Tre giorni con un fucile legato al collo: l’incredibile storia vera dietro l’ultimo film di Gus Van Sant
12/08/2026 news di Andrea Palazzolo
Il film di Gus Van Sant che racconta la storia vera di Tony Kiritsis che nel 1977 sequestrò Richard Hall per 63 ore con un fucile al collo.

Il filo del ricatto – Dead Man’s Wire di Gus Van Sant non è frutto dell’immaginazione di uno sceneggiatore particolarmente ispirato. È la ricostruzione fedele di uno degli episodi più surreali e angoscianti della cronaca nera americana: il sequestro di Richard Hall da parte di Tony Kiritsis, avvenuto a Indianapolis nel febbraio del 1977. Per 63 ore, un’intera città rimase col fiato sospeso mentre un uomo disperato trascinava il suo ostaggio per le strade con un fucile a pompa legato al collo tramite un filo metallico. Un dispositivo rudimentale ma letale: ogni movimento brusco di Hall avrebbe potuto far esplodere il colpo.
Nel film, Bill Skarsgård interpreta Kiritsis, mentre Dacre Montgomery veste i panni di Richard Hall, dirigente della Meridian Mortgage Co. Al Pacino compare nei panni di M.L. Hall, padre di Richard e figura apicale dell’azienda. Ma la vera rivelazione è Colman Domingo, che interpreta Fred Heckman, il DJ radiofonico di WIBC che divenne l’unico intermediario tra il sequestratore e il mondo esterno. Perché Kiritsis non voleva solo vendetta: voleva un palcoscenico, un pubblico, la possibilità di raccontare la sua versione dei fatti a un’America che, secondo lui, doveva sapere.
Tony Kiritsis non era un criminale di professione. Veterano dell’esercito americano durante la Guerra di Corea, aveva svolto diversi mestieri: operaio al tornio, gestore di un parcheggio per roulotte, venditore di automobili. Non si era mai sposato, non aveva mai avuto nemmeno un animale domestico. Cresciuto in una famiglia greco-ortodossa come quarto di cinque figli, aveva parlato solo greco fino alla scuola elementare. Un’infanzia apparentemente normale, scandita dalle amicizie, dalle corse NASCAR, dalla coltivazione di pomodori e dalle serate nei dance hall, come ricordava l’amico d’infanzia Bob Grey.
Ma qualcosa si era rotto dentro di lui dopo la morte della madre, stroncata dal cancro a soli 41 anni. “Non ha mai capito perché Dio si fosse portato via nostra madre,” spiegò James, fratello di Tony. “Forse è quello che ha innescato tutto.” Un dolore mai elaborato che si sovrappose a un carattere già incline agli scatti d’ira.
“Se qualcuno lo tagliava la strada, potevi scommettere che avrebbe preso un pugno,” ricordava il fratello. I documenti giudiziari rivelano che Kiritsis era stato arrestato nel 1968 con l’accusa di tentato omicidio, poi archiviata. In un’altra occasione aveva sparato due colpi contro il fratello Tom, ma anche in quel caso le accuse erano cadute. “È un individuo molto irascibile,” dichiarò il detective Ronald Beasley. “Quando si arrabbia, fa praticamente quello che gli pare.”
L’8 febbraio 1977, quella rabbia trovò un bersaglio preciso. Tre anni prima, la Meridian Mortgage Co. aveva concesso a Kiritsis un prestito per acquistare un terreno e costruirvi un centro commerciale. Secondo la ricostruzione di Kiritsis, l’azienda aveva deliberatamente scoraggiato i rivenditori dall’aprire negozi nella sua proprietà, condannandolo al default del prestito.
Di fronte al pignoramento imminente, decise di agire. Irrompendo negli uffici della Meridian, cercava M.L. Hall, il grande capo. Scoprì che era in Florida. Così prese il figlio, Richard, e lo trascinò fuori dall’edificio con il suo macabro dispositivo già montato: un fucile a pompa legato al collo dell’ostaggio con un filo metallico, il grilletto sensibile a ogni movimento.
Il film cattura perfettamente la furia di Kiritsis. Voleva che tutti sapessero, che tutti vedessero. Voleva essere ascoltato. Per gran parte delle 63 ore di sequestro, Kiritsis parlò esclusivamente con Fred Heckman, il DJ di WIBC. Kiritsis si vedeva come un Davide contro Golia. Il DJ trasmise la conversazione registrata in diretta radiofonica. La reazione del pubblico fu sorprendente: ascoltatori iniziarono a chiamare per donare fondi, convinti che fosse davvero il piccolo che veniva fregato dalla grande azienda, come ricordò Heckman al Indianapolis Star.
Indianapolis si fermò. Kiritsis trascinò Hall, senza cappotto, per quattro isolati a temperature sotto zero fino al palazzo del governo dell’Indiana, lo Statehouse. Nella prima chiamata ufficiale che le autorità riuscirono a ottenere, Hall dichiarò con voce calma: “Sono Dick Hall. Ho cibo. Ho acqua e vengo trattato bene.” Chiamò anche la moglie per rassicurarla.
La polizia e la Meridian decisero di assecondare le richieste di Kiritsis, sperando che questo lo convincesse a rilasciare l’ostaggio senza violenza. Le autorità annunciarono che avrebbero offerto l’immunità, e la Meridian emise delle scuse pubbliche, anche se la dirigenza non riteneva di aver commesso alcun illecito. Il 10 febbraio, dopo 63 ore di tensione insostenibile, rilasciò Richard Hall. Illeso fisicamente, ma segnato per sempre.
Kiritsis trascorse il decennio successivo in cure psichiatriche. La sua storia divenne leggenda metropolitana, un caso di studio sulla disperazione, sulla rabbia accumulata, sul bisogno umano di essere ascoltati. Il filo del ricatto – Dead Man’s Wire riporta quella vicenda sullo schermo, con un cast stellare e una ricostruzione che promette di non risparmiare nulla della claustrofobia, della paura e dell’assurdità di quei tre giorni. Una storia che dimostra come a volte la realtà superi qualsiasi finzione, per quanto estrema possa sembrare.
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