The Movie Db/10
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10 aprile 2017

[recensione BIFFF 35] Monolith di Ivan Silvestrini

Nel drama sci-fi del regista italiano la fantascienza è un mero spunto per narrare la tragedia interiore di una madre immatura

10 aprile 2017

Più un’escalation tragica che un film sci-fi tout court, Monolith di Ivan Silvestrini (la nostra intervista esclusiva) parte da un presupposto narrativo tecnologico latamente avveniristico, ma nemmeno poi troppo lungi dalla realtà contemporanea, per mettere in scena l’epopea di una madre che si trova a lottare nel deserto per la vita del figlioletto, tra senso di colpa e rimpianti per una spensierata giovinezza che non tornerà.

Monolith posterTratto da un soggetto scritto da Roberto Recchioni e prodotto con il supporto di Sergio Bonelli Editore e Sky Cinema, la storia inizialmente parrebbe incentrata su una macchina indistruttibile e ipertecnologica, la Monolith del titolo, tuttavia si tratta più che altro di un escamotage per esplorare tutt’altri lidi. L’azione principia con un quadretto familiare itinerante: Sandra (interpretata da Katrina Bowden) è in viaggio in macchina alla volta della casa dei nonni con il figlio, David, incarnato ad alternanza da due giovanissimi interpreti, i gemelli Nixon e Krew Hodges. La giovane madre dunque guida l’ultimo ritrovato in termini di innovazione e sicurezza regalatole dal piuttosto assente marito Carl (Damon Dayoub). Il veicolo ha vetri antiproiettile, è impossibile scassinarlo e, volendo, guida da solo; tutto è gestito da una Intelligenza Artificiale, Lilith, e, tramite il cellulare, è possibile accedere a ogni comando da remoto. Tuttavia si celano molteplici insidie dietro a siffatti ritrovati scientifici: anzitutto la possibilità di venire a conoscenza di particolari tutt’altro che graditi; tramite un sensore che determina il peso dei passeggeri, scoperto per caso, la donna scopre infatti che un’altra donna è stata passeggera del veicolo insieme al marito a sua insaputa e così le viene instillato il sospetto di tradimento.

D’altro canto, è palese, Sandra non è del tutto soddisfatta della vita che conduce, della maternità stessa per cui ha dovuto rinunciare a una vita spensierata ed al successo insieme alla sua band, abbandonata alla nascita del pargolo. Reale epicentro diegetico dunque, ogni successivo sviluppo è strutturato proprio intorno all’essenziale infelicità di lei, unita al senso di colpa poiché non corrisponde alle attese sociali che il suo ruolo di genitrice amorosa le impongono, da un’opprimente senso di responsabilità che cerca a tratti di evadere, flirtando ad esempio con un fan che la riconosce, infine alla solitudine e al senso di abbandono dovuti alle mancate attenzioni e alla latitanza reiterata dell’uomo per cui ha abbandonato l’esistenza che conduceva e che sembrava esserle assai gradita. Così, quando vede un gruppo di ragazze adolescenti che si divertono, ridono e parlano delle loro avventure amorose, le viene da sorridere nostalgica; così si distrae e quando l’avvenente Ted (Brandon W. Jones) mostra un certo interesse per lei si scorda, solo per un attimo, del piccolo David e lo smarrisce, con conseguente attacco di panico e affannosa ricerca che va però a buon fine.

Monolith Silvestrini 2Lo sviluppo è tutto qui, il continuo contrapporsi tra dovere e desiderio, crisi di coscienza e depressive di una madre ancora troppo immatura, che in fondo anela alla precedente libertà per sempre perduta, a divertirsi. Quindi, una supposta infedeltà del marito, o anche solo l’assenza d’interesse percepita da parte di lui, diviene ulteriore causa di frustrazione. In cerca di conforto, la protagonista chiama un’amica e ancora membro del gruppo musicale di cui anche lei faceva parte, ma invece del sollievo sperato trova in lei solo una conferma dei suoi sospetti sul coniuge. Così perde la testa, reazione spropositata quanto infantile, inverte la rotta quando ormai era arrivata a destinazione per raggiungere di corsa il marito, portando, sommo errore, il bambino con sé. Ovviamente, come sempre in questi casi, tutto quello che potrebbe andare male, va male. C’è un ostacolo inatteso sulla via principale, prende una strada secondaria, di notte e attraverso l’inospitale deserto dello Utah, fuma una sigaretta ormai isterica – peraltro con il figlio asmatico sul sedile posteriore – la tecnologia recalcitrante si oppone, parte un allarme antifumo e lei spegne così il computer di bordo, finendo per investire un cervo apparso all’improvviso e ritrovandosi bloccata nel mezzo del nulla. Presa dal panico, sempre più incosciente, lascia David in macchina legato al seggiolone, per tenerlo buono gli lascia il cellulare, lui ci gioca e si serra inesorabilmente dall’interno nell’impenetrabile vettura.

A parecchio minutaggio dall’inizio e con un lungo preambolo teso a delineare i drammi interiori del personaggio principale, si giunge quindi finalmente al punto nodale, al reale inizio dell’azione. L’obiettivo, con ogni probabilità, è la costruzione della suspense, la lotta contro il tempo di Sandra, che cerca in ogni modo di forzare la Monolith, che tuttavia – come il nome suggerisce – è monolitica e indistruttibile. L’attacco di un feroce canide nelle ore notturne, la desolazione e la totale mancanza di vestigia umane per chilometri, il cocente sole delle ore diurne, tutto concorre contro la donna, quasi a punire la sua mortale leggerezza e disattenzione verso ciò che avrebbe dovuto essere più importante, il suo bambino.

Monolith Silvestrini 1Affine a Mine di Fabio Guaglione e Fabio Resinaro per molti aspetti, anche qui la protagonista si trova al centro di una sfida letale contro gli elementi, bloccata in una zona desertica con il caldo torrido, al limite delle sue possibilità fisiche; lì era una mina, qui una macchina, è sempre l’oggetto del titolo ad essere l’elemento impediente, il terrificante vincolo che trascina verso il baratro. In ambedue, inoltre, l’elemento emotivo, patetico, è particolarmente calcato, volendo delineare più un iter interiore e psicologico, che esteriore e tangibile, in cui il soggetto deve superare i suoi limiti e le sue mancanze per vincere contro la Natura. Qui tuttavia, se possibile, la componente emotiva è ancor più marcata, la presenza di un infante, un problematico rapporto madre e figlio (problematico nel senso del vissuto della genitrice) sconfina nel tragico. La tecnologia, l’elemento fantascientifico, invece, sono perlopiù ancillari, una sorta di antagonisti sordi al sentimento. Vicino in qualche modo all’approccio della serie britannica Black Mirror al genere, in Monolith non si ha lo stesso cinismo, il medesimo distacco nichilista, e probabilmente sta proprio in ciò il maggiore difetto della pellicola.

Una – seconda – regia efficace di Silvestrini e una buona recitazione anzitutto della Bowden, ma anche da parte del/i giovanissimo/i passeggero/i, è allora afflitta in parte da un finale fin troppo presagibile, che toglie molto in termini di suspense; compiere una scelta più coraggiosa e più paradossale (come a un certo punto verrebbe lasciato intendere) avrebbe aggiunto più potenza al messaggio e all’insieme.

Di seguito il trailer ufficiale di Monolith:

Articolo
[recensione BIFFF 35] Monolith di Ivan Silvestrini
Titolo
[recensione BIFFF 35] Monolith di Ivan Silvestrini
Descrizione
Nel drama sci-fi del regista italiano la fantascienza è un mero spunto per narrare la tragedia interiore di una madre immatura
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Il Cineocchio
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CAST

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