Voto: 5.5/10 Titolo originale: Onslaught , uscita: 02-09-2026. Budget: $15,000,000. Regista: Adam Wingard.
Recensione di Onslaught: Adam Wingard torna alle origini, ma l’assalto promesso finisce troppo presto
30/09/2026 recensione film Onslaught - Assalto finale di Marco Tedesco
Dopo Godzilla e Kong, il regista ritrova Simon Barrett per un action horror sanguinoso tra supersoldati, paranoia militare e suggestioni slasher, senza però sfruttarne fino in fondo il potenziale

Dopo aver trascorso gli ultimi anni tra i colossi del MonsterVerse, Adam Wingard torna a un cinema più piccolo, cattivo e personale. Onslaught – Assalto finale dovrebbe rappresentare il ricongiungimento con lo spirito di You’re Next e The Guest: budget più contenuto, libertà creativa, violenza da exploitation e Simon Barrett nuovamente al suo fianco. Sulla carta è quasi una dichiarazione d’intenti. Sullo schermo, però, l’energia promessa arriva a fiammate e si esaurisce proprio quando dovrebbe esplodere.
Adria Arjona interpreta Celeste, ex cecchina dell’esercito che vive in un isolato parcheggio di roulotte nel deserto. Il trauma del servizio militare non l’ha abbandonata: beve, accumula armi e tiene insieme la propria quotidianità con una certa dose di rabbia. Quando l’ex marito le lascia improvvisamente la figlia Daisy (Blake Kennedy), deve affrontare una responsabilità per cui sembra poco preparata.
Poco distante, il dottor Hans Kammler (Dan Stevens) conduce esperimenti su tre militari trasformati geneticamente in macchine da guerra praticamente inarrestabili. I supersoldati evadono dal laboratorio e cominciano ad avanzare nel deserto eliminando chiunque incontrino, fino a incrociare inevitabilmente Celeste.
L’idea migliore di Onslaught è trattare queste creature meno come antagonisti da action tradizionale e più come varianti militarizzate di Jason Voorhees o Michael Myers. Resistono ai proiettili, sembrano quasi insensibili al dolore e avanzano con una determinazione meccanica che trasforma il film in un curioso incrocio tra home invasion, assedio e slasher.
Wingard accompagna tutto con un’estetica volutamente rétro: sintetizzatori carpenteriani, titoli anni Ottanta, montaggio nervoso e gusto grindhouse per corpi perforati, teste esplose e motoseghe. Quando scatena i suoi assassini, alcune sequenze possiedono esattamente la brutalità ludica promessa. Il problema è che quel momento arriva tardi e dura troppo poco.
La prima metà costruisce l’attesa attraverso un conto alla rovescia verso l’“onslaught”. Quando il massacro comincia, Wingard offre una scarica efficace di violenza, ma elimina rapidamente gran parte delle potenziali vittime e restringe il campo fino a un confronto finale sorprendentemente breve.
A tenere compatto il film è soprattutto Arjona. Celeste potrebbe ridursi alla consueta eroina traumatizzata che riscopre le proprie capacità militari quando qualcuno minaccia sua figlia, ma l’attrice le conferisce una fisicità nervosa e una rabbia credibile, senza cancellarne ironia e vulnerabilità. Wingard le mette in mano praticamente qualsiasi arma disponibile e lei attraversa sparatorie, combattimenti e motoseghe con naturalezza. Funzionano anche i momenti con Josiah, il veterano interpretato da Reginald VelJohnson, dove emerge una solidarietà tra persone segnate dall’esperienza militare senza troppe spiegazioni.
È invece attorno a Celeste che la sceneggiatura mostra le proprie fragilità. Il parallelismo tra il suo trauma e quello dei supersoldati rimane schematico e finisce per umanizzare gli antagonisti proprio quando avrebbero bisogno di diventare più minacciosi.
Anche i numerosi personaggi eccentrici rimangono spesso possibilità appena abbozzate. Dan Stevens si diverte enormemente nei panni dell’anziano e perverso Kammler, scienziato tedesco che sembra arrivare da un’altra dimensione exploitation, ma scompare troppo presto. Rebecca Hall, nei panni della dominante moglie, ha ancora meno spazio. E Drew Starkey entra come Cyrus, operativo governativo incaricato di ripulire il disastro, con una presentazione talmente sopra le righe – MDMA compresa – da promettere un nuovo elemento destabilizzante che non viene realmente sviluppato.
Lo stesso accade sul piano tematico. Wingard e Barrett lanciano suggestioni sulla sperimentazione militare, sul rapporto tra governo e violenza, sull’eredità del nazismo e sul trauma dei veterani, ma nessuna acquista abbastanza peso. Le immagini di Abu Ghraib e i riferimenti alla militarizzazione americana aprono porte che il film richiude rapidamente per tornare alla carneficina.
Dal punto di vista formale, invece, il passaggio attraverso i blockbuster ha lasciato qualcosa di utile. La fotografia di Oren Soffer conferisce al deserto e agli interni una consistenza superiore a quella del B-movie evocato, mentre il sound design rende armi, vetri infranti e impatti particolarmente incisivi. Wingard conserva inoltre un ottimo occhio per l’immagine assurda o disturbante: le zucche di Halloween usate come bersagli, le carote tagliate come dita, Kammler ai piedi della moglie.
Ed è proprio questa abbondanza di intuizioni a rendere più evidente il limite di Onslaught. Il film sembra continuamente sul punto di diventare più folle di quanto sia davvero: come action avrebbe bisogno di qualche set piece capace di aumentare la scala dello scontro; come slasher, di maggiore suspense e uccisioni più inventive per trasformare i supersoldati in presenze memorabili.
Onslaught resta così un action horror veloce, sporco e intermittentemente divertente, sostenuto soprattutto da Arjona e da una confezione più raffinata della storia che contiene. I suoi 92 minuti scorrono senza difficoltà e alcuni scoppi di violenza ricordano perché l’accoppiata Wingard-Barrett abbia lasciato un segno nel cinema di genere contemporaneo.
Ma il titolo prometteva un assalto. Il film passa buona parte del tempo a prepararci a riceverlo e, proprio quando finalmente arriva, sembra finire prima di essere davvero cominciato.
Nei cinema dall’1 ottobre.
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