Voto: 6/10 Titolo originale: The Cycle , uscita: 24-09-2026. Regista: Jordan Downey.
The Cycle, recensione: tre cadaveri, un mistero impossibile e un mostro terrificante nell’horror con Deborah Ann Woll
18/10/2026 recensione film The Cycle di William Maga
Il regista di The Head Hunter, Jordan Downey, trasforma un'indagine forense in un incubo soprannaturale, tra segreti familiari e spettacolari effetti prostetici. Un horror cupo e sorprendente che recupera la tradizione dei grandi monster movie

Tre cadaveri rinvenuti sulla stessa scena del crimine, ma in condizioni di decomposizione completamente diverse. Uno di loro appartiene a un uomo scomparso 34 anni prima. È da questo enigma che prende avvio The Cycle, il nuovo horror di Jordan Downey. Un film che comincia come un thriller investigativo alla Seven e si trasforma progressivamente in qualcosa di molto più mostruoso, recuperando la tradizione degli effetti speciali artigianali.
Protagonista è Deborah Ann Woll, conosciuta per True Blood e Daredevil, nei panni della dottoressa Meg Garland, esperta di medicina forense chiamata a esaminare un caso apparentemente inspiegabile. Una madre e un bambino sono stati brutalmente assassinati, mentre un terzo corpo presenta caratteristiche incompatibili con le normali dinamiche della morte e della decomposizione.
La scoperta più sconvolgente, però, riguarda l’identità del defunto: si tratta del padre di Meg, che aveva abbandonato la famiglia oltre trent’anni prima. Determinata a comprendere cosa gli sia accaduto, la donna collabora con gli investigatori Ian e Marks (Will Hochman e Jeffrey Donovan), padre e figlio, mentre nuovi eventi violenti rendono sempre più difficile trovare una spiegazione razionale.
Downey, che aveva già dimostrato una notevole sensibilità per l’horror malinconico con The Head Hunter, sceglie una costruzione narrativa paziente. La prima parte di The Cycle appartiene quasi interamente al cinema investigativo, con autopsie dettagliate, analisi dei corpi e interrogativi scientifici che sembrano moltiplicarsi anziché risolversi.
La fotografia di Kevin Stewart, anche coautore della sceneggiatura, privilegia tonalità grigie e bluastre, ambienti umidi e una costante sensazione di desolazione. I riferimenti visivi a Seven e Zodiac sono evidenti, ma il film sfrutta questa familiarità per introdurre gradualmente elementi incompatibili con il mondo razionale.
La progressione funziona soprattutto perché il mistero viene affrontato con serietà, senza anticipare eccessivamente la natura della minaccia. Le anomalie dei cadaveri e le informazioni contraddittorie costringono Meg a mettere in discussione le proprie conoscenze.
Non tutto è altrettanto efficace. Alcuni dialoghi anticipano troppo esplicitamente sviluppi successivi, mentre determinate sequenze d’azione risultano volutamente confuse per preservare la sorpresa. Inoltre, l’insistenza sulle deduzioni forensi finisce per rallentare eccessivamente il racconto.
Il principale elemento di continuità tra le diverse anime del film è l’interpretazione di Deborah Ann Woll. Meg affronta quotidianamente la morte con un distacco professionale che le consente di osservare anche i dettagli più raccapriccianti senza perdere lucidità.
Il ritrovamento del padre incrina però questa sicurezza. Dietro l’apparente freddezza emerge il risentimento di una figlia cresciuta senza spiegazioni, costretta a confrontarsi con un abbandono che ha segnato tutta la sua esistenza.
Woll restituisce questa contraddizione attraverso una recitazione misurata, evitando gli eccessi melodrammatici. La ricerca della verità diventa contemporaneamente un’indagine criminale e un confronto con il trauma familiare.
La presenza dei due poliziotti, legati da un rapporto padre-figlio apparentemente solido, accentua il contrasto con la storia personale di Meg. Anche altri personaggi introducono relazioni familiari irrisolte, trasformando progressivamente la parentela in uno dei principali nuclei tematici.
Downey suggerisce così che i mostri più difficili da affrontare siano anche quelli che ereditiamo dal passato, e che comprendere le scelte di un genitore possa rivelarsi doloroso quanto scoprirne il destino.
Quando The Cycle abbandona definitivamente il terreno del thriller poliziesco, la pazienza dello spettatore viene ricompensata da una svolta soprannaturale di notevole impatto. Senza rivelare la natura della creatura, è sufficiente osservare che Downey rielabora un’iconografia classica dell’horror attraverso una prospettiva originale.
Il contributo di Patrick Magee, responsabile degli effetti speciali, rappresenta uno dei maggiori punti di forza del film. Le trasformazioni corporee, le mutilazioni e il design mostruoso recuperano la fisicità del cinema di genere precedente al predominio della CGI.
Le suggestioni di Un lupo mannaro americano a Londra e L’ululato emergono nella concretezza delle creature e nella capacità degli effetti prostetici di rendere la violenza tangibile. Anche la performance fisica di Trevor Newlin contribuisce a conferire alla minaccia una presenza particolarmente inquietante.
Il problema è che la seconda metà dispone di meno spazio di quanto meriterebbe. Dopo una preparazione investigativa molto estesa, la rivelazione introduce nuove questioni mitologiche che non ricevono un approfondimento adeguato.
Alcune scene decisive, inoltre, ricorrono a movimenti di macchina nervosi, inquadrature ravvicinate e nebbia artificiale, finendo per nascondere proprio gli effetti che costituiscono la maggiore attrattiva del film.
Nonostante questi squilibri, The Cycle dimostra quanto possa essere efficace un horror capace di combinare spettacolo mostruoso e coinvolgimento emotivo. La colonna sonora di Nick Soole accompagna con discrezione la crescente inquietudine, mentre la regia mantiene una coerenza atmosferica anche nei passaggi più improbabili.
La sceneggiatura avrebbe beneficiato di una prima parte più sintetica e di maggior tempo dedicato alle conseguenze della rivelazione finale. Ma la capacità di trasformare un’indagine sulla decomposizione dei corpi in una riflessione sui legami familiari conferisce al film una personalità riconoscibile.
The Cycle è un monster movie cupo, brutale e sorprendentemente umano, sostenuto da una protagonista convincente e da effetti pratici spettacolari. Il suo maggiore merito è ricordare che una creatura terrificante funziona ancora meglio quando, dietro la sua mostruosità, si nasconde una tragedia capace di coinvolgerci.
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