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Voto: 6.5/10 Titolo originale: Halo , uscita: 24-03-2022. Stagioni: 3.

Chief of War: recensione della serie con Jason Momoa nelle Hawaii del XVIII secolo (su Apple TV+)

06/08/2025 recensione serie tv di Gioia Majuna

Un prodotto solido strutturato tra sangue, spiritualità e contraddizione morale

chief of war serie 2025 Jason Momoa

Chief of War, l’ambiziosa serie Apple TV+ in 9 episodi creata, scritta e interpretata da Jason Momoa, è un progetto visivamente sontuoso, narrativamente stratificato e culturalmente carico, che fonde l’azione brutale con la contemplazione spirituale. Il racconto della violenta unificazione delle isole Hawaii a fine XVIII secolo si sviluppa attorno alla figura carismatica e contraddittoria di Kaʻiana, un guerriero riluttante il cui corpo incarna potenza mitologica, mentre la sua coscienza è dilaniata da dubbi esistenziali.

La serie oscilla costantemente tra l’epico e l’intimo. Fin dall’inizio, Kaʻiana è ritratto come un uomo in fuga dalla guerra, che vive una vita semplice con i fratelli sulle coste di Kaua’i. Ma la quiete dura poco: una profezia antica e il ritorno di una figura paterna corrotta, lo zio Kahekili, riaprono vecchie ferite e riattivano antiche lealtà. La narrazione si muove su binari paralleli: da un lato la tensione mitologica – il predestinato che unificherà i regni – e dall’altro la disamina psicologica di un uomo che, pur anelando alla pace, è attratto dalla guerra con un furore quasi genetico.

La forza di Chief of War risiede nella sua coerenza estetica e identitaria. I dialoghi in lingua hawaiana, le ambientazioni mozzafiato tra le Highlands neozelandesi e le coste del Pacifico, e la cura etnografica nel rappresentare riti e costumi, fanno della serie un manifesto culturale oltre che un’opera di intrattenimento. Le inquadrature, spesso costruite con rigore pittorico, riflettono un mondo ancestrale ricco di simboli, in cui i personaggi sembrano più evocati dagli spiriti della terra che scritti in una stanza autoriale.

Ma dietro l’apparato visivo si cela un nodo etico potente: la violenza può essere giustificata se al servizio della libertà? Kaʻiana – e attraverso di lui la serie – sembra rispondere con ambivalenza. Ogni atto di forza, per quanto spettacolare, lascia un segno morale tangibile. La costruzione del personaggio, affidata a un Jason Momoa finalmente in grado di combinare fisicità titanica e vulnerabilità emotiva, è tra le più riuscite della sua carriera. La sua interpretazione non si limita all’eroismo classico: è un eroe che dubita, che piange, che regredisce, e proprio per questo convince.

chief of war serie apple 2025 momoaLuciane Buchanan, nei panni della determinata Kaʻahumanu, è l’altro perno morale della narrazione. La sua presenza introduce una prospettiva femminile capace di sfuggire agli stereotipi di regina silenziosa o amante decorativa. È invece una figura complessa, attiva e capace di incidere sul destino collettivo, tanto quanto i guerrieri armati di lancia. La dinamica tra lei e Kaʻiana non è semplicemente romantica, ma specchio delle tensioni ideologiche che attraversano la serie: spiritualità contro pragmatismo, conservazione contro adattamento.

Chief of War si nutre anche delle sue contraddizioni. La serie non sceglie mai una via ideologica chiara. La colonizzazione è mostrata tanto come pericolo quanto come occasione; la modernizzazione come forza ambivalente; l’identità culturale come qualcosa da proteggere, ma anche da mettere in discussione. La tensione tra isolamento e apertura al mondo è continua, e la serie riesce a renderla drammaturgicamente viva grazie a un intreccio che mescola spiritualità tribale, riflessioni sulla leadership, e l’influsso destabilizzante degli stranieri.

E non mancano i difetti. Alcuni archi narrativi secondari risultano abbozzati, alcune relazioni (soprattutto le più sentimentali) mancano di profondità, e la densità degli eventi nella seconda metà sacrifica a volte la costruzione paziente del mondo introdotta all’inizio. Tuttavia, questi squilibri non minano la coerenza tematica del progetto.

Il confronto con Shōgun è poi inevitabile, ma fuorviante. Dove la serie ambientata nel Giappone feudale difendeva con orgoglio il rifiuto dell’influenza occidentale, Chief of War riflette un’identità hawaiiana in evoluzione, divisa tra preservazione e trasformazione. Non propone un dogma, ma una domanda aperta: quale prezzo vale la sopravvivenza di una cultura?

In definitiva, Chief of War è una serie che incide. Non solo per la sua epicità visiva, ma per il coraggio con cui mette in discussione l’idea stessa di eroe e di conquista. È un’opera che usa la brutalità per mostrare fragilità, che affonda le mani nella storia per restituirne le cicatrici, non le glorie. È, in ultima analisi, la dichiarazione d’intenti di un popolo che, per una volta, sceglie di raccontarsi da solo.

Di di seguito trovate il teaser trailer internazionale di Chief of War, su Apple TV+ dall’1 agosto:

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