Azione & Avventura

[recensione da Sitges 49] Desierto di Jonás Cuarón

di

Gael García Bernal e Jeffrey Dean Morgan danno vita a una pericolosa partita nel deserto in un thriller che non riesce a trovare un equilibrio tra il tono e il messaggio

Il regista messicano Jonás Cuarón è noto per le sue collaborazioni con il padre, Alfonso Cuarón, in particolare in Gravity. Ma il thriller sull’immigrazione Desierto – seconda prova dopo Year of the Nail – è ancorato saldamente a terra, anche se risponde ai dettami imposti da quasi cento anni di opere come Pericolosa partitaLa preda nuda. Questo, solo, si basa su questioni politiche e familiari per raccontare una storia tesa e ricca di azione, con una tensione latente che va oltre il film.

desierto-cuaron-posterUn gruppo di una quindicina di immigrati clandestini provenienti dal Messico è in viaggio verso gli Stati Uniti nel retro di un camion, quando a causa di problemi al motore devono percorrere il resto della strada attraverso il deserto bruciato dal sole. Il nostro eroe è il meccanico Moises (Gael García Bernal), che si ritrova ben presto dalla parte sbagliata del fucile del sadico Sam (Jeffrey Dean Morgan). Sorta di serial killer a tutti gli effetti, Sam fa fuori metodicamente gli immigrati come fossero cervi, facendo suo il ruolo di poliziotto di confine, sparando ai malcapitati come un cecchino dalla cima di creste polverose, aiutato dal suo pastore tedesco, Tracker. Un muro sicuramente non sarebbe sufficiente per questo tizio…

L’uomo è un ex militare, come suggeriscono i suoi pantaloni mimetici e l’uso di un certo gergo specifico. La sua kefiah lo lega inoltre al Medio Oriente. Cuarón si ferma giusto un pelo prima dall’appiccicargli un adesivo con la faccia Trump sul paraurti del pick-up. Scopriamo molto poco dei motivi del suo comportamento, a parte un paio di battute urlate a mo’ di motti: “Benvenuti nella terra della libertà”, ringhia, oppure sibila, “Questa è la mia casa!” in occasione di una delle uccisioni. Durante uno degli appostamenti, nei pressi di un falò da campo, si lamenta per la sua testa “incasinata” con Tracker. Un uomo così traviato dal patriottismo che ha perso tutta la sua umanità. Questo, oppure qualcuno che sta usando il patriottismo come maschera per i propri istinti omicidi.

La sceneggiatura è risicata, l’unico momento in cui veniamo a sapere qualcosa dei due protagonisti è durante la notte, quando il cacciatore e la preda si fermano per pochi minuti, abbastanza a lungo per rimpolpare un po’ le ragioni del loro essere lì nel deserto. Moises ha un figlio che lo aspetta, Sam è minacciato dagli stranieri.

desierto-morgan-cuaronPer 94 minuti, è diretto ed efficace, anche se faticoso e incessante – tutti corrono attraverso il deserto per quasi l’intera durata, e le sequenze si svolgono quasi in tempo reale. La regia è solida e ad altezza d’uomo. Lo spettatore si ritrova a graffiarsi tra le rocce roventi e a pungersi con i cactus insieme ai personaggi del film. Sono presenti anche alcune notevoli riprese a mano dalle spalle o di fronte ai personaggi mentre questi cadono esanimi sulla bianca pianura polverosa. E una colonna sonora roca batte come un cuore pulsante portando avanti la narrazione.

Desierto è un thriller come un altro che per caso si ritrova avvolto in una confezione politica. L’imballaggio è a volte più interessante delle emozioni stesse, ma il film è abbastanza spoglio da permette a ognuno di proiettare su di esso ciò che preferisce. Sembra anche che Cuarón abbia cercato di mostrare i muscoli della suspense e ci sono un paio di ottime sequenze che possono rientrare tra quelle classiche del genere, in particolare quando il giocattolo elettronico di un bambino riecheggia per tutto il canyon silenzioso.

Il film finisce però per diventare un infinito gioco alla Beep Beep e Wile E. Coyote, che testardamente si inseguono l’un l’altro attraverso le distese aride, rincorrendosi e girando intorno a quella che sembra essere sempre la stessa roccia. Difficile non pensare a una metafora dell’attuale clima politico (americano, e non solo).

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