5 settembre 2017

[I diari del Lido: il Cineocchio a Venezia 74] Giorno 6 e 7 – ‘Madre!’ Coraggio!

L’ultimo amico (Gastone Moschin) va via. Intanto il Festival, con l’eccezione di ‘Tre Manifesti a Ebbing, Missouri’, mostra la faccia conformista dell’America. Ma anche quella dell’Italia.

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5 settembre 2017
Venezia 74 (2)

In occasione di ogni film introdotto da una presentazione si ode la classica formula “Signore e signori”. Oggi quella frase dovrebbe essere intesa come un omaggio a Gastone Moschin, che è stato il protagonista di uno dei tre episodi dell’omonimo film di Pietro Germi (nei panni del ragionier Bisigato, innamorato di una Virna Lisi insolitamente mora) e ci ha lasciati ieri all’età di ottantotto anni. Di questo grande attore del nostro teatro e del nostro cinema ci piace poi ricordare l’interpretazione di Jean Valjean nella riduzione televisiva di Sandro Bolchi, oltre ai personaggi di Ugo Piazza in Milano calibro 9 di Fernando Di Leo e soprattutto del Melandri in Amici miei. Di quel gruppo di attori era l’ultimo rimasto in vita e oggi sembra quindi perfetto ricordarlo col titolo di una canzone di Franco Califano: “L’ultimo amico va via”.

Gérard Depardieu venezia 74Apparteneva a quella schiatta di grandi interpreti che qui al Lido ha rievocato oggi Gerard Depardieu, sbarcato per presentare la versione restaurata di Novecento di Bernardo Bertolucci. Di sé stesso, rifacendosi al ruolo interpretato nel film, ha detto di essere stato per tutta la vita un attore contadino e di essere innamorato da sempre dell’Italia, in particolar modo delle sue donne e del suo cibo. Parole che solo se pronunciate da un uomo della sua verità perdono ogni connotazione di banalità. Per la stessa ragione, non riesce a risultare volgare nemmeno quando definisce “merda” la televisione e la politica di qualsiasi paese del mondo, ad eccezione di Russia e Dubai. Sul cinema di oggi non si è soffermato, ma si sa che non lo ama. In questo campo, tanto per il suo paese d’origine quanto per il nostro, rimpiange i personaggi e le opere degli anni Sessanta e Settanta. Difficile dargli torto assistendo a quanto offre l’attuale festival, soprattutto in relazione al cinema italiano. Il film di Paolo Virzì, Ella & John, possiamo considerarlo nostro soltanto a metà , forse anche meno, poiché stranieri sono gl’interpreti (la vera forza dell’opera), il linguaggio e l’ambientazione.

Il contagio Matteo BotrugnoIl primo vero film italiano presentato in concorso, Una famiglia di Sebastiano Riso, non l’abbiamo voluto vedere sulla (s)fiducia, una volta conosciuti i temi trattati (la maternità contrastata, la voglia di adozione da parte di coppie omosessuali etc.). A leggere le opinioni del pubblico e della critica (sia la nostra che quella straniera), ci consoliamo al pensiero di non aver sprecato due ore, essendo stato il film più stroncato dell’intera Mostra per la scontatezza degli argomenti e per il punto di vista conformista con cui vengono trattati. Ci era bastato assistere, appena prima, alla proiezione de Il contagio di Matteo Botrugno e Daniele Coluccini, tratto dall’omonimo libro di Walter Siti. Qualcuno definisce incautamente quest’ultimo “il più grande scrittore italiano vivente (dopo Roberto Saviano ovviamente)”. In realtà egli, che è il curatore delle opere di Pier Paolo Pasolini, non fa altro che riprendere i temi di quest’ultimo, raffigurando i medesimi spaccati di vita di borgata, senza però che la sua pagina offra la stessa intensità e lo stesso dramma di quella del suo ispiratore. Anche con il suo ultimo libro, “Bruciare tutto”, Siti sembra voler dar vita a situazioni provocatorie fine a sé stesse, che risultano così ridondanti e stucchevoli. Il film, peraltro, rende ancor meno del libro, concentrandosi su quei temi che vanno per la maggiore in questo preciso momento storico (la distanza tra le classi sociali, il connubio tra criminalità e politica nel contesto romano, le trasgressioni a base di alcool e droga), dando non soltanto l’impressione del già visto, ma anche quella della scarso coraggio dei suoi autori, che sembrano voler spremere fino in fondo un filone che si è già mostrato commercialmente redditizio con titoli come Romanzo criminale e Suburra (film più serie per entrambi, cosa che non si esclude possa accadere anche per Il contagio). Per una volta però, a sfogliar la rosa dei film presentati in concorso, accade di trovare un certo provincialismo anche nelle produzioni americane.

THREE BILLBOARDS OUTSIDE EBBING, MISSOURIUna, Agnelli, ci riguarda da vicino perché il soggetto è l’Avvocato. Nick Hooker ne racconta la vita, suddividendola in capitoli abbastanza scontati: l’infanzia; il periodo della Dolce Vita; quello delle responsabilità in azienda; gli ultimi anni, connotati dal dramma del suicidio del figlio Edoardo. Il documentario è molto superficiale: racconta vicende risapute e omette particolari non da poco, come la figura del nipote Giovannino, designato come successore ma poi morto prematuramente per una malattia incurabile. Il suo solo pregio è la schiettezza nella trattazione di due aspetti scomodi relativi alla figura dell’Avvocato – l’abuso di droga in giovane età e l’atteggiamento insensibile verso il figlio Edoardo – sui quali in Italia si preferisce sorvolare. Al punto che in sala era presente una delegazione di una sessantina di amici di famiglia, non abituati a tanta sincerità e dunque limitatisi ad applausi molto freddi alla fine del film. Il provincialismo di cui si diceva non è però ravvisabile soltanto in questo piccolo lavoro, ma anche nelle grandi produzioni americane: Downsizing, Suburbicon, in modo più sottile anche The shape of water (la nostra recensione) sembrano infatti accomunati dal desiderio dei loro autori di raccontare non tanto l’America per quello che è, ma per quella ch’essi vorrebbero fosse. Non si tratta di fare un discorso a favore o contro Donald Trump (per quanto, almeno su alcune sue posizioni, sia impossibile risultare a favore): le produzioni hollywoodiane sono sempre state vicine alle idee democratiche e per di più gli autori non sono tenuti ad esprimersi come cronisti, ma sono liberi di inventare e di offrire la propria personale visione del mondo. Mai come ora, però, sembra che i cineasti abbiano perso la voglia d’indagare e di capire il vero, sostituendola con quella di utilizzare il mezzo per diffondere le proprie idee spacciandole per incontrovertibili. In età matura Vittorio De Sica disse un giorno a Luchino Visconti che non sarebbero più stati in grado di girare film come Ladri di biciclette o La terra trema, perché non frequentavano più la strada ma soltanto ambienti borghesi e avevano quindi perso il contatto con la gente. Allo stesso modo, nell’assistere a questi film non si scorge traccia di quell’America che ha ritenuto di votare un personaggio come Trump, considerato impresentabile dal suo stesso partito, nè delle motivazioni che l’hanno spinta a farlo. Questa riflessione è il frutto della visione dell’unico film americano che in tal senso si distingue, per la sua capacità di compiere, più o meno volontariamente non importa, un’approfondimento sul punto. Si tratta di Tre Manifesti a Ebbing, Missouri (la nostra recensione), con il quale il regista Martin McDonagh racconta la storia di una madre che chiede giustizia per l’assassinio di sua figlia, arrivando a sfidare la polizia affiggendo a sue spese tre manifesti con domande inquisitorie. La protagonista (Frances McDormand, ottima come tutto il resto del cast) è una donna in guerra con il proprio Paese, che non le offre ciò che lei ritiene giusto e la spinge fino a compiere azioni ignobili pur di veder soddisfatti i propri diritti. La sua pervicacia, e l’ostilità della comunità nei suoi confronti, innescheranno violente reazioni a catena. La forza di questo sta nel fatto che i suoi personaggi non sono inquadrabili in una rigida classificazione buono/cattivo: nelle due ore scarse in cui si sviluppa, ciascuno di essi compie un percorso che lo porta a migliorare o a peggiorare e che fotografa alla perfezione le esigenze di una società dove domina l’inquietudine.

madre! jennifer lawrenceNon avevamo fatto a tempo a riappacificarci con Hollywood che subito, tra capo e collo, ci è piombato Darren Aronofsky con Madre!, un incomprensibile guazzabuglio di dramma, thriller e allegorie. Una coppia (Jennifer Lawrence e Javier Bardem) vive tranquilla nel suo villino, finché non arriva uno sconosciuto a cui offrono provvisoria ospitalità. Poi arriva la moglie di questi; in seguito i due figli, infine i loro parenti. Il padrone di casa, uno scrittore in crisi d’ispirazione, è molto ospitale; la moglie li caccerebbe tutti a pedate. Quando finalmente se ne vanno, ne compaiono altri, in numero da esercito. Caos finale. Nella prima parte, quando il cast è ridotto al quartetto, il film s’incanala su uno schema torbido e sgradevole che ricorda quello de La piscina di Jacques Deray. Quel che accade dopo è incomprensibile allo spettatore normodotato, in grado di avvertire soltanto un gran fracasso. “Vatti a fidare del fidanzato” finirà col pensare la Lawrence, che nel privato è la compagna del regista: Aronofsky prima le mette vicino Michelle Pfeiffer, che nonostante i trentadue anni in più la straccia quanto a sensualità e regala gli unici momenti passabili del film. Poi le cuce addosso un’opera senza capo nè coda, dove è impossibile dimostrare qualità interpretative. Da ultimo, la trascina a prendersi i fischi della stampa e, presumibilmente, anche del pubblico.

A domani.

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