Su Prime Video trovi l’ultimo film di David Cronenberg, il più funereo e personale
05/07/2026 news di Andrea Palazzolo
Il film di David Cronenberg è ora su Prime Video: analisi dell'opera più personale del regista, mescolando tecnologia e morte

David Cronenberg vuole farci i conti con le nostre paure più profonde, ma questa volta lo fa in un modo completamente inedito. The Shrouds – Segreti sepolti, disponibile su Prime Video rappresenta forse il momento più vulnerabile e intimamente doloroso della carriera del maestro canadese. Chi si aspetta il body horror viscerale di Videodrome o la violenza psicologica di A History of Violence rimarrà spiazzato: qui Cronenberg scava nella propria esperienza del lutto, trasformando il dolore per la perdita della moglie Carolyn in un racconto thriller che è al contempo bizzarro e profondamente umano.
Karsh è un imprenditore visionario che ha inventato GraveTech, un sistema tecnologico rivoluzionario che consente ai vivi di vedere l’interno delle bare attraverso telecamere e sensori 3D. Possiede un ristorante adiacente a un cimitero di cui è comproprietario, e in questo luogo ha sepolto sua moglie Becca, interpretata da Diane Kruger. L’idea è provocatoria quanto perturbante: mescolare il sacro con il profano, la tecnologia con la morte, offrendo ai parenti la possibilità di connettersi con i propri cari defunti in un modo che sfida ogni convenzione sociale e religiosa.
Ma quando Karsh osserva anomalie nell’immagine 3D del cadavere della moglie, inizia un viaggio che lo porterà a sviluppare teorie del complotto sempre più elaborate. Chiede aiuto alla cognata Terry, anch’essa interpretata dalla Kruger in un doppio ruolo simbolico che sottolinea il tema del sostituto, dell’impossibile sostituzione. Mentre Terry ritiene che si tratti semplicemente di una strategia di elaborazione del lutto, Karsh si lascia trascinare da una paranoia crescente che non fa altro che approfondire il suo dolore invece di alleviarlo.
Cronenberg costruisce il suo racconto come un thriller paranoico, ma il vero mistero non riguarda chi ha vandalizzato il cimitero o cosa sia successo davvero alla bara di Becca. Il mistero è Karsh stesso, un uomo così terrorizzato dal guardare in faccia la propria sofferenza da inventare elaborate narrazioni alternative. Le teorie del complotto, i sospetti, le indagini ossessive diventano tutte strategie per non affrontare la semplice, devastante verità: la persona amata non tornerà più.
Il film richiede necessariamente un approccio empatico da parte dello spettatore. Chi cerca una trama lineare o spiegazioni razionali potrebbe sentirsi disorientato dalla natura sperimentale della narrazione, che procede per associazioni emotive più che per causalità logica. I dialoghi sono densi, a tratti quasi eccessivamente esplicativi, ma è proprio attraverso queste conversazioni profonde che emerge il vero nucleo tematico: Karsh cerca connessione umana ovunque tranne dentro se stesso. Che sia attraverso una nuova cliente come Soo-Min, interpretata da Sandrine Holt, o attraverso la cognata gemella della moglie, l’uomo si aggrappa disperatamente a qualsiasi forma di contatto che gli eviti di fare i conti con il vuoto lasciato da Becca.

Dal punto di vista visivo, Cronenberg abbandona l’estetica organica dei suoi lavori più famosi per abbracciare un’immagine pulita, quasi asettica, dove la tecnologia si fonde con l’ambiente funerario creando un’atmosfera straniante. Le immagini delle bare illuminate, dei corpi monitorati, delle interfacce digitali che mostrano la decomposizione creano un linguaggio visivo che oscilla tra il clinico e il perturbante. La direzione del regista canadese si configura come una lettera d’amore sperimentale alle anime spezzate, sopraffatte dalla desolazione e dal dolore emotivo. Usa immagini ultraterrene, intelligenza artificiale e una narrativa d’avanguardia per offrirci uno sguardo sulla condizione mentale di chi attraversa il lutto, sia tematicamente che visivamente.
La forza di The Shrouds sta proprio in questa scelta coraggiosa: Cronenberg, a quasi 82 anni, non cerca la provocazione gratuita o lo shock fine a se stesso. Sceglie invece la vulnerabilità, l’introspezione, la sincerità disarmante di chi ha vissuto sulla propria pelle l’esperienza della perdita. Il risultato è un film che parla sottovoce ma colpisce forte, che usa la fantascienza per raccontare la più umana delle esperienze: la difficoltà di dire addio.
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