12 giugno 2017

[recensione] The Belko Experiment di Greg McLean

Il regista australiano torna sulle scene con un film ad alto tasso di gore e imprevedibile, che tiene sempre alta la suspense

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12 giugno 2017
belko experiment film

Molte volte nella storia del cinema, quando l’horror e il fantascientifico si sono incontrati, celate nell’ombra tramavano terrificanti società, quali la Umbrella Corporation di Resident Evil con le sue funeste manipolazioni genetiche, o la Weyland-Yutani dietro alla cattura degli Xenomorfi in Alien; ora una nuova maligna eminenza grigia potrebbe prospettarsi all’orizzonte. Stavolta, si tratta della no-profit Belko Corporation, dedita al supporto di aziende americane in Sud America e al centro di un nuovo e sinistro esperimento psicologico, quello da cui prende il titolo l’intrigante The Belko Experiment, diretto da Greg McLean (Wolf Creek) e scritto e prodotto da James Gunn.

the belko posterParadossale e insieme non lontano dalla realtà come invece le succitate saghe (qui la vena sci-fi non è presente), la narrazione si apre con una normale mattinata di lavoro di un gruppo di dipendenti di una misteriosa organizzazione, stanziati nell’isolata sede di Bogotá locata in un edificio in mezzo al nulla di cui tutte le finestre e le entrate in caso di assalto sono munite di lastre metalliche per sicurezza, vista la pericolosità della capitale colombiana. Per il medesimo motivo, come viene detto quasi subito, ai dipendenti viene installato nel collo un microchip, così “da essere ritrovati in caso di rapimento”. Insomma, non si tratta di un luogo di lavoro particolarmente idilliaco, almeno per il paese di residenza, ma almeno all’interno dell’edificio tutti paiono conoscersi e andare d’accordo, come sottolineato da un lungo preambolo che mostra le dinamiche felici che intercorrono tra i diversi impiegati; sono mostrati dunque la tresca tra Mike Milch (John Gallagher Jr.) e la bella Leandra Flores (Adria Arjona), i rapporti scherzosi tra Peggy Displasia (Rusty Schwimmer) e Keith McLure (Josh Brener), nonché l’amichevole benvenuto di Roberto Jerez (David Del Rio) e Leota Hynek (Gail Bean) alla nuova arrivata, Dany Wilkins (Melonie Diaz). Un perfetto team building sembra vigere all’interno della Belko, ma è solo apparenza e il clima particolarmente felice creatosi nel variegato gruppo è sottolineato in più spezzoni proprio a contrappunto della terrificante evoluzione di quella che appare una consueta giornata lavorativa. Se infatti sin dalla mattina compaiono ai cancelli dei militari armati, ma i più credono si tratti di un provvedimento preventivo per possibili disordini politici (in Colombia soventi), in realtà tale inquietante inizio precede una terrificante escalation di eventi, per cui all’improvviso viene sigillata ogni uscita del grattacielo con le sopra descritte placche metalliche, fatto seguito a breve distanza da una misteriosa voce metallica che intima al personale di uccidere due a scelta tra di loro. Tutti credono si tratti di uno strano scherzo, o di un test psicologico (e in un certo senso lo è), ma l’esplosione pirotecnica quanto inquietante della nuca di diversi uomini e donne senza un preciso disegno all’apparenza, conferma le minacce proferite prima all’altoparlante, a cui succede repentina la richiesta di uccidere altri trenta dei presenti.

L’intelligente escamotage narrativo dà il via dunque a una poliedrica disamina sulle possibili reazioni in caso di un terrificante e imprevedibile degenerare della situazione circostante; variegate e verisimili sono le tipologie prese in esame, dal povero disperato che piangente scrive una lettera alla moglie e aspetta la fine tra le lacrime, alla ragazza che si nasconde sperando di sopravvivere, al cospirazionista che rovescia tutti i contenitori d’acqua che incontra sulla sua strada convinto che siano drogati. Poi ci sono le due fazioni dominanti, coloro che non sono disposti a prendere in esame l’uccisione dei colleghi, innocenti, per sopravvivere e coloro che all’opposto ritengono che sia meglio assassinare alcuni che morire tutti; si oppongono allora una più umana morale contro una più fredda logica, ambedue posizioni delineate tuttavia con il giusto tono, senza ricadere in eccessi moraleggiante. Alcuni personaggi, quelli che potrebbero essere definiti individui alfa, non a caso diretti dal CEO Barry Norris (Tony Goldwyn) a cui s’accoda Wendell Dukes (John C. McGinley), subiscono una celere mutazione che li porta a giustificare le azioni più turpi, a decidere chi deve vivere e chi morire secondo un meccanismo e una fenomenologia della psiche che ricorda molto Circle di Aaron Hann e Mario Miscione; in esso era un gruppo di sconosciuti, sempre prigionieri di un’oscura entità, a trovarsi costretto a decidere per votazione chi eliminare e chi no, ma la ricerca di criteri nella selezione (vecchiaia, malattia, condotta immorale o criminale…) e lo spettro di umani sentimenti che si alternavano nel processo (ansia, disperazione, egoismo, rabbia, solidarietà) non erano per nulla differenti.

belko experimentMolto meno statico del sudetto tuttavia, The Belko Experiment si avvicina anche per ritmata successione di morti pirotecniche ai due sequel della trilogia di La notte del giudizio (The Purge), di cui ribadisce anche il dubbio di quanto l’essere umano possa divenire efferato e ferino, se lasciato libero d’uccidere. Nota positiva del film di McLean rispetto alla saga è la sanguinosità con cui mette in scena la mattanza nelle sue mille varianti, risultando così una sorta di realizzazione di quanto solo abbozzato nel secondo, che scarseggiava invece un po’ troppo in particolari gore e abbondava per contro in moralismo troppo smaccatamente edificante. Molte sono allora le sequenze e le immagini apprezzabili da un pubblico di amanti dell’horror, dai crani che esplodono con dettaglio sul loro contenuto rossastro e molliccio, a una testa deformata dopo un colpo di cacciavite, a una faccia spappolata ad accettate, a un corpo spaccato in due perché schiacciato da un ascensore e così via; l’inventività e truculenza delle morti è peraltro resa con effetti speciali pratici di ottima qualità. A ciò si aggiunge poi, a compimento del riuscito insieme, un alto livello di suspense e uno sviluppo per nulla afflitto dalla solita prevedibilità, anzi, ogni nuova vittima è inaspettata e non si salvano i soliti, così lo spettatore è mantenuto in un costante, e auspicabile, stato di ansia. In ultimo, la conclusione aperta, induce a pensare che possano essere stati previsti dei seguiti sin da principio, sperando si eviti la degenerazione in termini qualitativi intercorsa tra il primo e più low budget, ma anche migliore film della saga di La notte del Giudizio e i due seguiti, decisamente meno entusiasmanti.

The Belko Experiment quindi, seppure il concept alla sua base non sia del tutto inedito – ma consista più in una fusione di più spunti già esistenti altrove -, riesce a convincere nel modo in cui l’idea viene sviluppata e per la più che soddisfacente dose di sangue presente.

Di seguito il trailer originale:

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[recensione] The Belko Experiment di Greg McLean
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Il regista australiano torna sulle scene con un film ad alto tasso di gore e imprevedibile, che tiene sempre alta la suspense
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Il Cineocchio
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