Voto: 6.5/10 Titolo originale: ????? THE GHOST IN THE SHELL , uscita: 07-07-2026. Stagioni: 2.
The Ghost in the Shell recensione: ritorno alle origini con una serie che dividerà i fan dell’anime
12/07/2026 recensione serie tv ????? THE GHOST IN THE SHELL di Gioia Majuna
Science SARU accantona la solennità del film di Mamoru Oshii per recuperare colori, ironia e personalità del manga di Masamune Shirow: una scelta spiazzante, ma tutt’altro che superficiale

Per apprezzare davvero The Ghost in the Shell bisogna compiere un piccolo atto di separazione. Bisogna mettere temporaneamente da parte il film di Mamoru Oshii del 1995, la sua malinconia metafisica, i silenzi sospesi sopra la città e quella Motoko Kusanagi fredda, quasi imperscrutabile, che per trent’anni ha definito l’immagine pubblica del franchise.
Bisogna allontanarsi anche da Stand Alone Complex, dalla sua densità politica e dalla costruzione metodica delle indagini della Sezione 9. Non perché quelle versioni siano diventate meno importanti, ma perché Science SARU non sta cercando di imitarle.
La nuova serie disponibile su Prime Video torna direttamente al manga di Masamune Shirow e ne recupera ciò che molti adattamenti avevano progressivamente attenuato: l’ironia, il caos, l’esuberanza visiva, le espressioni deformate e una Motoko molto più impulsiva, vivace e umana.
Il risultato è un Ghost in the Shell sorprendentemente colorato e divertente, capace di apparire allo stesso tempo fedelissimo e completamente nuovo. Una reinterpretazione che potrebbe entusiasmare i lettori del manga e lasciare invece disorientati quanti identificano la saga esclusivamente con il tono solenne di Oshii.
Il cambiamento si avverte immediatamente. La metropoli del 2029 non è immersa soltanto nelle ombre, nella pioggia e nelle tonalità fredde del tech-noir. È un ambiente acceso, saturo, attraversato da rossi brillanti, cieli luminosi, ciliegi e tecnologie che sembrano provenire direttamente dall’immaginario fantascientifico degli anni Ottanta.
Ci sono pulsanti fisici, videoregistratori, lettori ottici e interfacce lontane dalla levigatezza degli schermi contemporanei. Il futuro della serie non è stato aggiornato per assomigliare al nostro presente: conserva l’aspetto del futuro immaginato nel 1989.
È una scelta intelligente, perché impedisce all’anime di trasformarsi nell’ennesima fantascienza digitale generica. Science SARU tratta il retrofuturismo del manga come una componente essenziale della sua identità, non come qualcosa da correggere o nascondere.
Lo stesso vale per il tono. I personaggi discutono, si provocano, esagerano le reazioni e passano rapidamente dalla professionalità militare alla commedia slapstick. Per chi arriva dal film del 1995, l’impatto può essere violento: questa Motoko arrossisce, perde la pazienza, scherza con Batou e non mantiene sempre quella distanza emotiva quasi sovrumana che l’ha resa iconica al cinema.
Non si tratta però di una banalizzazione inventata per rendere la protagonista più accessibile. È una versione molto più vicina alla Kusanagi originale di Shirow, che era già brillante, irascibile, ironica e perfettamente capace di alternare leggerezza e brutalità.
La trasformazione del Maggiore è l’elemento più interessante e, inevitabilmente, quello che dividerà maggiormente il pubblico.
La Kusanagi di Oshii sembrava osservare il mondo da una distanza impossibile da colmare. Il suo corpo artificiale e la sua coscienza espansa diventavano strumenti attraverso cui interrogare il confine tra individuo, macchina e rete.
Qui Motoko è molto più terrena. È ancora un’agente eccezionale, un’hacker formidabile e una combattente capace di prendere decisioni estreme, ma la sua personalità non viene sacrificata sull’altare della gravità filosofica.
Questa maggiore espressività restituisce una relazione più spontanea con la squadra. Batou non è soltanto il compagno affidabile che osserva silenziosamente il Maggiore, ma diventa parte di una dinamica fatta di confidenza, battute e piccoli conflitti. Anche gli altri membri della Sezione 9 emergono attraverso il comportamento e le interazioni, invece di essere introdotti mediante lunghe spiegazioni.
La scelta ha però un prezzo. In alcuni passaggi, la comicità rischia di ridimensionare la competenza del gruppo. Motoko viene presentata inizialmente come una presenza letale e inafferrabile, per poi assumere atteggiamenti quasi caricaturali pochi minuti dopo.
Non sempre il passaggio tra autorevolezza e buffoneria è perfettamente calibrato. Il problema non è che il personaggio scherzi, ma che certe gag arrivano prima che la serie abbia stabilito completamente il peso e la pericolosità della Sezione 9.
L’equivoco più facile sarebbe considerare questa versione meno profonda soltanto perché è più divertente.
Il primo episodio affronta già i temi fondamentali del franchise: la manipolazione delle coscienze, il controllo dei cybercervelli, l’abuso della tecnologia, la corruzione politica e il valore dell’identità in un mondo nel quale il corpo può essere sostituito quasi integralmente.
La differenza è nel modo in cui questi argomenti vengono presentati. La serie non interrompe l’azione per trasformarsi in un saggio filosofico e non cerca costantemente immagini solenni con cui sottolineare la propria importanza. Le riflessioni emergono durante le indagini, gli scontri e le conversazioni apparentemente più leggere.
Il “ghost” resta al centro della storia, ma non deve essere necessariamente accompagnato dal silenzio, dalla pioggia o da lunghi monologhi esistenziali.
La leggerezza rende anzi più evidente una delle contraddizioni centrali di Ghost in the Shell: individui capaci di sostituire corpi, ricordi e percezioni continuano a comportarsi in modo profondamente umano. Si irritano, ridono, desiderano, litigano e commettono errori anche mentre si muovono dentro reti informatiche infinitamente più grandi di loro.
Se l’identità visiva e il tono convincono, il debutto mostra qualche fragilità nel ritmo.
L’introduzione testuale che dovrebbe spiegare lo sviluppo dei neurochip e dei cybercervelli scorre troppo rapidamente, offrendo una quantità di informazioni difficile da assimilare alla prima visione. Subito dopo, la serie accelera ancora, passando da un’operazione politica alla formazione della squadra e quindi alla prima vera indagine.
Per chi conosce già questo universo, la velocità non rappresenta un ostacolo insormontabile. I concetti di ghost, shell, cyberbrain e infiltrazione mentale sono già familiari. Un nuovo spettatore potrebbe invece sentirsi trascinato dentro il racconto senza avere il tempo necessario per comprenderne regole, istituzioni e gerarchie.
Il primo episodio adatta molto materiale e vuole introdurre troppe componenti contemporaneamente. L’energia non manca, ma alcuni passaggi avrebbero beneficiato di una pausa in più.
Anche la conclusione arriva proprio quando la serie sembra aver trovato il proprio equilibrio. Un debutto con due episodi pubblicati insieme avrebbe forse restituito una percezione più completa del progetto, evitando quella sensazione di introduzione interrotta sul più bello.
Il comparto visivo è il punto di forza più evidente.
Science SARU riprende le linee e le proporzioni del manga, ma evita di trasformare la fedeltà in una semplice imitazione statica. I personaggi possiedono una fisicità elastica, i volti cambiano continuamente e il linguaggio del corpo viene utilizzato per esprimere emozioni che le precedenti versioni affidavano soprattutto ai dialoghi o ai silenzi.
L’animazione disegnata a mano restituisce agli scontri una consistenza rara. I movimenti sono fluidi, gli impatti leggibili e gli ambienti mantengono una ricchezza di dettagli anche quando l’azione accelera. La grafica tridimensionale viene utilizzata prevalentemente per veicoli, robot e dispositivi, integrandosi con coerenza in un mondo nel quale la tecnologia deve apparire leggermente estranea alla carne.
Particolarmente riuscite sono le incursioni nello spazio digitale. Le intrusioni nei cybercervelli non vengono rappresentate come semplici schermate astratte, ma come estensioni visive della coscienza. La guerra informatica diventa azione fisica, psicologica e perfino comica, senza perdere la propria complessità.
Anche il sangue pixelato, che esplode durante alcune scene di violenza, riassume bene l’identità dello show: brutale ma stilizzato, serio nelle conseguenze e al tempo stesso consapevole della propria natura animata.
La colonna sonora rappresenta un altro netto elemento di rottura.
Il jazz si mescola con l’elettronica, l’orchestrazione e i sintetizzatori, accompagnando tanto le operazioni della Sezione 9 quanto i momenti più leggeri. Non possiede la ritualità ipnotica delle musiche di Kenji Kawai per il film di Oshii, né cerca di replicare l’identità sonora di Stand Alone Complex.
È una musica più mobile, giocosa e imprevedibile, perfettamente allineata alla nuova personalità di Motoko e alla grafica retro. Qualcuno potrà trovarla poco adatta alla propria idea di Ghost in the Shell, ma la colonna sonora non accompagna passivamente le immagini: contribuisce a ridefinirle.
L’intera produzione sembra voler evocare l’energia delle OVA tra la fine degli anni Ottanta e l’inizio dei Novanta, senza limitarsi a riprodurne imperfezioni e limiti tecnici. È nostalgia usata come linguaggio, non come semplice decorazione.
Il fatto che questa sia probabilmente la versione animata più fedele al manga non rende automaticamente superate le precedenti.
Oshii aveva compreso che adattare significa anche selezionare, trasformare e trovare una nuova identità. Il suo film eliminò gran parte della comicità originale, ma da quella scelta nacque uno dei capolavori della fantascienza animata.
Stand Alone Complex prese personaggi e concetti di Shirow per costruire un racconto politico e seriale con una voce autonoma. Perfino le versioni meno riuscite testimoniano quanto questo universo possa essere reinterpretato senza perdere completamente la propria riconoscibilità.
Science SARU non sostituisce quelle opere. Offre finalmente l’altra faccia del materiale originale, quella rimasta a lungo in secondo piano: un cyberpunk capace di essere filosofico senza diventare austero, violento senza smettere di essere colorato e intelligente senza rinunciare al gusto della gag.
The Ghost in the Shell parte con personalità, coraggio e un’identità visiva immediatamente riconoscibile. Non cerca di riprodurre la sacralità del film del 1995 e non vuole essere una nuova stagione di Stand Alone Complex. Torna al manga, ne recupera l’energia e accetta il rischio di deludere chi considera il tono cupo e contemplativo una caratteristica imprescindibile della saga.
Il ritmo iniziale è troppo affrettato, alcune gag indeboliscono momentaneamente l’autorevolezza della Sezione 9 e la nuova Motoko richiede un periodo di adattamento. Ma i dubbi non cancellano la qualità dell’animazione, la freschezza della regia e la capacità di far convivere commedia, azione e riflessione tecnologica.
È presto per stabilire se la serie riuscirà a sostenere questo equilibrio per l’intera stagione. I primi episodi mostrano però qualcosa che il franchise non offriva da tempo: la sensazione di assistere a una vera reinterpretazione e non a un esercizio di conservazione.
Non è il Ghost in the Shell definitivo, perché probabilmente una versione definitiva non può esistere. È un nuovo guscio abitato dallo spirito originale di Masamune Shirow: più chiassoso, ironico e imprevedibile di quanto molti ricordassero, ma ancora capace di interrogarsi su ciò che resta dell’essere umano quando ogni parte del corpo può essere sostituita.
Su Prime Video dall’8 luglio, un episodio a settimana.
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