca in cui queste caratteristiche erano quasi rivoluzionarie. La loro amicizia, nata ad Amsterdam durante la guerra, rappresenta un momento di purezza e libertà che contrasta violentemente con la realtà cupa e complottista della New York degli anni ’30.

The Suicide Squad – Missione suicida (2021)


A Belle Reve, la prigione con il più alto tasso di mortalità degli Stati Uniti, dove marciscono i peggiori supercriminali del pianeta nasce The Suicide Squad, il film che James Gunn ha trasformato in un tornado di caos, violenza splatter e umorismo nero come la pece. Uscito nel 2021, questo cinecomic rappresenta qualcosa di radicalmente diverso nel panorama dei film di supereroi: un’opera dove la morte non risparmia nessuno, nemmeno i personaggi interpretati dalle star più pagate.

Amanda Waller, l’implacabile funzionaria governativa interpretata da Viola Davis, offre ai detenuti di Belle Reve una possibilità di riduzione della pena in cambio di una missione suicida. Non è un modo di dire: la Task Force X, ribattezzata Suicide Squad, viene spedita a Corto Maltese, un’isola fittizia dell’America Latina controllata da un regime militare, per distruggere ogni traccia del Progetto Starfish. Chi accetta viene dotato di un esplosivo impiantato nel cranio: un passo falso, un tentativo di fuga, e boom. Cervello sparso ovunque.

La genialità di Gunn sta nell’aver preso alla lettera il concetto di “missione suicida”. A differenza dei film Marvel o degli altri cinecomic DC, qui nessun personaggio gode di immunità narrativa. La sequenza iniziale è un manifesto programmatico: un’intera squadra di supercriminali viene sterminata nei primi venti minuti, compresi personaggi interpretati da attori riconoscibili come Pete Davidson e Nathan Fillion. È un messaggio chiaro allo spettatore: non date nulla per scontato. Questa spregiudicatezza narrativa genera una tensione costante che manca nella maggior parte dei blockbuster contemporanei. Margot Robbie torna nei panni di Harley Quinn, l’unica reduce del primo Suicide Squad del 2016, qui finalmente libera di esprimere tutta la anarchia psicopatica del suo personaggio senza censure.

Terminal (2018)


Nel cuore pulsante del cinema noir contemporaneo, Terminal si configura come un thriller dall’estetica curata e dall’intreccio labirintico. Diretto da Vaughn Stein nel suo esordio alla regia nel 2018, il film rappresenta un’operazione ambiziosa: costruire un universo narrativo dove nulla è ciò che sembra, dove ogni personaggio porta il peso di segreti inconfessabili e dove la vendetta orchestra le vite come un burattinaio nascosto nell’ombra.

La pellicola si snoda in una città senza nome, immersa in una notte perpetua che ricorda le atmosfere di Blade Runner filtrate attraverso la sensibilità visiva del fumetto noir. È in questo scenario distopico e claustrofobico che si intrecciano le esistenze di personaggi apparentemente disconnessi: due sicari alle prese con una missione dai contorni oscuri, un insegnante malato terminale che affronta gli ultimi giorni della sua vita, un enigmatico addetto alle pulizie e una cameriera dal fascino pericoloso che conduce una doppia vita.

Margot Robbie domina la scena interpretando Annie e Bonnie, un doppio ruolo che costituisce il nucleo centrale del film. L’attrice australiana, reduce dal successo planetario di Suicide Squad e in procinto di consolidare il suo status di icona contemporanea, dimostra qui una versatilità notevole. Il suo personaggio, o meglio i suoi personaggi, rappresentano l’incarnazione stessa dell’inganno: una donna che gioca con identità multiple, che seduce e manipola, che conosce tutti i segreti prima ancora che vengano pronunciati. La doppia natura del suo ruolo non è un semplice espediente narrativo, ma il cuore pulsante dell’intera operazione di vendetta che si dipana sullo schermo.

Dreamland (2019)


C’è un’America che il cinema ama raccontare, quella delle pianure infinite dove la polvere si confonde con il cielo e dove i sogni si sgretolano sotto il peso della miseria. Dreamland si colloca proprio in quel periodo storico devastante, gli anni Trenta della Grande Depressione, quando milioni di americani si ritrovarono senza futuro e le tempeste di sabbia del Dust Bowl trasformarono il Texas in un paesaggio quasi apocalittico.

Al centro della narrazione c’è Allison Wells, interpretata da Margot Robbie, una giovane rapinatrice di banche che dopo l’ennesimo colpo si ritrova ferita e braccata dalle autorità. Sulla sua testa pende una taglia considerevole, il tipo di ricompensa che in tempi di fame può cambiare una vita. Durante la sua fuga disperata attraverso le strade polverose del Texas, Allison incappa in Eugene Evans, un ragazzo della sua età interpretato da Finn Cole. Eugene vive in una piccola cittadina da cui sogna di fuggire da sempre, soffocato dalla routine e dalla mancanza di prospettive che caratterizza quell’epoca. L’incontro con la criminale rappresenta per lui un’opportunità inaspettata: potrebbe finalmente lasciare quel luogo per sempre, seguendo il fascino pericoloso di una vita ai margini della legge.

Dreamland si inserisce in quel filone di thriller ambientati nell’America rurale che esplorano le conseguenze della crisi economica sulla psiche umana. Non è solo una storia di rapine e fughe, ma un ritratto di come la disperazione possa spingere le persone a scelte estreme, sia criminali come Allison che oneste come Eugene. La Grande Depressione fa da sfondo perfetto a questa narrazione, perché rappresenta un momento in cui le certezze morali della società americana vennero messe profondamente in discussione.

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