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La Gen Z ha rotto il modello streaming: “Ci abboniamo, guardiamo e cancelliamo”

12/05/2026 news di Stella Delmattino

Il report di IGN e Dentsu mostra come i giovani usino le piattaforme solo per contenuti specifici, tra disdette rapide, streaming fatigue e prezzi sempre più alti

cancellare abbonamento netflix prime video

Secondo il nuovo report “Generations In Play: 2026 Audience Insights”, pubblicato da Dentsu e IGN Entertainment, la Gen Z sta cambiando il modello economico dell’intrattenimento. Il dato più forte riguarda lo streaming: il 59% degli utenti Gen Z intervistati si abbona e poi cancella un servizio solo per vedere un singolo film o una singola serie su piattaforme come Netflix, Disney+ o Prime Video. In altre parole: si iscrive, guarda tutto in poco tempo e disdice.

La ricerca, condotta con Kantar e UC Berkeley, ha coinvolto 6.250 consumatori “highly engaged” negli Stati Uniti, Regno Unito e Australia. Il quadro che emerge è netto: per i più giovani le piattaforme streaming non sono più una “casa” digitale a cui restare fedeli, ma un servizio temporaneo da usare quando serve.

La sequenza è semplice: abbonamento, binge watching, cancellazione, ripetizione. È un comportamento che mette sotto pressione il modello costruito negli ultimi anni da Netflix, Disney+, Prime Video, Max e dagli altri player: un sistema basato su abbonamenti streaming ricorrenti, permanenza dell’utente e crescita costante delle sottoscrizioni.

La frase chiave del report, ripresa da Variety, è molto chiara: “La fedeltà alla piattaforma è di fatto morta”. Tradotta in termini di mercato, significa che la Gen Z non paga per restare dentro un ecosistema, ma per accedere subito a un contenuto specifico.

Il fenomeno non riguarda solo lo streaming. Il report segnala che il 62% della Gen Z non vuole pagare il prezzo pieno per i videogiochi, mentre il 71% ha smesso di comprare musica fisica e il 70% non acquista più copie fisiche di film e serie TV. Il passaggio è culturale prima ancora che economico: proprietà e collezione contano meno, accesso e convenienza contano di più.

Fortune collega questo comportamento anche alla cosiddetta subscription fatigue, la stanchezza da abbonamenti. Tra dicembre e gennaio, secondo dati Civic Science citati dalla testata, il 37% degli abbonati Gen Z ha cancellato almeno un servizio streaming per saturazione da sottoscrizioni, mentre un altro 29% ha dichiarato di volerlo fare presto.

Ma il report mostra anche un’apparente contraddizione: mentre i giovani abbandonano gli abbonamenti fissi, tornano più volentieri al cinema.

C’è infatti un dato positivo per Hollywood: la Gen Z non sta abbandonando l’intrattenimento, sta scegliendo meglio dove spendere. Il report indica che i giovani sono il 13% più propensi rispetto agli spettatori più adulti ad andare al cinema nel weekend di apertura. Il motivo è soprattutto sociale: il cinema viene vissuto come evento, uscita, esperienza condivisa.

Brent Koning, global head of gaming di Dentsu, ha spiegato a Variety: “La Gen Z vive il cinema come un’esperienza sociale e collettiva, non come un semplice esercizio di adorazione dello schermo. Per loro la sala fa parte di una giornata o serata più ampia, non è un evento isolato.”

Il messaggio per Hollywood e per le piattaforme è diretto: non basta più avere un catalogo enorme. La Gen Z vuole contenuti rilevanti, prezzi più flessibili, accesso immediato e valore percepito. Chi continua a puntare solo sulla fedeltà all’abbonamento rischia di parlare a un pubblico che, ormai, ha già imparato a entrare e uscire quando vuole.

In sintesi: la Gen Z non ha rotto l’intrattenimento. Ha rotto il vecchio patto economico dello streaming. E ora Hollywood deve decidere se abbassare i prezzi, ripensare gli abbonamenti o accettare che l’era degli abbonamenti automatici potrebbe essere finita.

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