Voto: 8/10 Titolo originale: Zombi 2 , uscita: 25-08-1979. Budget: $497,000. Regista: Lucio Fulci.
Zombi 2: Fulci riscrive i morti viventi con sangue, voodoo e pura atmosfera
04/07/2026 recensione film Zombi 2 di William Maga
Tra Caraibi, putrefazione e sequenze entrate nella storia, il cult di Lucio Fulci resta uno degli zombie movie più estremi e influenti

Zombi 2 è il film con cui Lucio Fulci entra definitivamente nella leggenda dell’horror italiano. Nato sull’onda del successo di Zombi, titolo con cui in Italia venne distribuito Dawn of the Dead di George A. Romero, il film del 1979 non è però un vero seguito. È un’operazione commerciale solo in apparenza derivativa, perché Fulci prende il morto vivente moderno e lo trascina altrove: lontano dalla satira consumistica di Romero, dentro un immaginario più arcaico, marcio, tropicale e rituale.
Il risultato è uno degli zombie movie più celebri del cinema di genere italiano, un film imperfetto, spesso ruvido, a tratti persino goffo, ma attraversato da immagini talmente potenti da aver superato il tempo, le mode e i limiti produttivi. Zombi 2 non vive di psicologia, sottotesti sociali o raffinatezze narrative. Vive di atmosfera, corpi in decomposizione, sangue, vento, tamburi, occhi trafitti e morti che tornano dalla terra.
Il legame con Romero è soprattutto industriale. Dopo il successo italiano di Dawn of the Dead, rimontato da Dario Argento e distribuito come Zombi, il titolo Zombi 2 prometteva allo spettatore una continuazione che in realtà non esisteva. Fulci, però, evita di limitarsi alla copia. Al posto del centro commerciale, sceglie i Caraibi. Al posto della critica sociale, recupera il mito voodoo. Al posto dell’apocalisse consumistica, mette in scena una putrefazione quasi ancestrale.
Questa è la grande intuizione del film. Fulci riporta gli zombi verso le loro origini haitiane, ma li contamina con la voracità moderna introdotta da Romero. I suoi morti viventi non sono più semplici automi rituali, ma corpi affamati, decomposti, sporchi di terra e vermi, creature che sembrano uscite da tombe antiche più che da un contagio contemporaneo.
La storia è semplice. Una barca apparentemente abbandonata arriva a New York dalle Antille. A bordo viene trovato uno zombi, e da lì la figlia del proprietario scomparso parte con un giornalista verso un’isola caraibica dove uno scienziato sta cercando di comprendere una terribile epidemia di morti viventi.
La sceneggiatura non è il punto forte. La prima parte procede con ritmo incostante, i dialoghi sono spesso funzionali più che memorabili e il cast non sempre riesce a dare spessore ai personaggi. Tisa Farrow, Ian McCulloch, Al Cliver, Auretta Gay e Richard Johnson reggono il film soprattutto come presenze dentro un meccanismo visivo più grande di loro.
Ma giudicare Zombi 2 solo dalla trama significa fraintenderne la natura. Il film non cerca una costruzione drammatica sofisticata. Cerca l’immagine definitiva, il momento che resta impresso, la sequenza capace di trasformarsi in leggenda.
È impossibile parlare di Zombi 2 senza citare la celebre scena dell’occhio di Olga Karlatos trafitto da una scheggia di legno. Un momento ancora oggi disturbante, costruito con una lentezza quasi sadica, che sintetizza perfettamente l’idea fulciana di horror: non suggerire, ma costringere lo spettatore a guardare.
Altrettanto iconica, anche se per ragioni diverse, è la sequenza dello zombi che affronta uno squalo sott’acqua. È una scena assurda, rischiosa, vicina al trash e allo stesso tempo indimenticabile. Può far sorridere, ma possiede un’audacia che oggi appare quasi impensabile. È il tipo di follia produttiva che solo certo cinema di genere italiano degli anni Settanta poteva permettersi.
Il momento più bello resta però forse l’emersione degli zombi dal cimitero. Qui Fulci abbandona il puro effetto shock e sfiora una vera poesia macabra. I morti escono lentamente dalla terra, coperti di polvere e decomposizione, accompagnati dalla musica ipnotica di Fabio Frizzi. È una sequenza che non vive solo di gore, ma di tempo, atmosfera e presenza fisica del cadavere.
Gli effetti speciali di Giannetto De Rossi sono fondamentali. Zombi 2 è diventato un cult anche perché i suoi corpi putrefatti, le gole squarciate, le carni masticate e le ferite oculari hanno un impatto artigianale ancora oggi impressionante. Il film non nasconde la propria natura di cinema povero, ma la trasforma in forza espressiva.
La violenza non è elegante nel senso classico, ma è precisa, materica, quasi tattile. Fulci non filma gli zombi come semplici mostri da assedio: li filma come materia in disfacimento. La carne è il vero centro del film. Carne aperta, infetta, mangiata, esposta. È qui che nasce una parte decisiva della sua fama di maestro del gore.
La colonna sonora di Fabio Frizzi contribuisce in modo decisivo all’identità del film. I temi musicali non cercano solo di accompagnare l’azione, ma costruiscono un clima di trance, fatalismo e decomposizione. Nei momenti migliori, la musica sembra arrivare dallo stesso mondo dei morti, con un andamento ipnotico che rende ogni apparizione più solenne e più inquietante.
È anche grazie a Frizzi se Zombi 2 riesce a superare alcune debolezze narrative. Quando la storia rallenta, l’atmosfera continua a lavorare. Quando i personaggi restano piatti, l’ambiente sonoro li avvolge in un senso di minaccia costante.
Zombi 2 non è quindi un film perfetto. La prima metà è meno incisiva della seconda, alcune svolte narrative appaiono ingenue e la recitazione non sempre regge la tensione delle immagini. La struttura avventurosa, con il viaggio verso l’isola e l’indagine sul padre scomparso, risulta a tratti convenzionale e meno interessante rispetto a ciò che esplode nella parte finale.
Ci sono anche momenti che sfiorano il ridicolo involontario, a partire proprio dalla sequenza subacquea con lo squalo. Ma il punto è che, nel caso di Fulci, il confine tra genio, audacia e sfrontatezza artigianale è spesso sottilissimo. Ed è proprio questa instabilità a rendere il film così vivo.
La forza di Zombi 2 sta nella sua identità. Non ha la profondità politica di Romero, non ha la perfezione formale del miglior Argento e non possiede la coerenza visionaria dei successivi vertici fulciani. Eppure ha qualcosa di irripetibile: un modo brutale e quasi primitivo di immaginare l’orrore come ritorno della materia morta.
Funziona perché non addomestica mai i suoi morti viventi. Li rende sporchi, lenti, inesorabili, osceni. Non sono figure metaforiche, ma presenze fisiche. Non rappresentano il consumismo, la società o la politica: rappresentano la decomposizione stessa, il corpo che torna per divorare altri corpi.
È questa concretezza a renderlo ancora efficace. Zombi 2 non spaventa sempre, non coinvolge sempre, ma quando trova l’immagine giusta diventa puro cinema dell’orrore.
Zombi 2 resta così uno dei grandi titoli dello zombie movie europeo. Un film nato anche da un’intuizione commerciale, ma capace di trasformarsi in qualcosa di molto più duraturo: un manifesto dello splatter italiano, un punto di svolta nella carriera di Fulci e una delle opere che hanno reso il nostro horror di genere riconoscibile nel mondo.
Ha difetti evidenti, ma possiede scene che appartengono ormai alla memoria collettiva del cinema horror. L’occhio trafitto, lo zombi contro lo squalo, i morti che emergono dalla terra, il finale apocalittico: immagini che hanno continuato a vivere molto oltre il film stesso.
Più che un grande racconto, Zombi 2 è un’esperienza di putrefazione visiva. Un horror imperfetto, sporco e magnetico, in cui Fulci abbandona ogni pretesa di metafora per trasformare gli zombi in carne marcia, sangue e pura atmosfera.
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