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Altro che Squid Game: questa serie tv giapponese su Netflix sfida il death game coreano (e vince)

04/07/2026 news di Andrea Palazzolo

Ecco la serie che supera Squid Game per intensità: giochi mortali, Tokyo post-apocalittica e profondità psicologica superiore.

squid game stagione 3

Quando Squid Game è esploso su Netflix nel 2021, ha ridefinito cosa significhi catturare l’attenzione globale con una serie death game. Violenza stilizzata, critica sociale tagliente e una tensione emotiva capace di lasciare il pubblico con il fiato sospeso: la serie coreana è diventata rapidamente il benchmark del genere. Ma prima che Gi-hun indossasse quella tuta verde, un’altra produzione Netflix stava già esplorando le stesse dinamiche con un’intensità che molti critici e appassionati considerano persino superiore.

Alice in Borderland, adattamento del celebre manga di Haro Aso, è arrivata sulla piattaforma nel dicembre 2020, portando con sé un universo parallelo dove Tokyo si trasforma in un’arena vuota e inquietante. Il protagonista Ryohei Arisu e i suoi amici vengono catapultati in questa versione abbandonata della metropoli giapponese, dove la sopravvivenza dipende dalla capacità di superare una serie di giochi mortali. Ogni sfida vinta estende il visto di sopravvivenza, ogni sconfitta significa morte istantanea.

Quello che distingue Alice in Borderland dal suo più famoso successore è la struttura stessa delle prove. Mentre Squid Game fa leva sulla nostalgia dei giochi infantili tradotti in massacri psicologici, Alice in Borderland costruisce ogni sfida attorno a diversi tipi di intelligenza e abilità. Non si tratta solo di resistenza fisica o fortuna cieca: i giochi sono categorizzati per semi di carte da gioco, ognuno rappresentante una sfida diversa. Cuori per i giochi psicologici, Quadri per quelli di strategia, Fiori per le prove di squadra, Picche per la resistenza fisica.

Questa varietà crea un ritmo narrativo più dinamico e imprevedibile. Lo spettatore non sa mai che tipo di tortura mentale o fisica aspetta i protagonisti dietro l’angolo. Le regole sono sempre chiare, esposte con precisione quasi kafkiana, ma le conseguenze si rivelano spesso più complesse di quanto sembri. È un sistema che premia la creatività degli sceneggiatori e mantiene l’audience costantemente in allerta.

Le relazioni tra i protagonisti occupano uno spazio narrativo centrale che Squid Game, con il suo focus più ampio sul commento sociale, non ha sempre il tempo di sviluppare con la stessa profondità. Alice in Borderland dedica intere sequenze all’esplorazione della colpa, della responsabilità personale, del peso delle scelte in condizioni estreme. Arisu e Usagi, la coprotagonista interpretata da Tao Tsuchiya, sviluppano un legame che va oltre la semplice alleanza strategica, diventando il nucleo emotivo attorno al quale ruotano le riflessioni più profonde della serie.

Eppure, nonostante questi elementi di eccellenza, Alice in Borderland non ha mai raggiunto la saturazione culturale del suo successore coreano. Le ragioni sono molteplici e stratificate. Il timing ha giocato un ruolo non indifferente: la serie è uscita a fine 2020, in un momento in cui il pubblico globale era ancora immerso nell’ansia pandemica e forse meno disposto a immergersi in scenari apocalittici. Squid Game, arrivato quasi un anno dopo, ha intercettato un momento diverso della psicologia collettiva.

Per chi ha amato Squid Game ma cerca qualcosa che spinga ancora più in là l’intensità psicologica e la complessità dei giochi mortali, Alice in Borderland non è semplicemente un’alternativa: è un’evoluzione del genere che merita di essere riscoperta con l’attenzione che le è mancata al momento dell’uscita.

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