29 giugno 2017

[Un oscuro scrutare] Terry Gilliam e la fantascienza: un amore per la distopia (parte I)

Uno sguardo personale su temi e aspetti del cinema sci-fi, scandagliandone la narrazione e le immagini. Si inizia con il regista angloamericano e il suo Brazil.

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29 giugno 2017
brazil gilliam

In questa rubrica a cadenza mensile circa, vi darò il mio personalissimo parere sui film di fantascienza che più mi hanno colpito fino ad oggi, provando a dare spazio a opere meno conosciute e/o affrontate in generale, ma comunque divenute dei cult. Comincio con Terry Gilliam e la sua trilogia nei meandri della distopia, comprendente Brazil (1985), L’esercito delle 12 scimmie (1995) e The Zero Theorem (2013).

brazil poster 1985La prima volta che vidi Brazil qualche anno fa, si impresse fin da subito nella mia mente. Vuoi per l’immaginario distopico a me caro, vuoi per la sua ironia stramba e cupa, mi fece capire che un altro tipo di sci-fi era possibile. Il film racconta la storia di Sam Lowry (Jonathan Pryce), un modesto impiegato che ha frequenti e bizzarri sogni su una donna, che cerca sempre di salvare. Nel momento in cui il governo, iperburocraticizzato e ‘infallibile’, commette un errore, scambiando una persona comune, un certo Buttle, per il terrorista Archibald Tuttle (Robert De Niro), Sam sarà costretto per conto del suo ufficio a metterci una pezza, andando a casa della moglie di Buttle, già giustiziato. Proprio da quell’appartamento vede la ragazza dei suoi sogni, scoprendo che si chiama Jill Layton (Kim Greist). Dopo una serie di peripezie, tra momenti onirici completamente folli, madri che si preoccupano solo di ringiovanire attraverso scellerati interventi chirurgici, ribelli-tecnici dell’aria condizionata e altre situazioni grottesche, si arriva a un finale che viene ribaltato per ben due volte e lascia lo spettatore stupefatto e attonito davanti allo schermo.

C’è da mettere in chiaro subito una cosa: Gilliam sa dove mettere la macchina da presa e si vede fin dal principio. Ogni inquadratura è studiata, e anche le più scarne sono sature di dettagli, minuscoli ma indispensabili. Quelle sghembe, abbinate spesso all’uso del grandangolo, sembrano aumentare l’alienazione e l’oppressione dell’ambiente sul protagonista. Le scene oniriche sono degne di Federico Fellini: Gilliam ci fa capire di amare il regista italiano, citandolo a più riprese, tanto che avrebbe voluto chiamare il film 1984½, omaggiando allo stesso tempo sia sia George Orwell. Poi invece sceglie Brazil, dal brano Aquarela do Brasil di Ary Barroso, motivo che percorre tutta la pellicola, attraverso la radio o fischiettato e canticchiato dai personaggi, rielaborato in ogni occasione, andando praticamente da solo a comporre la colonna sonora. Ovviamente è un brano scelto appositamente in contrasto con l’atmosfera cupa, che porta quasi una nostalgia di fondo incomprensibile.

brazil gilliamI riferimenti a livello tecnico e visivo sono comunque molto vari: per esempio, la carrellata nei corridoi dell’ufficio-labirinto del Ministero dell’Informazione richiama alla memoria quella nelle trincee di Orizzonti di Gloria (1957) di Stanley Kubrick, resa però più assurda, circondando di persone, che parlano affannosamente una sopra l’altra, il passo veloce del nuovo capo di Sam, creando enorme confusione e incomprensione nello stesso protagonista (e anche nello spettatore, a cui viene strappato un sorriso d’incredulità), contrastando proprio il solenne silenzio che affiora dalla scena della camminata del generale Mireau.

L’ambientazione distopica è però, secondo me, il punto forte del film. Gilliam ci porta in un mondo governato da uno Stato autoritario e rigido, all’apparenza perfetto, ma che nasconde sempre qualche piccolo difetto, a cominciare dall’errore che scatena l’inizio della vicenda. I palazzi sono enormi, altissimi, tutti identici e sovrastano i piccoli essere umani al confronto, tanto da non riuscire a vedere il cielo dalla strada e da poter a malapena vedere il traffico dall’alto dell’appartamento di Sam. Non esiste un’area verde nel film, nessun giardino o viale alberato, segno della distruzione dell’ambiente operata dall’uomo per aumentare la produttività. La sequenza in cui il camion guidato da Jill passa da una specie di industria-fornace alla città, mostra come lungo la strada siano disseminati cartelloni pubblicitari, che impediscono di vedere il paesaggio desolato, desertico e privo di vita intorno alla metropoli.

brazil gilliamAnche le strade dimostrano contrasti: davanti ai negozi sembrano vive, popolate da persone benestanti che cercano oggetti da acquistare, mentre tra gli anfratti dei condomini di cemento e ferro regnano l’oscurità e poche facce raccomandabili. Il consumismo senza controllo e insensato viene mostrato in alcune scene, fra tutte le più significative sono quelle dei regali, tutti uguali e apparentemente inutili, che vengono dati o recapitati a Sam. Un’altra è la scena brevissima in cui una bambina è seduta sulle ginocchia di Babbo Natale, in un centro commerciale, e le viene chiesto quale regalo vorrebbe: lei, cinicamente, risponde che vorrebbe una carta di credito, mettendo in mostra l’aria che tira in quell’avveniristica e grigia città del futuro (anche le scale di colori usate da Gilliam, con l’aiuto di Roger Pratt e Norman Garwood, rispettivamente direttore della fotografia e scenografo, sono spesso tendenti al grigio e al blu scuro, con sprazzi accesissimi di viola, rosa e rosso, creando l’atmosfera necessaria allo svolgimento della vicenda). Gli interni sono quasi sempre spogli o minimali, fatta eccezione però per alcuni di essi: uno su tutti la casa della madre di Sam, Ida (Katherine Helmond). Lo stile è barocco, pieno di elementi decorativi e dettagli, in qualche modo caloroso e sicuro, in completo contrasto con il mondo esterno, spoglio e asettico. Il regista angloamericano ci fa capire che si tratta tuttavia soltanto di una facciata, una simulazione, come l’aspetto di Ida stessa, sempre alla ricerca di un buon chirurgo che la faccia rimanere giovane per sempre. E’ una madre che si preoccupa per il figlio solo per il proprio tornaconto personale, cercando di accasarlo con la figlia di un’amica e pressandolo a ogni incontro. Gilliam ironizza sulla chirurgia plastica proprio per mezzo dell’amica di Ida, mostrando come un intervento sbagliato la costringa a girare bendata da capo a piedi, negando di fatto l’operazione per scopo estetico.

brazil gilliamLa cosa più stupefacente del film? La tecnologia retro-futurista. Ogni singolo congegno è geniale: dalla telecamera a occhio alla macchina da scrivere-computer, sono tutte invenzioni degne di nota. Ogni volta che saltano fuori si rimane estasiati dal prodigio tecnico, dall’inventiva messa in scena. Nel mondo di Brazil, per rispondere al telefono bisogna inserire, in appositi fori posti sull’apparecchio, un numero imprecisato di connettori jack, mentre la dattilografa del Ministero delle Informazioni è quasi fusa ad un macchina che le permette di scrivere sotto dettatura ad una velocità impensabile.

La tecnologia retro-futurista è anche un modo per manifestare l’iper-controllo del regime autoritario, ma non l’unico. Per tutto il film compaiono simboli, scritte, loghi e azioni che esplicitano chiaramente la dittatura burocratica in atto. Un esempio sono alcune diciture nel Ministero dell’Informazione, “Information is the key to prosperity” o “Be safe be suspicious” o ancora “Suspicion breeds confidence“. Un altro aspetto della dittatura è quello dell’intervento della polizia nelle case dei cittadini: completamente invasivo e distruttivo, rendendo questi ultimi dei meri burattini senza appello di fronte a una giustizia a senso unico. Lo studio sui loghi è anche molto importante. Gilliam ha osservato bene i manifesti di propaganda dei regimi dispotici reali e ricrea e rimodella quelli esistenti in funzione del film. (Garwood, oltre a essere scenografo è non a caso un designer di loghi e poster e fa un lavoro davvero esaltante sotto tutti i punti di vista, che lo porterà a vincere un premio BAFTA nel 1986).

brazil gilliamPassando ai terroristi/ribelli, questi vengono presentati implicitamente come oppositori del regime, figure che compiono attentati in ristoranti e negozi per destabilizzare il Governo. La popolazione sembra essere così abituata a questi attacchi da non farci più caso, vedendoli come un fatto normale, un’abitudine. L’unico terrorista che appare sullo schermo è Archibald “Harry” Tuttle, il super-ricercato. Tuttle, che si nasconde sotto le mentite spoglie di un tecnico dell’aria condizionata, aiuta Sam riparando il suo impianto casalingo, intervenendo prima del Sistema Centrale (il quale poi devasterà e si impadronirà dell’appartamento di Sam grazie a cavilli burocratici), saltando poi con un rampino, da un palazzo all’altro, per dileguarsi. Tuttle interverrà poi nel finale sempre nelle vesti del salvatore, anche se tutto verrà ribaltato. Sam inoltre, per tre quarti del film penserà anche che Jill sia una terrorista, per via del suo lavoro inusuale (la camionista) e dei suoi comportamenti bizzarri, salvo poi ricredersi verso la fine.

brazil gilliamE arriviamo a parlare del finale, potentissimo a livello visivo e narrativo: Sam, dopo la prima notte passata con Jill, viene catturato dalla polizia e portato nella sala delle torture, dove gli viene detto che Jill è morta. Incredulo, nega la sua connessione ai terroristi, mentre il torturatore, il suo vecchio amico Jack (perfetto uomo di famiglia fuori, in realtà spietato boia sul lavoro, metafora dei lati oscuri dello Stato) gli chiede espressamente di confessare per evitare di ricorrere a certe maniere. Prima però che tutto questo avvenga, quando ormai anche lo spettatore è rassegnato, interviene Tuttle con un gruppo di ribelli, che liberano Sam e fanno esplodere il Ministero. Dopo una serie di momenti psichedelici, in cui Sam sembra essere all’interno di uno dei suoi sogni, si risveglia nel camion affianco a Jill, diretti verso la campagna, lontano dalla città e dai suoi disordini. Tutto sembra essere perfetto, ma invece non lo è: con ancora il fondale rurale, appaiono le facce di Jack e del Ministro, amico di Ida, che discutono su Sam e sul fatto che lui sia ormai un caso perso, allontanandosi verso l’uscita dell’enorme camera. Si trattava pertanto di un grande sogno di Sam, ancora legato alla sedia dove l’avevano precedentemente issato, catatonico e probabilmente impazzito.

Il finale si lega indissolubilmente con i temi portanti di Brazil: la lotta dell’individuo contro il Sistema e il potere dei sogni. I sogni sono il motore scatenante della vicenda e il fatto che Sam ne sia ossessionato dimostra come anche Gilliam sia influenzato da essi e voglia di conseguenza influenzare in qualche modo lo spettatore. Le sequenze oniriche compongono una parte abbastanza sostanziosa dei 140′ di durata e sono visivamente stupende, sopratutto il combattimento con il samurai gigante armato di naginata, ennesima metafora del Sistema. Il regista mette quindi in scena una visione tetra e assai pessimista dello scontro tra il singolo e il Potere, ma spinge in ogni caso a pensare ai sogni come a momenti di confronto con sé stessi e a fuga dalle avversità.

continua …

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[Un oscuro scrutare] Terry Gilliam e la fantascienza: un amore per la distopia (parte I)
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Uno sguardo personale su temi e aspetti del cinema sci-fi, scandagliandone la narrazione e le immagini. Si inizia con il regista angloamericano e il suo Brazil.
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