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Liminal spaces: perché gli spazi vuoti ci fanno paura nel cinema horror

25/05/2026 news di William Maga

Da Shining ai Backrooms, passando per Skinamarink, Cube e David Lynch: come il cinema horror ha trasformato corridoi vuoti, hotel deserti e spazi liminali in una delle paure più disturbanti dell’epoca contemporanea

backrooms prima immagine in assoluto mai apparsa online

Ci sono luoghi che diventano inquietanti non perché succeda qualcosa, ma perché non succede nulla. Corridoi vuoti illuminati al neon, hotel deserti, scuole silenziose nel cuore della notte, centri commerciali senza persone, parcheggi infiniti. I liminal spaces trasformano ambienti familiari in qualcosa di profondamente sbagliato, e negli ultimi anni sono diventati una delle ossessioni visive più potenti dell’horror contemporaneo.

Il termine “liminale” deriva dal latino limen, cioè “soglia”, e indica uno stato di transizione. Un liminal space è uno spazio progettato per essere attraversato, non vissuto: aeroporti, tunnel, corridoi, sale d’attesa, hotel. Quando questi ambienti appaiono vuoti o sospesi nel tempo, producono una sensazione straniante perché il cervello continua ad aspettarsi una presenza umana che non arriva mai.

I liminal spaces fanno paura perché sembrano luoghi rimasti senza esseri umani, ma non senza memoria della loro presenza.

La diffusione contemporanea del fenomeno è legata soprattutto a Backrooms, creepypasta nato online nel 2019 da una semplice immagine: un ufficio vuoto con moquette gialla, luci fluorescenti e pareti apparentemente infinite. L’idea narrativa era tanto minimale quanto efficace: “Se esci accidentalmente dalla realtà, potresti finire qui”. Da quel momento internet ha costruito un intero universo fatto di livelli infiniti, architetture impossibili ed entità misteriose, trasformando i Backrooms in una delle espressioni più importanti dell’analog horror moderno.

vivarium film 2019 lorcan finneganLa vera consacrazione è arrivata con i cortometraggi realizzati da Kane Parsons, conosciuto online come Kane Pixels, che hanno reinterpretato il concetto attraverso estetica VHS, riprese handheld e un uso dello spazio profondamente cinematografico. L’orrore non nasce quasi mai dal mostro in sé, ma dalla sensazione di trovarsi intrappolati in un luogo che sembra esistere fuori dalla realtà.

In realtà il cinema lavorava sui liminal spaces molto prima che il termine diventasse popolare online. Uno dei casi più importanti resta Shining di Stanley Kubrick. L’Overlook Hotel è probabilmente uno degli spazi più influenti nella costruzione dell’immaginario liminale moderno. Kubrick trasforma l’hotel in un organismo impossibile: corridoi troppo lunghi, sale enormi e vuote, geometrie prive di logica reale.

Negli anni numerosi studi e analisi hanno evidenziato come la struttura dell’Overlook non possa esistere architettonicamente: finestre impossibili, stanze che cambiano posizione, percorsi incoerenti. Questa alterazione spaziale genera una sensazione costante di disorientamento subconscio.

Il vero mostro di Shining non è la presenza soprannaturale. È lo spazio stesso.

Lo spettatore percepisce che qualcosa non funziona anche senza comprenderlo razionalmente. È il motivo per cui la celebre sequenza del triciclo di Danny è diventata una delle immagini simbolo dell’horror moderno: non c’è ancora una minaccia concreta, ma l’ambiente stesso appare ostile.

Un altro titolo fondamentale è Cube di Vincenzo Natali, uscito nel 1997. Qui il concetto viene portato all’estremo minimalista: un gruppo di persone si risveglia all’interno di una struttura composta da stanze cubiche identiche fra loro. Nessuna spiegazione. Nessuna geografia comprensibile. Nessuna reale possibilità di orientarsi.

Cube anticipa moltissimi elementi dell’estetica alla Backrooms contemporanea, soprattutto l’idea dello spazio infinito come antagonista.

Skinamarink film 2023Nel liminal horror il labirinto non serve a nascondere il mostro: il labirinto è il mostro.

Negli ultimi anni il cinema horror indipendente ha iniziato a lavorare sempre più apertamente su questa sensibilità. Vivarium di Lorcan Finnegan è probabilmente il film che più si avvicina all’estetica liminale contemporanea. Una coppia visita un quartiere residenziale composto da villette identiche e scopre di non riuscire più a uscirne.

La suburbia americana viene trasformata in una trappola metafisica: cielo artificiale, strade che si ripetono all’infinito, colori irreali, assenza totale di vita autentica. La forza del film nasce proprio dalla normalità degli ambienti. Non ci sono castelli gotici o scenografie horror tradizionali. Solo villette perfette e silenziose.

Più uno spazio dovrebbe essere rassicurante, più diventa inquietante quando appare vuoto.

Anche It Follows di David Robert Mitchell lavora fortemente sulla liminalità, pur venendo spesso classificato semplicemente come horror soprannaturale. I quartieri sembrano deserti, il tempo appare indefinito, gli oggetti appartengono a epoche differenti e Detroit viene mostrata come una città semi-abbandonata. Tutto sembra sospeso fra passato e presente.

Il mostro funziona proprio perché emerge lentamente da questi spazi vuoti e silenziosi.

La vera inquietudine del liminal horror nasce dalla sensazione che il mondo sia già morto prima ancora che arrivi la minaccia.

Uno dei casi più estremi è Skinamarink di Kyle Edward Ball, diventato rapidamente un fenomeno di culto. Il film racconta due bambini che si svegliano durante la notte e scoprono che porte e finestre della loro casa stanno scomparendo. La trama, però, è quasi secondaria.

La macchina da presa insiste su corridoi bui, soffitti, angoli vuoti, televisori accesi nel nulla e immagini granulari deteriorate. Più che raccontare una storia, Skinamarink tenta di ricostruire una sensazione infantile precisa: quella paura irrazionale provata da bambini quando la casa, nel cuore della notte, smette improvvisamente di sembrare sicura.

Cube - Il cubo 7In diverse interviste, Kyle Edward Ball ha spiegato come il film nasca proprio dai ricordi delle paure infantili e dalle immagini sfocate delle VHS anni Novanta. È questo che rende Skinamarink così divisivo: più che un film tradizionale, è un’esperienza sensoriale costruita sulla memoria e sull’inconscio.

Parlare di liminalità cinematografica significa inevitabilmente parlare anche di David Lynch. Film come Mulholland Drive e Strade Perdute sono costruiti interamente attorno a spazi sospesi fra sogno e realtà. Strade notturne deserte, diner vuoti, hotel silenziosi, appartamenti apparentemente normali che però emanano qualcosa di profondamente disturbante.

Lynch usa gli ambienti per destabilizzare lo spettatore ancora prima della trama.

Nei film liminali non ci si perde soltanto nello spazio. Ci si perde nella percezione della realtà.

Secondo diversi studi sulla psicologia ambientale, il motivo per cui i liminal spaces risultano così disturbanti è legato alla rottura delle aspettative cognitive. Il cervello associa certi luoghi alla presenza umana e a una precisa funzione sociale. Quando queste componenti vengono improvvisamente rimosse, emerge una forma di uncanny valley architettonica.

A questo si aggiunge un forte elemento nostalgico. Molti liminal spaces ricordano luoghi dell’infanzia o degli anni Novanta e Duemila: sale giochi, piscine comunali, hotel, corridoi scolastici, centri commerciali. Il risultato è una nostalgia corrotta, malinconica, quasi postumana.

L’horror contemporaneo sembra sempre più interessato a questa forma di paura astratta e ambientale. Negli ultimi anni il genere si è progressivamente allontanato dal semplice jumpscare per concentrarsi su alienazione, isolamento e dissociazione. I liminal spaces rappresentano perfettamente le ansie moderne: la sensazione di essere intrappolati in spazi impersonali, l’iperconnessione digitale, la perdita di orientamento emotivo, la percezione che il mondo familiare stia lentamente diventando artificiale.

Forse è questo il vero cuore del liminal horror contemporaneo: la sensazione che il mondo esista ancora… ma che qualcosa di umano sia scomparso lungo il percorso.

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