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Voto: 7/10 Titolo originale: The Zero Theorem , uscita: 20-09-2013. Budget: $8,500,000. Regista: Terry Gilliam.

Un oscuro scrutare: Terry Gilliam e la fantascienza, un amore per la distopia (parte III); The Zero Theorem

17/08/2017 recensione film di Lorenzo Di Giuseppe

Ultima parte dell'approfondimento del rapporto tra il regista e il futuro 'alternativo', affrontando col film del 2013 la grottesca insensatezza della vita e la ricerca vana di uno scopo all'esistenza umana

the zero theorem terry gilliam waltz

The Zero Theorem – Tutto è vanità (2013) è l’ultimo film uscito nelle sale firmato da Terry Gilliam (in Italia è arrivato soltanto nel 2016 tra le altre cose). A dispetto delle poche risorse (si parla di circa 10 milioni di dollari di budget, a fronte dei 30 milioni de L’esercito delle 12 scimmie per esempio) il regista angloamericano gira un’altra pellicola singolare e isolata, andando a ricalcare i suoi più rinomati stilemi. Il lungometraggio è meno cupo delle due precedenti distopie portate sul grande schermo, ma rimane pessimista, cinico ed enfatizza una certa ironia che permea la vicenda.

locandina the zero theoremTZT racconta la storia di Qohen Leth (Christoph Waltz), uno stravagante e solitario hacker che lavora per un’enorme corporazione, trascorrendo la vita nell’attesa di una telefonata che gli riveli il senso della sua esistenza, il suo scopo nel mondo.

Desideroso di lavorare a casa piuttosto che in azienda, cerca in ogni modo di contattare il direttore della società, il Management (Matt Damon), per far sì che accetti la sua richiesta. Una volta approvata ha il compito di risolvere una misteriosa formula matematica, la “Zero Theorem”, attraverso un computer superavanzato.

Dopo mesi di lavoro il protagonista comincia a soffrire di incubi che hanno come oggetto un buco nero: questi ripetuti sogni e la frustrazione di non riuscire a risolvere la formula lo portano ad un abbattimento interiore e a distruggere la sua postazione di lavoro. Poco dopo riceve la visita di Bainsley (Mélanie Thierry), una ragazza incontrata a una festa alla quale non voleva andare, che lo consola e gli regala una tuta per connettersi a una realtà virtuale, rappresentata da una spiaggia tropicale al tramonto.

Qohen riceve poi un’ulteriore visita, quella di Bob (Lucas Hedges), il figlio del direttore, che gli ripara il computer e gli rivela che il Management lo sta spiando e che Bainsley è pagata per essere carina con lui. Egli apprende così anche che il “Teorema dello Zero” proverebbe che non esiste il senso della vita, quindi si collega alla ragazza per convincerla a fuggire insieme, ma lei lo respinge, disconnettendosi e danneggiando la tuta. Bainsley, amareggiata per il proprio comportamento, va a trovarlo in cerca di perdono, ma Qohen la rifiuta, avendo scoperto che era una spogliarellista. Bob aggiusta e modifica la tuta ma, dopo una passeggiata, sviene perché affetto da una malattia cronica e viene prelevato dagli uomini del Management.

Il nostro hacker decide allora di connettersi alla realtà virtuale, venendo catapultato però nella Rete Neurale, il sistema centrale computerizzato che gestisce tutta la corporazione. Qui, il direttore gli spiega che è stato scelto per questo compito a causa della sua incrollabile fede in una telefonata inesistente, cosa che lo rende di fatto l’antitesi dello “Zero Theorem”. Qohen, in preda alla rabbia, distrugge la Rete Neurale, scoprendo che sotto di essa è celato l’enorme buco nero dei suoi sogni e decide di saltargli dentro, apparendo all’improvviso proprio nella spiaggia tropicale virtuale. Ormai calmo, rassegnato e solo, interagisce con l’ambiente che lo circonda.

the zero theorem terry gilliamAlla fine della visione, una domanda può sorgere spontanea: perchè è stato massacrato dalla critica? La risposta non la conosceremo mai probabilmente. Se si ama la fantascienza e se si ama Gilliam (per cui di riflesso si ama il cinema), questo film non può non lasciare indifferenti. Non sarà al livello dei suoi predecessori spirituali della “trilogia orwelliana”, ma sicuramente colpisce la sua forza visiva e l’originalità complessiva.

La fotografia è eccezionale: la composizione dell’immagine è fantastica, i colori sono dosati armonicamente e la scelta delle inquadrature (un paio sono sempre sghembe, marchio di fabbrica gilliamiano ormai) è studiata.

Terry Gilliam incarica come DOP l’italiano Nicola Pecorini, già collaboratore del regista in Paura e Delirio a Las Vegas (1997, Fear and Loathing in Las Vegas) e Parnassus – L’uomo che voleva ingannare il diavolo (2009, The imaginarium of Doctor Parnassus).

Nell’isola virtuale la scala dei colori è virata tutta sull’arancione e sul rosso, marcando il senso di irrealtà di tutto l’ambiente, romantico e idealizzato, mondo intangibile accessibile solo attraverso la rete. La fotografia è così speciale anche grazie alla scelta dei costumi e delle scenografie. I costumi sembrano arrivare direttamente da un futuro possibile, tra stivali militari, parrucche rosse, cappotti in stile Matrix e vestiti sgargianti.

Menzione particolare per il geniale completo camaleontico del Management, che rende il personaggio ancora più distaccato dai comuni mortali (il costumista è l’italiano Carlo Poggioli, che ha lavorato con Paolo Sorrentino in Youth – La giovinezza nel 2015 e che aveva già collaborato con Gilliam ne I fratelli Grimm e l’incantevole strega nel 2005) Le scenografie poi parlano da sole: una su tutte la chiesa sconsacrata dove abita Qohen, il posto perfetto per un protagonista con il suo carattere. Ma anche, per esempio, la postazione di lavoro alla sede della corporazione fa capire benissimo perchè l’hacker voglia lavorare in casa: confusione e caos rendono impossibile la concentrazione.

the zero theorem gilliamOvviamente Gilliam a questo collega la consueta critica della società e della tecnologia, mostrando la schiavitù mentale delle persone per smartphone e tablet e l’ipercontrollo delle aziende sui lavoratori (la chiesa piena di telecamere ovunque). Mette in scena oltretutto un mix tra tecnologia retrofuturista e attuale, il cui simbolo è il computer.

Lo schermo è un monitor 35 pollici e non esiste la tastiera: Qohen opera su complessissime formule matematiche (visualizzate come cubi azzurri da incastrare alla perfezione) grazie a un joystick simile a un campionatore AKAI, con una piccola manopola stile cabinato anni ’80. Tutto ciò è collegato a un enorme case pieno di miniventole e provette piene di liquido di diverso colore. L’idea del design è di David Warren, come di tutte le altre scelte relative a questo ambito (guardate le sue concept art e rifatevi gli occhi).

Parlando di una scena che mi ha molto colpito, non posso far altro che citare quella iniziale, in cui Qohen esce di casa e cammina per la città, ricolma di slogan pubblicitari, luminosissimi e impattanti. All’arrivo nella sede lavorativa viene invece accolto dal poster “Everything is under control“, sopra alla figura del direttore, messaggio che è stato veicolato anche in Brazil (la nostra analisi).

the zero theorem terry gilliam 2013Il finale The Zero Theorem ci porta verso la considerazione dell’insensatezza della vita. Aggrapparsi alle illusioni e a un ordine prestabilito, paradossalmente, potrebbe farci rimanere agganciati alla realtà materiale, evitando continue paranoie e ricerche vane. Una volta “compreso” il Caos però e accettandolo passivamente, forse si raggiungerà una calma inaspettata e insperata, come succede allo sconsolato personaggio principale.

Concludendo con questa terza parte l’analisi sul cinema distopico di Terry Gilliam, si può sottolineare con certezza come abbia influenzato nel corso degli ultimi 30 anni moltissimo il genere sci-fi sia a livello visivo che narrativo, infilandoci inizialmente diverse tematiche, successivamente portate avanti e ampliate e andando a delineare un quadro ricco di dettagli ma chiaro e potente in ogni sua componente, tracciando linee di demarcazione nette per la moderna fantascienza.

… fine?

Il trailer di The Zero Theorem:

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