Questo thriller è Memento in versione Guy Ritchie (e con Jason Statham)
05/10/2026 news di Andrea Palazzolo
Guy Ritchie dirige Jason Statham nel film più divisivo del regista: un gangster movie sperimentale che dovresti vedere.

Nella filmografia di Guy Ritchie esiste un’anomalia, un esperimento così divisivo che anche i suoi fan più accaniti tendono a scansarlo come la peste. Parliamo di Revolver, il gangster movie del 2005 che vede protagonista Jason Statham, l’inseparabile collaboratore cockney del regista britannico. Un film che inizia come un classico Ritchie e finisce come un viaggio lisergico tra Kabbalah, Carl Jung e simbolismo astratto.
Non importa in quale genere lavori, Guy Ritchie ha uno stile immediatamente riconoscibile. Lo ritrovi nelle sequenze action di Wrath of Man, persino nell’Aladdin Disney, ed è stato forgiato nel suo celebre one-two punch Lock, Stock and Two Smoking Barrels e Snatch. Ma Revolver rappresenta qualcosa di completamente diverso: un film brutale, cerebrale, sperimentale che ha diviso critica e pubblico come pochi altri nella carriera del regista.
Il film si apre con Jason Statham nei panni di Jake Green, un duro appena uscito di prigione. Fin qui, tutto normale nel mondo di Ritchie. Ma quello che sembra l’ennesima storia di malavitosi londinesi si trasforma rapidamente in uno strano calderone fatto di confusione identitaria, psicologia freudiana e junghiana, con una narrazione che ricorda Memento, Donnie Darko e persino Knight of Cups di Terrence Malick. Nel cast troviamo André 3000 degli Outkast che interpreta una manifestazione della psiche, e una scena in cui Vincent Pastore, il Big Pussy de I Soprano, viene reso come un personaggio anime hulkeggiante.
Revolver è un unicum assoluto, un film che merita una seconda chance nonostante la devastante stroncatura ricevuta all’uscita. La critica non gli ha fatto sconti: al box office mondiale ha incassato appena 7,2 milioni di dollari a fronte di un budget di 27 milioni, secondo Box Office Mojo. E i critici sono stati spietati.
Quasi nulla di ciò che accade in Revolver si svolge nel mondo reale. Tutto potrebbe verificarsi nella psiche di Jake Green, il personaggio di Statham. Ma questo non significa che le performance non abbiano nulla da offrire. Anzi, sia Statham che Ray Liotta regalano alcuni dei momenti più alti delle loro carriere, lavorando in un registro surrealista che permette loro di esplorare territori inediti.
Il duro Statham recita sbalordito, terrorizzato, confuso e furioso, a volte nella stessa scena mentre letteralmente parla con se stesso. Liotta offre una performance straordinariamente patetica nei panni di un boss criminale in declino che lotta disperatamente per mantenere il controllo mentre il suo impero gli sfugge di mano. La sua scena finale, recitata in lacrime e vestaglia, è memorabile.
Per gli spettatori curiosi, Revolver è un’occasione per rivalutare uno dei capitoli più controversi e fraintesi della carriera di Guy Ritchie, un film che osa dove pochi gangster movie osano spingersi, mescolando violenza, filosofia e sperimentazione visiva in un cocktail che non assomiglia a nient’altro nel panorama cinematografico degli ultimi vent’anni.
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