Prima delle Backrooms: i 9 film che hanno inventato l’orrore degli spazi liminali
31/05/2026 news di Stella Delmattino
Un viaggio tra cinema, architettura, psicologia e cultura contemporanea per capire come alcune opere abbiano anticipato la paura degli spazi vuoti, sospesi e disumanizzati

Quando nel 2019 un’immagine apparentemente banale iniziò a diffondersi sui forum di internet, pochi immaginavano che sarebbe diventata uno dei fenomeni culturali più importanti dell’era digitale. La fotografia mostrava una stanza anonima illuminata da neon giallastri, con pareti prive di carattere e un’atmosfera inspiegabilmente inquietante. Da quella singola immagine nacquero le Backrooms, una mitologia contemporanea costruita attorno all’idea di ritrovarsi intrappolati in spazi infiniti, vuoti e privi di logica.
Il successo delle Backrooms viene spesso interpretato come una novità assoluta. In realtà, ciò che le ha rese così potenti esisteva da molto tempo. Il cinema aveva già esplorato per decenni quella stessa sensazione di disagio provocata da luoghi familiari che improvvisamente smettono di comportarsi come dovrebbero.
Per comprendere davvero questo fenomeno bisogna partire dal concetto di liminalità. L’antropologo Arnold van Gennep utilizzò il termine per descrivere le fasi di passaggio tra due condizioni dell’esistenza. Successivamente Victor Turner ampliò la teoria identificando gli spazi liminali come luoghi sospesi, territori intermedi in cui le normali regole della realtà sembrano temporaneamente dissolversi.
Nel mondo contemporaneo questa definizione ha assunto un significato nuovo. Corridoi scolastici deserti, centri commerciali vuoti, alberghi senza ospiti, aeroporti silenziosi e uffici abbandonati sono diventati simboli di una particolare forma di inquietudine moderna. Non fanno paura perché contengono qualcosa di minaccioso. Fanno paura perché sembrano aver perso ciò che li rendeva umani.
È proprio qui che il cinema aveva già anticipato tutto.
Shining (1980): l’architettura impossibile
Shining rappresenta probabilmente la più importante opera liminale mai realizzata.
L’Overlook Hotel è molto più di un semplice edificio infestato. Analizzandolo attentamente emerge una caratteristica fondamentale: la sua struttura non può esistere nel mondo reale. Corridoi, finestre e stanze sembrano contraddirsi continuamente. Le geometrie cambiano. Gli spazi si deformano.
Stanley Kubrick comprese che l’architettura può diventare una fonte di terrore autonoma.
L’angoscia non nasce dalla presenza dei fantasmi, ma dalla sensazione che il luogo stesso sia sbagliato.
Gran parte dell’estetica moderna delle Backrooms affonda le proprie radici nelle immagini dell’Overlook Hotel: corridoi infiniti, illuminazione artificiale, sale vuote e ripetizioni geometriche che trasformano la normalità in qualcosa di perturbante.
Cube (1997): la prigione senza scopo
Cube introduce un concetto destinato a diventare centrale nell’immaginario liminale: lo spazio privo di funzione.
I protagonisti si risvegliano all’interno di una struttura composta da stanze identiche che sembrano estendersi all’infinito. Nessuno sa chi l’abbia costruita. Nessuno conosce il motivo della sua esistenza.
La vera inquietudine nasce dal fatto che l’architettura sembra aver perso il proprio significato.
Le Backrooms funzionano esattamente allo stesso modo. Sono luoghi costruiti per qualcuno che non c’è più. Ambienti che continuano a esistere anche dopo aver smarrito la propria ragione d’essere.
Strade Perdute (1997): il collasso della percezione
Con Lost Highway, David Lynch porta la liminalità su un piano psicologico.
Le sue autostrade notturne sembrano infinite. Le case appaiono troppo silenziose. I corridoi conducono verso luoghi che sfuggono alla logica.
Lynch non altera semplicemente lo spazio. Altera il rapporto tra lo spettatore e lo spazio.
La paura nasce dal momento in cui perdiamo la capacità di orientarci e comprendere ciò che ci circonda. Una dinamica che sarà fondamentale nell’estetica delle Backrooms.
Pulse (2001): il mondo senza persone
Pulse di Kiyoshi Kurosawa è uno dei film più vicini alla sensibilità contemporanea degli spazi liminali.
Appartamenti deserti. Uffici vuoti. Strade silenziose.
La minaccia soprannaturale passa quasi in secondo piano rispetto alla sensazione dominante: la progressiva scomparsa dell’umanità.
Pulse comprende prima di molti altri che il vero orrore del nuovo millennio non è ciò che arriva, ma ciò che scompare.
Silent Hill (2006): il non luogo assoluto
Silent Hill rappresenta una perfetta applicazione cinematografica della teoria dei non luoghi elaborata da Marc Augé.
La città esiste in una condizione di sospensione permanente. Non è viva e non è morta. È bloccata.
La nebbia cancella l’orientamento e trasforma ogni strada in una zona di transizione senza fine.
L’intera città diventa uno spazio liminale.
Vivarium (2019): la normalità come incubo
Vivarium è probabilmente il film che anticipa più direttamente le Backrooms moderne.
Un quartiere infinito composto da case identiche. Ogni strada conduce allo stesso punto. Ogni tentativo di fuga fallisce.
L’idea è tanto semplice quanto devastante.
Il luogo più inquietante non è una casa infestata.
È una casa perfettamente normale.
Vivarium mostra come la ripetizione possa trasformarsi in una forma di prigionia esistenziale.
It Follows (2014): la liminalità del tempo
It Follows esplora una forma diversa di liminalità.
Nel film convivono elementi appartenenti a epoche differenti. Il passato e il futuro sembrano sovrapporsi continuamente.
Lo spettatore non riesce a collocare gli eventi in un periodo preciso.
Questa incertezza temporale genera lo stesso disagio prodotto dagli spazi liminali: la sensazione che qualcosa sia familiare ma impossibile da definire.
Skinamarink (2022): il linguaggio delle Backrooms
Skinamarink rappresenta il punto d’incontro tra cinema sperimentale e cultura internet.
Porte socchiuse, corridoi bui, pareti vuote e suoni lontani sostituiscono quasi completamente la narrazione tradizionale.
Più che raccontare una storia, il film cerca di ricreare una sensazione.
La sensazione di essere intrappolati in un ricordo che si sta lentamente deteriorando.
È probabilmente la traduzione cinematografica più vicina all’esperienza emotiva delle Backrooms.
Essere John Malkovich (1999): l’assurdità dello spazio intermedio
Essere John Malkovich contiene uno degli spazi liminali più celebri del cinema moderno.
Il leggendario piano 7½ esiste letteralmente tra due livelli.
Non appartiene completamente a nessun luogo.
La sua natura impossibile incarna perfettamente il concetto di liminalità: uno spazio sospeso tra due realtà che non trova collocazione nel mondo ordinario.
Perché gli spazi liminali ci inquietano così tanto
La risposta non riguarda soltanto il cinema. Riguarda la nostra epoca.
Nel saggio Das Unheimliche, Sigmund Freud spiegava che il perturbante nasce quando qualcosa di familiare diventa improvvisamente estraneo. Non abbiamo paura dell’ignoto. Abbiamo paura di ciò che riconosciamo ma che appare leggermente sbagliato.
Gli spazi liminali funzionano esattamente secondo questo principio.
Un aeroporto vuoto. Una scuola deserta. Un centro commerciale senza clienti.
Sono luoghi che il nostro cervello riconosce immediatamente ma che percepisce come incompleti.
La pandemia ha amplificato questa sensazione su scala globale. Per la prima volta milioni di persone hanno visto città svuotate, stazioni silenziose e luoghi normalmente affollati privati della presenza umana.
Le Backrooms non hanno creato questa paura. Hanno semplicemente trovato una forma visiva capace di darle un nome.
Per questo motivo Shining, Cube, Strade Perdute, Pulse, Silent Hill, Vivarium, It Follows, Skinamarink ed Essere John Malkovich continuano a essere opere fondamentali.
Non raccontano mondi fantastici. Mostrano il nostro mondo nel momento esatto in cui smette di sembrare umano.
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