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Prima di Primetime: la vera storia di To Catch a Predator, il controverso show che trasformò la caccia ai predatori in TV

24/09/2026 news di Stella Delmattino

Dal successo enorme negli Stati Uniti alle accuse sui metodi utilizzati: cosa c'è dietro il programma di Chris Hansen che ha ispirato il nuovo film di Lance Oppenheim

Chris Hansen to catch a predator serie

Il 15 ottobre arriverà nei cinema italiani Primetime (la recensione), il nuovo film di Lance Oppenheim in cui Robert Pattinson interpreta Chris Hansen, il giornalista che nei primi anni Duemila divenne uno dei volti più riconoscibili della televisione americana. Per capire davvero la storia raccontata dal film, però, bisogna tornare a un programma che negli Stati Uniti è diventato un fenomeno culturale, mentre in Italia è rimasto molto meno conosciuto: To Catch a Predator.

Il suo meccanismo era tanto semplice quanto inquietante. Degli adulti credevano di avere conversazioni online con ragazzi e ragazze minorenni e accettavano di incontrarli in una casa. Ad attenderli trovavano invece telecamere nascoste e, soprattutto, Hansen, che li invitava a sedersi e iniziava a interrogarli sulle chat appena avute. In molte delle operazioni successive, una volta usciti dalla casa, gli uomini venivano fermati dalla polizia appostata nelle vicinanze.

Era giornalismo investigativo? Un’operazione di pubblica sicurezza? Reality TV? O una forma di gogna costruita per la prima serata? Il problema di To Catch a Predator è che finì per essere tutte queste cose contemporaneamente. Ed è proprio da questa ambiguità che nasce, vent’anni dopo, Primetime.

Come funzionava davvero To Catch a Predator

To Catch a Predator nacque all’interno di Dateline NBC e debuttò nel novembre del 2004. Per organizzare gli incontri, NBC collaborava con Perverted-Justice, un gruppo di attivisti i cui membri entravano nelle chat fingendosi minorenni. Quando un adulto manifestava intenzioni sessuali e concordava un appuntamento, l’incontro veniva fissato in una casa preparata per l’operazione.

Il sospettato entrava credendo di trovare il ragazzo o la ragazza con cui aveva parlato. Al suo posto compariva Chris Hansen.

La situazione seguiva uno schema diventato presto riconoscibilissimo. Hansen entrava con grande calma, invitava l’uomo a sedersi e gli chiedeva di spiegare perché fosse lì. Poi tirava fuori le trascrizioni delle conversazioni online e ne leggeva alcuni passaggi. Solo in seguito rivelava la presenza delle telecamere di Dateline.

La forza televisiva del format stava proprio in questa attesa. Lo spettatore sapeva ciò che l’uomo davanti a Hansen ancora ignorava: la casa era un set, la conversazione era registrata e ogni tentativo di giustificazione sarebbe finito davanti a milioni di persone.

Chris Hansen diventò parte dello spettacolo

Il successo trasformò inevitabilmente anche Hansen. La sua compostezza era l’opposto del caos che aveva davanti: niente urla, niente inseguimenti, soltanto domande pronunciate con un tono quasi burocratico mentre l’interlocutore comprendeva progressivamente ciò che stava accadendo.

Persino il semplice invito a sedersi — “Have a seat” — finì per diventare una sorta di marchio personale. Il programma venne parodiato, citato e successivamente trasformato in meme; Hansen stesso avrebbe raccontato anni dopo di essere continuamente riconosciuto attraverso quella frase.

Ma questa trasformazione conteneva già una delle contraddizioni fondamentali di To Catch a Predator. Più il programma denunciava comportamenti gravissimi, più la loro esposizione diventava intrattenimento televisivo. L’umiliazione pubblica non era semplicemente una conseguenza dell’inchiesta: era parte integrante del format.

John Kennelly e Chris Hansen in Fairfax County Virginia (2005)Il problema: dove finiva il giornalismo e iniziava la polizia?

Le critiche più serie non riguardavano però la spettacolarità in sé. Riguardavano il modo in cui le operazioni venivano costruite.

NBC non si limitava infatti a documentare indagini già in corso. Dateline collaborava con Perverted-Justice e, nelle operazioni successive, con le forze dell’ordine locali. La rete riconobbe inoltre di pagare Perverted-Justice per il lavoro svolto nelle inchieste.

Nel 2006 il Los Angeles Times raccolse le preoccupazioni di diversi esperti di etica giornalistica. Kelly McBride del Poynter Institute individuava il nodo essenziale: lavorando con un’organizzazione che in alcune circostanze operava a stretto contatto con la polizia, Dateline rischiava di non essere più l’osservatore dell’operazione, ma uno dei soggetti che contribuivano a crearla.

Chris Hansen difendeva invece il modello sostenendo che quelle di NBC, Perverted-Justice e polizia fossero indagini parallele. Era proprio questa distinzione, tuttavia, a diventare sempre più difficile da sostenere.

Poynter tornò sulla questione nel 2007 osservando che, quando giornalisti e forze dell’ordine condividono informazioni e infrastrutture operative, l’indipendenza teorica rischia di scomparire nella pratica. Non si trattava quindi di stabilire se le persone intercettate meritassero simpatia, ma di porre una domanda molto più scomoda: fino a che punto un’organizzazione giornalistica può contribuire a costruire l’evento che poi presenta come notizia?

Il caso in Texas che cambiò tutto

Queste contraddizioni esplosero durante un’operazione organizzata nel 2006 a Murphy, in Texas.

Tra le persone individuate figurava Louis William Conradt Jr., assistente procuratore distrettuale. Conradt, a differenza degli uomini che normalmente comparivano nel programma, non si presentò nella casa preparata per l’operazione.

Polizia e troupe di Dateline si spostarono allora verso la sua abitazione. Quando gli agenti entrarono in casa per arrestarlo, Conradt si sparò e morì successivamente in ospedale.

La vicenda aprì una discussione molto più ampia sui metodi utilizzati dal programma. La sorella di Conradt intentò una causa contro NBC e, nel 2008, il giudice federale Denny Chin consentì ad alcune delle contestazioni di procedere. Nella sua decisione osservò che una giuria avrebbe potuto concludere che NBC si fosse collocata direttamente all’interno dell’operazione di polizia e avesse contribuito a spingere verso tattiche più aggressive per ottenere immagini televisivamente più drammatiche.

NBC sostenne invece di avere agito legalmente e responsabilmente. La causa venne successivamente risolta con un accordo tra le parti.

C’era poi un altro elemento particolarmente problematico: l’operazione di Murphy non produsse condanne. Le accuse relative a più di venti persone coinvolte vennero abbandonate dalla procura della contea per problemi legati alle prove e alla giurisdizione.

Perché To Catch a Predator è ancora importante vent’anni dopo

Ridurre To Catch a Predator a un programma scandalistico sarebbe però altrettanto semplicistico. Il format portò davanti a un pubblico enorme un pericolo reale e allora ancora relativamente nuovo per molte famiglie: la possibilità che adulti utilizzassero chat e Internet per entrare direttamente in contatto con minorenni. Anche alcuni osservatori critici dei suoi metodi riconobbero l’impatto del programma nel rendere il problema visibile.

La questione lasciata aperta era un’altra: cosa succede quando una causa difficilmente contestabile incontra le esigenze della televisione commerciale?

pattinson film primetime 2026To Catch a Predator possedeva tutti gli elementi di un racconto perfetto per la prima serata: un colpevole apparentemente inequivocabile, una trappola, l’attesa, la rivelazione, il confronto, l’arresto. Ogni episodio conduceva verso uno stesso momento di soddisfazione narrativa. Il rischio era che la giustizia cominciasse a funzionare anche come struttura drammatica.

Ed è questo che rende il programma particolarmente interessante oggi. Molto prima che YouTube e TikTok trasformassero le operazioni dei cosiddetti predator hunters in contenuti capaci di generare milioni di visualizzazioni, la televisione americana aveva già scoperto quanto fosse potente mettere insieme indignazione morale, telecamera nascosta e punizione pubblica.

Ed è qui che entra in gioco Primetime

Lance Oppenheim non ha scelto casualmente questa storia per il suo primo lungometraggio di finzione. Il regista ha spiegato di essere cresciuto con la televisione americana dei primi anni Duemila e di essere rimasto affascinato dal modo in cui To Catch a Predator riusciva a far collassare realtà e costruzione televisiva nello stesso spazio.

Le intenzioni degli uomini che entravano in quelle case erano reali. Ma l’ambiente in cui venivano fatti entrare era stato completamente costruito per loro: c’erano esche, telecamere nascoste, produttori, giornalisti e, fuori dall’inquadratura, spesso la polizia.

Oppenheim ha definito quel meccanismo uno “spettacolo della punizione”, interessandosi soprattutto a ciò che accadde quando il successo trasformò progressivamente l’inchiesta in un fenomeno televisivo nazionale.

È per questo che Primetime non va letto semplicemente come un biopic su Chris Hansen. Il film, con Robert Pattinson nei suoi panni, torna a un momento molto preciso della cultura mediatica americana: quello in cui informazione, giustizia e reality television scoprirono di poter occupare la stessa stanza.

E conoscere la vera storia di To Catch a Predator rende quella stanza decisamente più inquietante.

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