Virginie Efira a Locarno: «Il talento? Non so se esiste. Bisogna lavorare tanto»
11/08/2026 news di Pier Paolo Bonelli
Premiata con il Leopard Club Award, Virginie Efira si racconta al pubblico del Locarno Film Festival: dagli esordi in televisione al rapporto quasi reverenziale con il cinema, dalle commedie ai ruoli più complessi, fino ai cambiamenti avvenuti nell'industria dopo il #MeToo

Vitale, ironica, brillante e perfettamente a suo agio con il microfono in mano. Virginie Efira si presenta così davanti al pubblico di Locarno in occasione della consegna del Leopard Club Award, il riconoscimento con cui il Festival celebra le personalità del cinema capaci di lasciare un segno nell’immaginario collettivo. Quarantanove anni, oltre quaranta film alle spalle e fresca vincitrice del premio per la Migliore interpretazione femminile a Cannes 2026 per Soudain di Ryūsuke Hamaguchi, Efira ripercorre una carriera tutt’altro che lineare.
Prima del cinema c’è stata infatti la televisione, dove si è affermata come conduttrice. Eppure, racconta, il desiderio di recitare era presente fin da giovanissima.
«Ho sempre sognato di fare l’attrice. Da giovane seguivo corsi di teatro, guardavo tantissimi film e su un quaderno scrivevo le recensioni di quelli che vedevo. Ma la mia carriera è cominciata in televisione.»
Il grande schermo, inizialmente, le sembrava quasi irraggiungibile. Non per mancanza di interesse, ma per l’esatto contrario: Efira aveva sacralizzato il cinema al punto da percepirlo come un mondo distante, mentre la televisione le appariva più accessibile.
Nel raccontarlo cita Groucho Marx e la celebre battuta sul non voler appartenere a un club disposto ad accettarlo tra i propri membri. Qualcosa di simile, spiega, accadeva nel suo rapporto con il cinema. Poi quella soggezione è progressivamente scomparsa.
«Un giorno ho incontrato Leos Carax, che mi chiese cosa avessi fatto prima di allora, e mi sono vergognata di aver fatto televisione. A quel punto il cinema è diventato il mio nuovo riferimento.»
Virginie Efira, dalla commedia al cinema d’autore
Il cinema la scopre inizialmente soprattutto attraverso la commedia, un territorio dal quale l’attrice non prende affatto le distanze. Al contrario, Efira rivendica il proprio piacere di spettatrice e il valore della leggerezza, citando tra i riferimenti Drew Barrymore e Jennifer Aniston, che definisce «meravigliosa» nella prima stagione di The Morning Show.
«Sono una spettatrice e mi piacciono le commedie. Mi piace la leggerezza. Scelgo ruoli con i quali posso avere un dialogo e che siano adatti anche al mio fisico.»
Con il passare degli anni, però, il suo percorso si allarga verso personaggi più drammatici e registi con universi cinematografici molto differenti. Arrivano le collaborazioni con Justine Triet, Rebecca Zlotowski e Paul Verhoeven, fino all’incontro con il cinema di Ryūsuke Hamaguchi.
Proprio ricordando Verhoeven emerge uno dei momenti più divertenti dell’incontro. Quando il regista le propose Benedetta, Efira accettò prima ancora di leggere la sceneggiatura. Solo dopo averla ricevuta ebbe qualche dubbio sulla normalità dell’impresa: «L’ho letta e mi sono detta: questo è matto».
La scelta di un progetto, del resto, non dipende per lei dal prestigio del nome coinvolto o dal genere del filmmaker.
«Non penso mai al risultato del film e neanche al fatto che il regista sia un uomo o una donna. Mi interessa che abbia messo qualcosa di sé nel film. Questo accade spesso con le registe e anche con film realizzati con budget limitati.»
«Il talento è una cosa vaga»
Parlando del lavoro con Hamaguchi, Efira torna soprattutto sulla preparazione richiesta dal mestiere. Imparare il giapponese per un ruolo è stata una prova impegnativa, ma perfettamente coerente con il suo modo di intendere la recitazione: prepararsi il più possibile, senza fingere di poter fare qualsiasi cosa.
«Bisogna sempre prepararsi al meglio. Se, per esempio, mi propongono ruoli sportivi, solitamente mi sfilo. Bisogna riconoscere i propri limiti. Imparare le lingue invece non mi pesa, mi piace. Il talento è una cosa vaga. Non so se esiste. Bisogna lavorare tanto.»
E aggiunge, ridendo, una motivazione molto personale: «Da piccola non ero brava a scuola e voglio recuperare. Mio padre oggi è molto orgoglioso di me».
Quando le viene ricordato il numero ormai considerevole di film realizzati, la risposta conserva lo stesso tono autoironico: «In effetti, se ci penso, la cosa un po’ mi allarma».
Virginie Efira e il cinema dopo il #MeToo
La conversazione si sposta infine sui cambiamenti avvenuti nell’industria cinematografica. Per Efira, uno spartiacque fondamentale è stato il movimento #MeToo, che ha modificato non soltanto il modo in cui vengono affrontati determinati comportamenti sui set, ma anche la scrittura dei personaggi femminili.
«Dopo il #MeToo il cinema è più frequentabile. Io sono arrivata abbastanza tardi e con una certa solidità economica, perché ero stata conduttrice televisiva per anni, ma molte mie colleghe hanno subito ricatti.»
Oggi, osserva l’attrice, esiste una maggiore consapevolezza e sui set sono presenti figure incaricate di intervenire nelle situazioni più delicate. Un cambiamento che considera sostanziale, ma ancora da portare avanti.
«Credo sia stato un grosso progresso e bisogna proseguire. L’ho visto anche nelle sceneggiature che ricevo: le storie sono pensate per le donne in modo diverso, con ruoli meno incatenati ai cliché.»
È forse questo il filo che lega meglio le diverse fasi della carriera di Virginie Efira: la capacità di non considerare mai definitiva l’immagine che il cinema ha costruito di lei. Dalla conduttrice televisiva che guardava il grande schermo con soggezione all’attrice capace di muoversi tra commedia e cinema d’autore, il percorso raccontato a Locarno è soprattutto quello di un’interprete che continua a preferire il lavoro all’idea astratta del talento.
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