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Paul Thomas Anderson boccia il cinema moderno: «Servono sceneggiature più solide»

31/07/2026 news di Stella Delmattino

Il regista riconosce l’abilità tecnica dei nuovi filmmaker, ma individua nella scrittura il punto debole di molti film contemporanei

Paul Thomas Anderson 2026 Festival Theaters

Il cinema contemporaneo non ha un problema di immagini. Secondo Paul Thomas Anderson, ha soprattutto un problema di scrittura. Durante una conversazione con il critico David Ansen a Palm Springs, il regista di Boogie Nights, Magnolia e Il petroliere ha rivolto un consiglio molto chiaro alla nuova generazione di filmmaker: dedicare meno energie alle cineprese e molte di più alla sceneggiatura.

Anderson non nega che oggi esistano registi giovani capaci di girare, montare e costruire immagini tecnicamente notevoli. Al contrario, riconosce che il livello delle competenze visive si sia alzato considerevolmente. Il problema, a suo giudizio, è ciò che dovrebbe sostenere quelle immagini: una storia abbastanza forte da dare loro un significato. Le dichiarazioni arrivano da un incontro pubblico organizzato ai Festival Theaters di Palm Springs, durante il quale Anderson ha ripercorso con Ansen la propria carriera e il rapporto tra scrittura e regia.

«Vorrei vedere più scrittura, una scrittura più solida»

Alla domanda su cosa vorrebbe trovare più spesso nel lavoro dei registi emergenti, Paul Thomas Anderson ha indicato senza esitazioni la sceneggiatura:

«Quello che vorrei vedere maggiormente è più scrittura, una scrittura più solida da parte dei filmmaker emergenti. La scrittura che sta sotto [la grande regia] deve essere fondamentale e molto forte.»

Il punto non è opporre scrittura e immagini, né sostenere che un film debba rinunciare all’invenzione visiva. Anderson parla piuttosto della necessità di costruire fondamenta narrative capaci di sostenere la tecnica. Una regia elaborata, un montaggio energico o una fotografia raffinata possono attirare immediatamente l’attenzione, ma difficilmente compensano personaggi inconsistenti, dialoghi deboli o una storia incapace di coinvolgere.

Secondo il filmmaker, proprio questo squilibrio rende molti film contemporanei «traballanti e sbilanciati»: il livello tecnico appare elevato, mentre la struttura che dovrebbe tenerlo insieme rimane fragile.

Un film sopravvive ai pochi mezzi, non a una storia vuota

Anderson ha quindi ricordato che il pubblico tende a conservare il ricordo di un film attraverso la sua storia e il rapporto instaurato con i personaggi, non attraverso il costo delle attrezzature impiegate sul set.

«Un film si riconosce sempre dalla sua storia, dal suo legame con le persone. Puoi guardare un film e capire esattamente in quale punto sono finiti i soldi, e non importa, purché la storia sia abbastanza forte.»

È una considerazione particolarmente significativa nell’attuale panorama produttivo. Cineprese relativamente accessibili, software di montaggio e color correction e strumenti di post-produzione sempre più avanzati permettono ormai anche a una produzione ridotta di ottenere immagini dall’aspetto professionale.

Un cortometraggio può essere girato con una macchina contenuta in uno zaino, rifinito digitalmente, accompagnato dalla musica giusta e presentarsi come un prodotto molto più costoso di quanto sia realmente. Ma la democratizzazione della tecnologia non risolve automaticamente il problema più antico del cinema: qualcuno deve comunque scrivere una storia che valga la pena raccontare.

«Avete speso tutte le energie sulle cineprese? Forse dovreste ripensarci»

Anderson ha sintetizzato il concetto con una battuta rivolta idealmente ai giovani registi:

«Avete speso tutte le vostre energie sui pacchetti di cineprese? Forse dovreste ripensarci.»

La provocazione colpisce una tendenza molto riconoscibile: l’attenzione quasi ossessiva per la macchina utilizzata, le lenti, il formato, il rapporto d’aspetto e la color correction, spesso trattati come se fossero sufficienti a definire il valore di un’opera.

Anderson, che ha sempre attribuito grande importanza alla componente visiva dei propri film e continua a sperimentare con pellicola, ottiche e formati, non sta sostenendo che questi elementi siano irrilevanti. La sua stessa filmografia dimostra il contrario. Sta però ribadendo un ordine di priorità: prima bisogna scrivere il film, poi scegliere come fotografarlo.

Gli sceneggiatori migliori sono passati alla televisione?

David Ansen ha quindi chiesto al regista se parte del problema dipenda dalla migrazione degli sceneggiatori verso la televisione. Anderson ha riconosciuto che si tratta effettivamente di «uno dei problemi».

«Una volta i film erano la cosa più interessante che si potesse fare. Adesso è come se il cinema fosse diventato una specie di figliastro lasciato in disparte.»

Negli ultimi decenni, le serie hanno offerto agli autori spazi narrativi difficilmente disponibili al cinema. Dieci ore permettono di seguire più personaggi, approfondire relazioni, lasciare maturare i conflitti e costruire mondi complessi senza doverli comprimere entro la durata di un lungometraggio.

Il cinema industriale, intanto, si è concentrato sempre più su proprietà intellettuali riconoscibili, sequel, universi condivisi e opere progettate per generare ulteriori contenuti. Il risultato non è necessariamente un cattivo film, ma può portare la sceneggiatura a essere trattata come un ingranaggio funzionale alla continuità di un marchio, anziché come il centro creativo dell’opera.

Tecnica impeccabile, film dimenticabili

Molte grandi produzioni contemporanee presentano effetti visivi sofisticati, fotografia accurata, montaggio fluido e un livello tecnico che fino a pochi decenni fa sarebbe stato irraggiungibile. Eppure possono lasciare pochissimo dopo la visione.

Il problema indicato da Anderson è proprio questo: un film può essere confezionato in modo impeccabile e restare emotivamente vuoto. Una cinepresa costosa non crea un personaggio memorabile. Una sequenza d’azione perfettamente coreografata non sostituisce un conflitto ben sviluppato. Una fotografia spettacolare non rende automaticamente interessante ciò che viene fotografato.

Al contrario, la storia del cinema è piena di opere realizzate con scenografie economiche, mezzi ridotti e imperfezioni tecniche che continuano a essere viste perché poggiano su sceneggiature solide. Il pubblico può perdonare un’immagine povera o il momento in cui il budget sembra esaurirsi; difficilmente perdona un racconto che non conduce da nessuna parte.

Il consiglio di Paul Thomas Anderson: scrivete prima il film

Le parole del regista non vanno lette come il lamento nostalgico di un autore contrario alle nuove tecnologie. Anderson parla da filmmaker che ha sempre unito costruzione narrativa e ricerca formale, dai movimenti di macchina di Boogie Nights alla struttura corale di Magnolia, fino alla precisione dei dialoghi e dei rapporti di potere in Il petroliere, The Master e Il filo nascosto.

La tecnica, nella sua opera, non è mai un elemento separato dal racconto: nasce dai personaggi, dal ritmo della scena e dalla tensione che li lega. È proprio questa integrazione che Anderson sembra chiedere ai registi più giovani.

Il suo messaggio, in fondo, è estremamente semplice: non importa quanto una macchina da presa sia avanzata o quanto un film sembri costoso. Se la sceneggiatura non regge, prima o poi l’intera costruzione crolla.

Prima di preoccuparsi della cinepresa, del formato e della color correction, bisognerebbe quindi tornare al punto da cui ogni film dovrebbe cominciare: scrivere qualcosa che meriti davvero di essere girato.

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