Il film fantascientifico con Will Smith che tutti odiano ma che nasconde il vero M. Night Shyamalan
30/09/2026 news di Andrea Palazzolo
Perché il film di Shyamalan con Will Smith merita una rivalutazione dopo 13 anni dalle critiche e dalla sua uscita.

Tredici anni sono un’eternità nel cinema. Abbastanza per permettere alle polveri di depositarsi, alle aspettative di sfumare, e a uno sguardo più distaccato di emergere. After Earth fu accolto come l’ennesimo fallimento di un regista che aveva perso la bussola, un blockbuster confezionato male che tradiva il talento visionario dell’autore di The Sixth Sense. Eppure, con il senno di poi e la lente della retrospettiva critica, questo film merita di essere osservato con occhi diversi.
Nel 2013, Shyamalan era un nome che evocava più delusione che eccitazione. Dopo il trionfo mondiale di Il Sesto Senso nel 1999, il regista aveva sperimentato una parabola discendente costellata di flop commerciali e stroncature. Lady in the Water, The Happening e soprattutto The Last Airbender avevano eroso la fiducia del pubblico e degli studios. Quando accettò di dirigere After Earth, un progetto ideato personalmente da Will Smith come veicolo per lanciare la carriera del figlio Jaden, Shyamalan si trovava a lavorare su un terreno minato: un kolossal di fantascienza su larga scala, esattamente il tipo di produzione dove i suoi difetti narrativi tendevano a diventare insormontabili.
La genesi del film è peculiare. Will Smith concepì la storia di base come un’avventura di sopravvivenza padre-figlio, originariamente ambientata durante un’escursione in campeggio finita male. Solo successivamente venne aggiunta la cornice fantascientifica: un futuro lontano millenni, l’umanità costretta ad abbandonare la Terra dopo averla devastata con disastri climatici, rifugiata in una colonia chiamata Nova Prime e minacciata da creature aliene chiamate Ursa, che localizzano le prede attraverso l’odore della paura.
Il concept narrativo è ironicamente rovesciato rispetto ai ruoli che consacrarono Smith negli anni Novanta. Se in Independence Day e Men in Black era l’umano carismatico che difendeva la Terra dagli invasori, in After Earth è lui l’alieno, e la Terra è diventata un pianeta ostile e sconosciuto. Smith interpreta Cypher Raige, un leggendario comandante militare che ha sviluppato la capacità di non provare paura, rendendosi invisibile agli Ursa. Jaden Smith è suo figlio Kitai, un ragazzo insicuro che vive all’ombra opprimente del padre e del tragico ricordo della sorella Senshi, interpretata da Zoe Kravitz, morta durante un attacco alieno.
La collaborazione tra Shyamalan e Will Smith produsse uno dei risultati più stranianti della filmografia di entrambi. Il regista, spesso criticato per la direzione monotona e rigida degli attori, qui porta all’estremo questa tendenza, trasformando una delle star più carismatiche del cinema in un padre-soldato privo di emozioni, che comunica con il figlio attraverso freddezza militaresca. È una scelta audace e divisiva, funzionale alla trama ma alienante per chi si aspettava il classico Will Smith sorridente e magnetico.
Shyamalan costruisce inquadrature scomode, usa la profondità di campo per creare tensione, sceglie una copertura cinematografica minimalista che costringe lo spettatore a sostare sui volti, sui silenzi carichi. Quando funziona, questo approccio genera momenti di autentica catarsi emotiva. In After Earth, il regista tenta lo stesso gioco, intrecciando gradualmente i flashback della morte di Senshi con il percorso di auto-scoperta di Kitai. Il risultato non raggiunge le vette di Signs o Unbreakable, ma l’intenzione artistica è riconoscibile.
Guardare After Earth oggi, liberi dalle aspettative schiacciate del 2013, può rivelare un’opera non così disastrosa come il punteggio Rotten Tomatoes suggerirebbe. È un film imperfetto, nato da compromessi e calcoli commerciali, ma che conserva frammenti della sensibilità unica di un autore che ha saputo reinventarsi. A tredici anni di distanza, merita quantomeno il beneficio del dubbio e una visione scevra dai pregiudizi che lo accompagnarono all’uscita.
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