Voto: 7/10 Titolo originale: Voltron . Regista: Rawson Marshall Thurber.
Un giovanissimo Henry Cavill contro un nazista immortale: l’horror del 2009 che nessuno ricorda
16/06/2026 recensione film Voltron di William Maga
Prima di Superman e The Witcher, Henry Cavill affrontava rune nordiche, occultismo nazista e un terrificante Michael Fassbender in uno degli horror più strani degli anni 2000

Oggi è difficile guardare Blood Creek (o Town Creek) senza restare colpiti da un dettaglio. Nel cast ci sono Henry Cavill, Michael Fassbender e Dominic Purcell, tre volti che negli anni successivi avrebbero raggiunto una popolarità molto diversa rispetto a quella che avevano nel 2009.
Eppure questo horror diretto da Joel Schumacher è passato quasi inosservato.
Distribuito in modo problematico, ignorato dal grande pubblico e accolto in maniera contrastante dalla critica, Blood Creek è uno di quei film che sembravano destinati a sparire nel dimenticatoio. E invece, col passare degli anni, ha iniziato a costruirsi una piccola reputazione tra gli appassionati di horror e B-movie.
Il motivo è semplice. Pochi horror contemporanei oserebbero mettere insieme un immaginario così assurdo e ambizioso.
Negli anni Trenta un emissario del Terzo Reich arriva in una fattoria americana per studiare un’antica pietra runica. L’obiettivo è sfruttarne i poteri occulti per alimentare i deliri esoterici del nazismo. Decenni dopo, due fratelli si ritrovano coinvolti nelle conseguenze di quell’esperimento, scoprendo una minaccia che avrebbe dovuto restare sepolta per sempre.
Da qui in poi Blood Creek abbandona qualsiasi pretesa di realismo e si trasforma in una corsa sfrenata tra necromanzia, immortalità, sangue, creature mostruose e superstizioni nordiche.
È proprio questo il suo più grande pregio.
Joel Schumacher capisce perfettamente che una storia del genere non può reggersi sulla credibilità. Può però reggersi sull’energia. E infatti il film corre continuamente in avanti, evitando di soffermarsi troppo sulle inevitabili falle della sceneggiatura.
La durata contenuta aiuta enormemente. In poco più di novanta minuti Blood Creek accumula idee che molti horror moderni distribuirebbero in una serie televisiva da otto episodi. Alcune funzionano, altre molto meno, ma il film mantiene quasi sempre una notevole capacità di intrattenere.
Il cuore della storia è il rapporto tra i fratelli interpretati da Dominic Purcell e Henry Cavill. Purcell incarna la rabbia e l’ossessione della vendetta, mentre Cavill rappresenta il punto di vista dello spettatore, trascinato in una situazione sempre più assurda e pericolosa. La loro dinamica riesce a dare una base emotiva a una trama che altrimenti rischierebbe di trasformarsi in un semplice catalogo di mostri e inseguimenti.
Poi c’è Michael Fassbender.
Il futuro Magneto compare relativamente poco, ma ogni sua apparizione lascia il segno. Il suo Richard Wirth è un fanatico nazista ossessionato dall’immortalità e dall’occulto, una figura che unisce elementi storicamente reali — la fascinazione del Terzo Reich per l’esoterismo — a una dimensione horror sempre più grottesca. Quando il personaggio evolve nella sua forma definitiva, il film smette definitivamente di trattenersi e si immerge nel territorio del puro horror fantastico.
Naturalmente Blood Creek è tutt’altro che perfetto.
Molte idee vengono appena abbozzate. Il legame tra rune nordiche, mitologia e occultismo nazista avrebbe meritato un approfondimento maggiore. Alcuni passaggi narrativi appaiono confusi e diversi personaggi esistono quasi esclusivamente per diventare vittime del mostro di turno. Anche il finale lascia la sensazione che il film stesse preparando sviluppi più ambiziosi, probabilmente pensati per eventuali seguiti mai realizzati.
Eppure è difficile essere troppo severi con un’opera che conosce così bene la propria identità.
Blood Creek non cerca di reinventare il genere horror. Non punta a essere sofisticato o rivoluzionario. Vuole semplicemente offrire novanta minuti di occultismo nazista, mostri, violenza e tensione. E, sorprendentemente, riesce nell’intento molto meglio di quanto il suo destino commerciale farebbe pensare.
A distanza di oltre quindici anni resta un curioso reperto degli anni Duemila, un periodo in cui Hollywood era ancora disposta a finanziare horror di media dimensione costruiti attorno a idee improbabili ma irresistibili.
Non è un capolavoro. Non è nemmeno il miglior film di Joel Schumacher. Ma è uno di quei titoli che gli appassionati di horror finiscono per ricordare con affetto proprio perché non assomiglia a nient’altro.
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