Horror & Thriller

Recensione | La Fine di David M. Rosenthal 

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Netflix distribuisce in esclusiva l'ennesimo disaster movie mediocre, che oltre a crogiolarsi nei cliché e a non avere una direzione precisa, usufruisce anche di un finale da denuncia

Guardando attentamente le uscite degli ultimi 12 mesi, si può pensare che Netflix sia in qualche modo ossessionata dalla fine del mondo. La piattaforma di streaming ha infatti immaginato tutta una serie di cupi scenari fantascientifici che vanno dal suicidio di massa (La Scoperta di Charlie McDowell) alla la sorveglianza di massa (Anon di Andrew Niccol), dall’invasione di massa (The Cloverfield Paradox di Juius Onah) al massiccio Sam Worthington che viene suo malgrado trasformato in un ibrido albino (The Titan di Lennart Ruff). Persino tra gli show a episodi ce n’è uno chiamato The End of the F *** ing World (la nostra recensione). Certo, il sottogenere catastrofico tira sempre – almeno nelle idee dei produttori – quindi perchè smettere nonostante le critiche non proprio lusinghiere a svariati titoli sopra menzionati? Come quasi ogni venerdì e come quasi sempre a sorpresa vista la scarsa promozione (una politica tutta da capire …) ecco quindi ritrovarsi tra i nuovi film a catalogo La Fine (How It Ends), ennesimo lungometraggio disaster sci-fi distribuito in esclusiva e a budget contenuto (pare ‘solo’ 20 milioni di dollari) che prova a non dire niente di nuovo riuscendoci benissimo, riciclando i soliti elementi e le solite dinamiche e anzi dando al suo titolo un significato quasi grottesco che farà imbestialire quasi tutti quelli che avranno retto agli inspiegabili 113′ minuti di durata.

Will (Theo James della sega di Divergent) è un giovane avvocato che si trova bloccato a Chicago quando apparentemente un clamoroso “evento sismico” colpisce la Costa Ovest e manda gli Stati Uniti in tilt. Ci sono notiziari in TV che parlano di un “grande boato” e aerei da combattimento che sfrecciano a bassa quota. A un livello più personale, la fidanzata incinta di Will, Samantha (Kat Graham) si trova dall’altra parte del paese, a Seattle, e non c’è più modo di contattarla. L’unica soluzione per rivederla? Prendere una macchina e attraversare diversi Stati insieme al di lei padre, lo scorbutico ex militare Tom (il premi Oscar Forest Whitaker). L’uomo non è mai andato particolarmente d’accordo con Will – specie a causa di un vecchio e doloroso screzio legato a una barca – ma i due sono costretti a convivere, temporaneamente uniti dal loro amore per Samantha. Insieme, fanno quindi il carico di provviste e benzina e si gettano sulla strada, ignari di quello che succederà.

Se questo spunto potrebbe far pensare a una sorta di mash-up, pure intrigante, tra Ti Presento i Miei e The Road, si scopre purtroppo ben presto che in La Fine non sono presenti minimamente né l’ingegnosità di una commedia on the road con genero e suocero che bisticciano ma poi trovano un modo per andare d’accordo, né il genuino terrore che dovrebbe scaturire da una situazione di terrore in cui non si capisce bene cosa sia successo tutt’intorno, se un attacco nucleare, un disastro naturale o magari qualcosa di alieno. Il film si approccia al totale collasso della società nel giro di poche ore con una parsimonia che lascia basiti. Sfruttando una sceneggiatura dell’esordiente Brooks McLaren, la storia si muove diligentemente da un set all’altro, tracciando un percorso per l’America centrale a corto di intuizioni e ricco di dialoghi banali che pesca a piene mani dalla tradizione più banale. Così, nell’assenza praticamente totale di dramma e profondità, abbiamo svariate scene in cui i protagonisti devono sparare da auto in corsa fuori dai finestrini ai soliti personaggi minacciosi che per un motivo o l’altro vogliono la loro roba. E se sorprende quanta poca gente ci sia in giro per le strade, il regista David M. Rosenthal (The Perfect Guy) fatica a restituire un clima credibile di tensione o di esaltazione da queste esplosioni saltuarie di violenza, nonostante Forest Whitaker faccia del suo meglio per interpretare quel tipo di padre temibile e preoccupato reso ormai da tempo cliché da Liam Neeson. Theo James invece è in sostanza un automa senza emozioni che dà l’idea di aver letto il copione pochi secondi prima di ogni ciak. Questo è quel tipo di pellicola in cui una donna guarda una nuvola minacciosa e dice: “Sta arrivando qualcosa …” e subito dopo cade un fulmine. All’inizio del viaggio, Will e Tom passano davanti a un cartello che recita “Prigione di Massima Sicurezza” e li avverte di non raccogliere eventuali autostoppisti. Probabilmente un buon consiglio. Un attimo dopo, una sirena della polizia appare dal nulla nello specchietto retrovisore e i due vengono fatti accostare. Scommettiamo che l’uomo che scenderà dalla volante non sarà un agente per un controllo di routine? E perchè mai Will non dovrebbe uscire dalla sua auto e andare a parlare amorevolmente con questo tizio? Che ci crediate o no, una scena molto simile si verifica anche più avanti, questa volta però con una donna bloccata in mezzo alla strada durante un incendio. E qui abbiamo la conferma che Will non ha mai visto un thriller di Netflix … Tuttavia, il direttore della fotografia Peter Flinckenberg sfrutta al meglio i vari tipi di bellezza ritrovabili nei paesaggi degli Stati Uniti occidentali, creando sequenze visivamente intriganti che almeno offrono appagamento allo sguardo.

Come intuibile, visto che siamo nel 2018, ci sono deboli tentativi di inserire il misterioso disastro all’interno di un più ampio contesto socio-politico. Sentiamo voci trasmesse su canali radioamatoriali che si chiedono se i cinesi o i nordcoreani potrebbero essere responsabili per qualsiasi cosa sia accaduta e si biasima – ovviamente – anche il comportamento spregiudicato del Presidente americano. Oltre a questo, Will e Sam condividono un tratto della loro odissea con una giovane meccanico nativa americana di nome Ricki (Grace Dove), che non tarda a ricordare a tutti l’ironia dell’esercito di aver ribattezzato con nomi di tribù quasi estinte i vari elicotteri usati in guerra. Vengono segnalati terremoti, ma a un certo punto un personaggio ipotizza che l’intero evento potrebbe essere semplicemente un atto deliberato, progettato da non si sa chi per “cancellare il comportamento razionale con quello che sembra essere un singolare incidente”. Il paese è attanagliato dalla paranoia, terrorizzato dall’ignoto, ma tutto sembra ricondurre a un’isteria spicciola e da social media che nemmeno i Pistoleri Solitari di X-Files negli anni ’90. Nell’attuale clima mediatico internazionale, un film come La Fine non dovrebbe competere solamente con tutti gli altri prodotti post-apocalittici disponibili su Netflix, Amazon o Hulu. Dovrebbe anche provare a distrarre gli spettatori da ogni teorico della cospirazione che offre monologhi infiniti sul suo canale YouTube o su Reddit, oppure tessendo una rete di speculazioni febbrili sulla sua pagina Twitter. Sempre più spesso, tutti quanti sembrano avere idee su come finirà il mondo – basta guardarsi attorno. La domanda più utile sarebbe però capire il quando.

A conti fatti, La Fine appare più come un cortometraggio dilatato a lungometraggio o come il pilot di una serie TV. Vuole essere troppe cose – un dramma su due uomini che devono superare le loro differenze per salvare la donna che amano, un film di fantascienza post-apocalittico coi personaggi che cercano di capire ciò che è realmente accaduto, un’indagine su cosa diventa l’umanità quando le strutture sociali collassano – finendo per non esserne adeguatamente nessuna. Un altro sparo a salve di cui presto nessuno si ricorderà.

Di seguito il full trailer originale (sottotitolato in italiano) di La Fine, a catalogo Netflix Italia dal 13 luglio:

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